DALLA GERMANIA NOTIZIE RASSICURANTI PER GLI STATI UNITI

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Le elezioni federali per il rinnovo del Bundestag ci consegnano tracce di sostanziale continuità nella traiettoria geopolitica della Repubblica Federale Germania (Rfg) e nel suo rapporto vitale con gli Stati Uniti. Lasciando verosimilmente insoluta la “questione tedesca” che accompagna l’Europa dal 1871. Quella di una Germania troppo debole e riluttante per unificare politicamente il continente d’elezione e allo stesso tempo troppo forte per non destabilizzarne gli equilibri di potere.

Le elezioni non modificano la capacità di stare al mondo di una collettività, non determinano l’orbita geopolitica di una nazione, segnata da fattori più profondi (storici, geografici, demografici, antropologici e culturali) dei quali le manifestazioni politiche sono sintomi e non causa.

La vittoria di misura dei socialdemocratici (Spd) guidati dall’attuale vice-cancelliere e ministro delle Finanze Olaf Scholz (25,7%) sui cristiano-democratici/cristiano-sociali (Cdu/Csu) di Armin Laschet (24,1%), seguiti a distanza da Verdi (14,8%), liberal-democratici (Fdp, 11,5%) ed estrema destra (Alternative für Deutschland, AfD, 10,3%), rivela alcuni sintomi del paziente tedesco.

Anzitutto, riflette l’immagine di una nazione divisa[1] sul piano identitario in almeno due macro-regioni separate dal corso dell’Elba (carta 1). Da una parte, l’Ovest renano-vestfaliano-anseatico si conferma heartland (geo)politico e (geo)culturale del paese.

Rappresentato dai partiti mainstream (CduSpd), conserva mentalità post-nazionale, multiculturale e pacifista, ancorato ai valori occidentali di democrazia, Stato di diritto e diritti umani, trasmessi dal cordone ombelicale transatlantico (Westbindung) battezzato dal protettorato americano post-bellico.

Dall’altra, l’est prussiano, in gran parte corrispondente alla ex Repubblica Democratica Tedesca (Ddr), attraversato da pulsioni nazionaliste raccolte da AfD e dai comunisti della Die Linke, rifiuta di sciogliere la propria identità in una dimensione sovranazionale. Coltiva sentimenti anti-americani e considera prioritarie le relazioni economiche e culturali con la Russia.

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In secondo luogo, i risultati elettorali proiettano nei prossimi anni una linea di continuità in politica estera all’insegna del c.d. “merkelismo” che ha caratterizzato l’era di Angela Merkel (2005-2021). Una forma di equilibrismo pragmatico che ha permesso a Berlino, auto-nominatasi “potenza civile” (Zivilmacht), di agire prioritariamente sul piano economico, normativo e del soft power.

Coltivando un’idea romantica delle relazioni internazionali che l’ha resa impreparata a confrontarsi con il ritorno sulla scena della politica di potenza, in un mondo dalle sembianze sempre più hobbesiane che kantiane. Corroborando l’affermazione del diplomatico tedesco Thomas Bagger secondo cui “la fine della storia è stata un’idea americana, ma una realtà tedesca”.

Il merkelismo ha lavorato costantemente a bilanciare la Ostpolitik mercantilista tesa a proteggere il predominio geoeconomico della Mittellage nel continente europeo e quindi i suoi imprescindibili legami energetici con la Russia(gasdotto North Stream 2, nuovamente sotto attacco da parte del Congresso Usa) ed economici con la Cina (suo primo partner commerciale)[2] con l’afflato valoriale liberale e con la necessità strategica di rimanere agganciata all’ombrello di difesa americano, convenzionale e nucleare. Imperativo custodito dagli apparati federali di sicurezza e di intelligence legati a doppio giro all’influenza delle controparti americane. 

Negli anni di governo Merkel, Berlino ha continuato ad accusare i servizi segreti russi di ingerenze spionistiche,cibernetiche ed elettorali e ad attaccare Pechino sul piano dei diritti umani. Ma ha sempre rifiutato la logica da nuova guerra fredda dei rigidi blocchi propugnata dall’amministrazione Trump ed in prosecuzione sotto altra veste retorica e tattica con l’amministrazione Biden.

La presenza nella Bundesrepublik di una popolazione con un’età media elevata(carta 2) renderebbe insopportabili le sofferenze economiche che deriverebbero da uno sganciamento (decoupling) delle filiere produttive dalla Cina come richiesto dai falchi d’oltreoceano, vista la forte dipendenza germanica dalle esportazioni (pari al 47% del pil) e i consolidati legami industriali con l’Impero del Centro, le cui nuove vie della seta, marittime e terrestri, convergono non casualmente nella Mittelage

I governi Merkel hanno quindi proseguito il business as usual con entrambe le potenze euroasiatiche, trincerandosi dietro la dottrina del “Wandel durch Handel” (“cambiamento attraverso il commercio”). Forte del sostegno dell’establishment imprenditoriale del paese, che non può rinunciare al vasto mercato cinese e all’energia siberiana (come dimostra la crisi energetica che sta affliggendo l’Europa in queste settimane).

Scenari

Le più probabili formazioni di Große Koalition – quella “Giamaica” nera-giallo-verde (Cdu/Csu; Fdp, Grünen) guidata da Laschet ovvero quella “semaforo” rossa-giallo-verde (Spd, Fdp, Grünen) capitanata da Scholz – conterrebbero elementi di continuità rappresentati dai partiti capofila (Spd/Cdu), stemperati dalla rassicurante (per Washington) presenza dei Verdi e dei liberali in entrambe le composizioni governative. 

I verdi sono epitome della natura post-storica della Rfg, tesa al soddisfacimento del benessere e della qualità della vita come massima realizzazione individuale e collettiva. Primo partito tra gli under-25 (la coorte sociale più propensa a considerare non importante per la sicurezza del proprio paese la presenza militare americana e allo stesso tempo la più restia a spendere risorse in difesa) la compagine politica guidata da Annalena Baerbock guarda alla competizione sistemica Usa-Cina in chiave ideologica (democrazie vs. autocrazie), in sintonia con la narrazione del nuovo inquilino della Casa Bianca. Su posizioni anti-cinesi e anti-russe per ragioni valoriali ed ambientalistiche, i verdi bilancerebbero la fredda e concreta linea realpolitica tracciata da Merkel. 

Contrari a qualsiasi riarmo, il loro relativo successo ci trasmette l’immagine di una nazione non (ancora?) pronta a tronare nella storia, a porre “fine al pensiero della piccola nazione”, a leggere “le sue relazioni economiche attraverso una più ampia lente geopolitica”, ad abbracciare l’“imperativo europeo” come auspicato dal decano della diplomazia tedesca, Wolfgang Ischinger.

Ad assumersi, insomma, il peso della responsabilità di un trapasso geopolitico funzionale a conferire all’“egemone riluttante” autonomia strategica, specie in campo militare, per la difesa dell’ordine liberale internazionale basato sulle regole (aulica definizione dell’impero americano) messo in discussione dal revisionismo unilateralista della superpotenza egemone che da tale ordine si percepisce parzialmente danneggiata.

D’altra parte, la linea ordoliberista e pro-austerity sostenuta dall’Fdp rappresenterebbe un ulteriore freno alle improbabili e minoritarie spinte per l’unione fiscale europea (Transferunion), basata sulla mutualizzazione dei debiti, evocata dagli euro-meridionali capeggiati da Francia e Italia ed avversata dai membri della “Nuova Lega Anseatica” (neerlandesi e scandinavi), propugnatori di una Ue “leggera”, limitata a pratiche liberoscambiste.

Conclusioni

Al pari dei dissidi transatlantici su commercio, dazi, Big Techspionaggioflusso transfrontaliero di dati, sanzioni secondarie e difesa europea, le sopracitate tendenze strutturali nei legami della Germania con Russia e Cina continueranno ad alimentare le tensioni Usa-Rfg, anche se il rapporto Berlino-Pechino potrebbe subire un indurimento sul piano del contenimento tecnologico, meno sul versante della diversificazione economica delle catene di approvvigionamento pretesa dalla superpotenza.

Nei prossimi mesi Washington “inviterà” la Germania a continuare a spendersi e a spendere via Recovery Fund una parte del suo enorme surplus commerciale in investimenti keynesiani nel salvataggio dell’Europa meridionale (Italy first) e nella ripresa economica dell’Eurozona. 

Premerà su Berlino perché non ritorni nel breve-medio termine (fase post-Covid) a politiche pro-cicliche e al rigore fiscale e monetario (come nell’immediato post-crisi finanziaria del 2008-09), che precipiterebbe nell’abisso l’Italia e con essa la sfera d’influenza Usa nel Vecchio Continente.

Contemporaneamente, Washington vigilerà attentamente affinchè la supremazia economico-commerciale tedesca e il suo ruolo di garante finanziario del Next Generation Eu non si trasformi in influenza geopolitica e in egemonia sul continente. Ovvero in unità politico-militare dell’Ue – il “superstato federale” sognato da Emmanuel Macron come moltiplicatore della potenza francese, terzo attore nel confronto tra grandi potenze in un ipotetico ordine multipolare. Evoluzione osteggiata dagli Usa, che da un secolo a questa parte si adoperano per scongiurare l’ascesa di un egemone euro-continentale. 

Preoccupati dal ruolo semi-egemonico esercitato dalla Bundesrepublik attraverso la sua sfera di influenza geo-economica della quale essa beneficia grandemente[3] e alla quale partecipa anche l’Italia settentrionale, gli Usa ostacoleranno improbabili fughe in avanti della Germania verso una maturazione geopolitica. Sfruttandone le divisioni interne. Continuando a presidiarne militarmente il territorio, come confermato dal dispiegamento di ulteriori 500 soldatiche andranno a rinfoltire la Multi-Domain Task Force-Europe e il Theatre Fires Command dello Us Army Europe and Africa. 

Applicando il classico divide et impera, seppur con una carta in meno nel mazzo dopo la dipartita inglese (Brexit). Strumentalizzando il costituendo asse Parigi-Roma per bilanciare nel Mediterraneo il protagonismo tedesco sul continente. Giocando al contempo Berlino contro Parigi per impedire all’Eliseo di far finanziare ai tedeschi il proprio riarmo. Coltivando in tale direzione il legame strategico-militare con i paesi della “Nuova Europa” (polacchi, romeni e baltici), contrari a qualsiasi sviluppo militare dell’Ue in senso francese ovvero autonomo dalla Nato, in linea con la posizione americana per cui “le capacità sviluppate attraverso le iniziative di difesa dell’Ue e della Nato dovrebbero rimanere coerenti, complementari e interoperabili”, come ribadito lo scorso marzo dal segretario di Stato Tony Blinken all’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza Joseph Borrell nel loro incontro a Bruxelles.

La diversa natura nel loro approccio al mondo – marziale quello statunitense, venereo quello tedesco – generatrice di incomprensioni reciproche, unita alla fine del completo allineamento degli interessi transatlantici in seguito alla dissoluzione del mondo bipolare continueranno a sostenere anche nei prossimi anni l’avversione e il duraturo sospetto americano verso la postura geopolitica tedesca. 


[1] A 30 anni dalla riunificazione politica (leggi annessione della Ddr da parte della Rfg), quasi i due terzi dei tedeschi (64%) ritengono che questa sia ancora incompiuta sul piano identitario.

[2] Il commercio tedesco verso Pechino è pari ad un terzo dell’intero interscambio Ue-Cina e le esportazioni teutoniche nel paese (96 mld$ nel 2020) sono superiori alla somma di quelle dei successivi 12 membri Ue.

[3] Tra il 2014 e il 2018, il mercato unico ha prodotto in Germania un aumento dei redditi reali di quasi 120 miliardi di euro, mentre, nello stesso periodo temporale, il contributo netto di Berlino al bilancio Ue è stato di “soli” 10-15 miliardi di euro all’anno.

Vito Fatuzzo

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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