LA CORTE EDU ADOTTA MISURE PROVVISORIE CONTRO POLONIA E LETTONIA

Fonte immagine: https://openmigration.org/web-review/i-migliori-articoli-su-rifugiati-e-immigrazione-36-2021/

La Corte Europea dei diritti dell’uomo ammonisce Polonia e Lettonia per le condizioni degradanti dei migranti al confine bielorusso.

Relativamente agli avvenimenti verificatisi al confine della Bielorussia con la Polonia e la Lettonia, di cui rispettivamente R.A. et autres c. Pologne (ricorso n° 42120/21) e Ahmed et autres c. Lettonie (ricorso n° 42165/21), si rende noto che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CtEDU) di Strasburgo ha disposto l’applicazione delle misure provvisorie ai sensi del Regolamento della Corte stessa, concernenti le sorti di gruppi di iracheni ed afgani bloccati al confine bielorusso per la durata di tre settimane circa. Da settembre, tali misure sono state ulteriormente prorogate per i migranti afghani. 

I fatti riguardano i richiedenti dei due gruppi (rispettivamente 32 cittadini afgani nel primo e 42 iracheni d’etnia curda nel secondo caso) che, cercando di entrare in Polonia ed in Lettonia probabilmente per ottenere protezione internazionale, sono rimasti bloccati al confine bielorusso.

Tale blocco alla frontiera è stato determinato sia dall’assenza di documenti legali che ne autorizzavano l’attraversamento frontaliero sia dall’impossibilità, per questi individui, di essere rispediti nei loro paesi di origine a causa del pericolo di subire danni irreparabili. 

 La decisone della Corte Edu avrebbe permesso, perciò, a questi migranti (definiti “irregolari” dal governo polacco e pertanto soggetti al rischio di essere respinti nel confinante territorio bielorusso) di ricevere- almeno in prima battuta- l’aiuto necessario alla loro sopravvivenza. 

In aggiunta, è opportuno considerare la sussistenza di un principio fondamentale e garantista, ovvero il principio di non-refoulement(o divieto di  non respingimento), il quale risulta essere un importante fattore di protezione, garantito dalla Convenzione EDU  e applicato nella prassi della Corte Edu in virtù di una sempre più efficace ed effettiva protezione dello straniero nelle procedure di espulsione, respingimento o estradizione verso Paesi in cui vi sia il serio rischio di violazioni dei diritti umani.

Difatti, i richiedenti nei due casi avevano invocato l’art.2 (diritto alla vita), l’art.3(divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti),l’art.4 protocollo 4 (divieto di espulsione collettiva degli stranieri),nonché l’art. 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza), art.6 (diritto ad un equo processo), art. 8 (diritto al rispetto alla vita privata e alla famiglia), art.13 (diritto ad un ricorso effettivo). 

I richiedenti, infatti, nel tentativo di entrare negli Stati contraenti in questione, erano stati bloccati vedendosi negate le vie legali per accedere alla protezione internazionale o al diritto d’asilo in Europa, preoccupati-in più – dalla situazione in cui sarebbero versati qualora rispediti indietro in Bielorussia o, peggio ancora, nei loro paesi di provenienza. Da un punto di vista pratico, invece, l’esigenza era proprio quella di avere assistenza legale per migliorare le loro condizioni materiali (sussistenza e igiene). 

La Corte, ha, così, deciso di far applicare l’art.39 del suo stesso regolamento, chiedendo alle autorità polacche e lettoni di fornire cibo, acqua, alimenti, cure mediche necessarie e, se possibile, un riparo temporaneo.

 Per meglio comprendere la natura di tali provvedimenti, bisogna precisare che essi nulla preannunciano in merito alle successive questioni da affrontare sulla ricevibilità o sulla fondatezza della questione: la Corte infatti accoglie solo le richieste di provvedimenti provvisori eccezionali, quando i richiedenti sarebbero esposti, in assenza di tali misure, a un rischio di danno reale irreparabile. 

Per questi motivi, successivamente, la Corte ha ulteriormente prorogato l’adozione delle misure provvisorie nei confronti dei richiedenti afgani, la cui situazione è preoccupante non solo al confine bielorusso, ma anche relativamente al loro paese di provenienza a seguito della presa del potere da parte dei talebani in Afghanistan, amplificando il rischio di subire perciò trattamenti in violazione dell’ art 3 CEDU.  

In conclusione, imponendo l’applicazione di tali misure alla Polonia, la Corte Edu ha inteso, così, ricordare che gli Stati contraenti hanno l’obbligo/diritto, in conformità al diritto internazionale ormai consolidato e ai loro obblighi derivanti dai trattati, compresa la Convenzione EDU (e, nel caso in questione,il rispetto dell’art. 34), di controllare l’ingresso, il soggiorno e l’espulsione degli stranieri nel proprio territorio.

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