PRISTINA BELGRADO: SCONGIURATA LA “GUERRA DELLE TARGHE”

Il 30 settembre, dopo giorni di tensione al confine settentrionale tra Serbia e Kosovo si è giunti ad un accordo mediato dall’UE che ha evitato l’escalation di violenza temuta in seguito alla questione delle targhe provvisorie richieste da Pristina per l’ingresso di macchine serbe in territorio kosovaro. La vicenda, benché conclusa, sottolinea ancora una volta i fragili confini tra i due paesi.  

Il 30 Settembre, grazie alla mediazione di Bruxelles, Pristina e Belgrado hanno trovato un accordo per porre fine alla “guerra delle targhe”, come definita da alcuni giornalisti, che aveva portato una forte tensione al confine settentrionale tra Kosovo e Serbia. 

L’accordo, annunciato dal rappresentante speciale dell’UE per il dialogo Pristina-Belgrado, Miroslav Lajcak, prevede che entrambi i paesi coprano i segni nazionali dalle targhe in ingresso nel paese limitrofo, garantendo così la libera circolazione ed evitando dissidi. 

A scatenare la tensione, era infatti stata la decisione di Pristina di istituire targhe provvisorie con 60 giorni di validità per le autovetture provenienti dalla Serbia, una scelta dettata, come affermato dai rappresentati Kosovari da un principio di reciprocità: è infatti stata da poco rinnovata la decisione di Belgrado, presa ormai 10 anni fa, di far apporre targhe provvisorie alle vetture provenienti dal Kosovo. 

La decisione di Pristina non è stata però vista di buon occhio da tutti: nel nord del Kosovo infatti, dove la maggioranza della popolazione è di etnia serba e c’è scarso riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, sono divampate le proteste, con i manifestanti che impedivano il passaggio di vetture ai valichi di Jarinje e Brnjak.

 In risposta Pristina ha schierato le forze al confine e la controparte serba non ha tardato a fare lo stesso. Il clima di tensione generale che ha visto anche alcuni aerei militari serbi aggirarsi sui cieli kosovari, ha destato la preoccupazione internazionale: la NATO ha aumentato i pattugliamenti della missione KFOR, recatasi al confine per evitare un’escalation della violenza; la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, ha addirittura espresso il timore per un conflitto a cielo aperto e, schierandosi con lo storico alleato serbo, ha chiesto il ritiro immediato delle truppe kosovare.

Infine, l’Unione Europea, che si era da subito dimostrata disponibile a mediare una risoluzione, ha risolto l’annosa questione, giungendo all’accordo: dal 2 Ottobre saranno ritirate le truppe degli eserciti nazionali, e solo le forze NATO rimarranno a sorvegliare la situazione. 

Quella delle targhe non è di certo stata una vera guerra, ma è nell’iperbolico rinvio a una parola così forte che ci ricordiamo quanto ancora i rapporti tra Kosovo e Serbia siano precari, quanto i confini siano scottanti, tanto che sono sufficienti delle targhe automobilistiche per temere un’escalation di violenza.

La vicenda è conclusa, ma è una conclusione agrodolce, che lascia ancora aperte tante, troppe questioni: il mancato rispetto degli accordi di normalizzazione dei rapporti tra i due stati, e con essi il ritardo nella creazione dell’Associazione dei comuni Serbi in Kosovo, un ritardo che Vucić non ha mancato di sottolineare anche in questa occasione. 

Le vie per una risoluzione definitiva, se ci sono, sembrano ancora impercorribili, e il clima di tensione non fa che allontanare la prospettiva d’ingresso nell’Unione Europea; una realtà quasi kafkiana se pensiamo che proprio in questi giorni Ursula Von der Leyen si trovava in visita nei Balcani, dove, inaugurando un nuovo ponte tra la Croazia e la Bosnia ed Erzegovina ha annunciato un nuovo punto di contatto tra i Balcani Occidentali e l’UE. 

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