LO STATUS DI RIFUGIATO

Fonte Immagine: https://www.unhcr.org/news/latest/2015/11/563ccbb86/unhcr-aids-refugees-greek-islands.html

Secondo l’UNHCR nel mondo ci sono più di 80 milioni di rifugiati: come, perchè si ottiene questo status e quali diritti prevede.

Il rifugiato è una persona che si trova al di fuori del proprio paese di cittadinanza o residenza e che ha un timore fondato di subire persecuzioni o violazioni di diritti umani in caso di rimpatrio.

Ci si riferisce, in particolare, a casi di tortura, stupro, violenza di genere, violenza sessuale, abusi e violazione dei diritti umani meno gravi, ma che siano continuativi e che rendano la vita intollerabile.

L’agente di persecuzione del rifugiato non è solamente lo Stato, ma possono essere anche agenti terzi, persone della propria comunità o della propria famiglia, dai quali lo Stato non vuole o non può garantire protezione.

Questo significa che il rifugiato non è necessariamente un fuggitivo, ma può essere anche una persona che pur avendo abbandonato il proprio Stato in passato, diventa un rifugiato in un momento successivo, quando in quel territorio siano mutate le circostanze che potrebbero in caso di rimpatrio metterlo a rischio. 

La protezione internazionale viene esclusa nel caso in cui le persone in questione siano già tutelate o abbiano diritti equivalenti previsti dalla Convenzione di Ginevra, nel caso in cui essi possano godere della protezione di un’altra agenzia delle Nazioni Unite, o nel caso in cui essi, pur avendo un timore fondato di persecuzione, non siano meritevoli di tale protezione.

Chi, dunque, abbia commesso un crimine contro la pace o contro l’umanità, o chi abbia intrapreso azioni contrarie ai principi fondamentali delle Nazioni Unite, non potrà ottenere lo status di rifugiato pur completando i requisiti necessari.

Accanto alle clausole di esclusione, vi sono anche le clausole di cessazione dello status di rifugiato, che avviene quando la persona ottiene la cittadinanza del paese di asilo, quando riacquisisce volontariamente la cittadinanza del paese in cui rischiava una persecuzione o se vi fa ritorno volontariamente.

La convenzione di Ginevra, in base all’articolo 35, prevede un ruolo di sorveglianza e supporto agli Stati per l’interpretazione della Convenzione di Ginevra da parte dell’UNHCR, che ha lo specifico compito di elaborare linee guida per il riconoscimento della protezione internazionale.

Da distinguere dallo status di rifugiato è lo status di protezione sussidiaria. La persona alla quale viene riconosciuto questo tipo di status è sempre un cittadino di un paese terzo o un apolide che subirebbe un grave danno se tornasse nel proprio paese di origine o nel paese in cui aveva dimora abituale, ma che è privo dei requisiti necessari per essere riconosciuto come rifugiato.

Nel caso dello status di rifugiato si parla di “timore fondato” e “persecuzioni”, nel caso del protetto sussidiario, invece, si parla di “rischio effettivo” e di “grave danno”. Entrambi gli status costituiscono i pilastri della protezione internazionale, la quale concretamente si traduce nella protezione dall’espulsione, nel rilascio del permesso di soggiorno e dei documenti di viaggio, nell’accesso all’occupazione, nell’assistenza sanitaria e nel mantenimento dell’unità familiare.

Le due fattispecie sono collegate da un rapporto di complementarietà e lo status di rifugiato rimane comunque su un livello superiore, avvicinandosi moltissimo alla condizione giuridica del cittadino italiano: ad esempio, una volta riconosciuto lo status, il rifugiato gode dei medesimi trattamenti dei cittadini italiani rispetto all’accesso al lavoro, ha diritto a un soggiorno ed a un documento di viaggio della durata di cinque anni, ha il diritto di ricongiungimento familiare senza dover dimostrare i requisiti previsti per un titolare ordinario di permesso di soggiorno in Italia e il diritto di accesso allo studio.

La differenza più consistente tra chi possiede lo status di rifugiato e chi lo status di protetto riguarda il titolo di viaggio che, nel primo caso, viene rilasciato immediatamente assieme al rilascio del permesso di soggiorno, mentre nel secondo caso solo dopo aver dimostrato di non poter più chiedere il passaporto alle autorità diplomatiche del proprio paese.

Si parla di riconoscimento della protezione internazionale poiché ci si riferisce a un diritto soggettivo che deve essere riconosciuto sulla base di direttive[1], le quali stabiliscono le norme e le procedure comuni riguardanti il riconoscimento e la revoca dello status di rifugiato, e sulla base di regolamenti[2].

Le fasi della richiesta di protezione internazionale sono essenzialmente tre: la manifestazione della volontà, la formalizzazione della richiesta, la quale si concretizza attraverso la compilazione del cosiddetto Modello C3, nel quale vengono inseriti i dati del richiedente, e infine l’audizione presso la Commissione Territoriale, l’autorità che esamina le domande.

Ogni domanda è individuale in quanto volta al riconoscimento di un diritto soggettivo e ogni decisione deve essere presa in modo obiettivo e imparziale: si valuterà la legittimità delle prove fornite, le quali possono essere dichiarazioni, testimonianze e documenti, e allo stesso tempo ogni prova deve essere rapportata alle condizioni del paese di origine del richiedente, valutando i rischi ai quali questo incorrerebbe facendovi ritorno.

Al termine di queste procedure, la Commissione Territoriale può:

– procedere con il riconoscimento dello status di rifugiato o di protezione sussidiaria

– rigettare la domanda perché non sussistono i presupposti del riconoscimento o perché ricorrono le cause di cessazione o di esclusione

– rigettare la domanda per infondatezza (se, ad esempio, il richiedente proviene da un paese “sicuro” e abbia dichiarato il falso)

– non accogliere la domanda di protezione internazionale ma procedere alla richiesta di un permesso di protezione speciale

In questo contesto è fondamentale ricordare l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, che tratta il divieto di respingimento verso un paese dove il rifugiato rischia la propria vita e/o la propria libertà, e che rappresenta la conseguenza più importante dell’acquisizione dello status.

Secondo la Convenzione in capo agli Stati non vige solo il divieto di espellere o rinviare, “Refouler[3], i rifugiati (e i richiedenti asilo potenziali rifugiati) verso i propri paesi di origine, ma anche il divieto di ogni forma di interdizione all’accesso al territorio, il divieto di estradizione e di respingimento in alto mare. In particolare, il cosiddetto principio di non refoulement, considerato un principio di Diritto Internazionale consuetudinario, non si declina esclusivamente in relazione al paese di origine, ma anche in relazione a qualsiasi territorio in cui il rifugiato potrebbe essere esposto a dei rischi, inclusi, ad esempio, i paesi di transito verso il proprio.

Questo principio trova un riscontro nell’articolo 78 TFUE, che lo classifica come uno degli obiettivi della politica comune europea in materia di asilo. Nonostante ciò, il principio richiamato non rappresenta una garanzia di protezione assoluta: secondo l’articolo 33(2) della Convenzione di Ginevra, infatti, il respingimento di un rifugiato può comunque avere luogo nel caso in cui rappresenti una minaccia per la sicurezza dello Stato o della comunità. Sarà dunque essenziale che lo Stato dimostri che vi siano i presupposti necessari per ritenere che il rifugiato in questione sia un pericolo effettivo. 


[1] Direttiva sulla procedura temporanea, Direttiva qualifiche, Direttiva accoglienza e Direttiva procedure. Nel nostro ordinamento le Direttive hanno avuto attuazione con Decreto Legislativo 25/2008 e Decreto Legislativo 142/2015

[2] Ad esempio: il regolamento che istituisce la EASO, che si occupa di misure di cooperazione e pratiche di protezione internazionale

[3] Articoli 32 e 33 della Convenzione di Ginevra

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