LE INFRASTRUTTURE CRITICHE IN SIRIA

Fonte Immagine: https://middle-east-online.com/en/sabotage-attacks-hits-syria-gas-pipeline

Il petrolio e il gas naturale sono da sempre fonte di scontri e di alleanze, ma anche risorse che contribuiscono a rafforzare la posizione nel settore energetico ed economico di molti paesi a livello internazionale. Gli attori non-statali, in primis lo Stato Islamico, sfruttano metodi e tecniche non convenzionali per appropriarsi di questi beni, spesso tramite il controllo e la distruzione di infrastrutture critiche provocando il crollo economico e sociale dello stato. 

Le strategiche “pipelines

Pochi giorni fa lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco compiuto contro un gasdotto situato in Siria, nella parte sudorientale della capitale Damasco, lasciando diverse città siriane senza energia.

Come è noto, è dal 2019 che il gruppo islamico è stato sconfitto e ha perso la gran parte dei territori precedentemente occupati in Siria e in Iraq. Molti episodi, come quello sopra citato, descrivono tuttavia la sua costante organizzazione e il suo desiderio di risorgere. 

Il gasdotto colpito alimenta le centrali di Tishreen e Deir Ali, le quali generano più della metà del fabbisogno energetico in Siria. L’attacco è stato organizzato utilizzando ordigni esplosivi e ha provocato un blocco temporaneo degli impianti e diffondendo un caos generale. 

Il Ministro del petrolio siriano l’ha definito un attacco terroristico mirato all’Arab Gas Pipeline (AGP)

Questo gasdotto ha una grande importanza strategica: è una rete regionale che consente di distribuire e trasportare riserve di gas dalla Siria, dall’Egitto e dall’Iraq alla Giordania, al Libano, alla Turchia ed eventualmente all’Europa. Il ruolo della Siria è cruciale poiché rappresenta un passaggio naturale e necessario per collegare il Medio Oriente e i paesi europei. 

L’aspetto lucrativo del gas ha creato elementi di tensione per gli attori regionali e internazionali e le pipelines in Siria sono diventate strumenti fondamentali all’interno del conflitto, sfruttate per creare nuove alleanze o trovare nuovi avversari. 

Un altro gasdotto, oggetto di grande attenzione, è quello che avrebbe dovuto collegare l’Iran, l’Iraq e la Siria: conosciuto come “the Friendship Pipeline” o “the Islamic Pipeline”, questo era un progetto innovativo che avrebbe dovuto trasportare il gas iraniano sul Mediterraneo e poi in Europa.

Anche se per via della guerra civile in Siria e della situazione instabile nella regione il gasdotto non è mai stato completato e la sua costruzione è stata ritardata, il progetto continua a rimanere nelle agende politiche dei tre paesi. I benefici economici derivanti da questa pipeline sarebbero impressionanti e l’alleanza delle tre potenze farebbe allarmare l’intera regione. 

È proprio in questo scenario che entrano in gioco il sedicente Stato Islamico e la sua strategia, che, oltre ad includere la diffusione del terrore e il reclutamento di adepti online, hanno voluto puntare anche alla distruzione di infrastrutture critiche, evidentemente necessaria per rivendicare la propria presenza sul territorio.

Infrastrutture critiche

La decisione del gruppo islamico di colpire le infrastrutture critiche della Siria è un chiaro tentativo di voler destabilizzare la situazione economica e sociale dello stato. 
Le infrastrutture critiche sono così definite poiché riguardano quei settori ritenuti vitali per il funzionamento del paese e la cui potenziale distruzione produce effetti dannosi sulla sicurezza, sulla sanità, sull’economia e sul benessere sociale nazionale. 

Sono infrastrutture critiche, ad esempio, gli impianti e le centrali elettriche e nucleari, i sistemi di informazioni e di comunicazione, le reti informatiche, i trasporti, la finanza, il sistema sanitario, l’approvvigionamento alimentare e idrico.

La minaccia a questi impianti non riguarda esclusivamente la possibilità di un loro indebolimento o di una loro distruzione fisica, ma negli anni recenti si è notato come gli attacchi possano avvenire anche tramite il cyberspace, causando danni ancora più pericolosi.  

La tattica della distruzione delle infrastrutture critiche è spesso usata da gruppi terroristici, i quali, anche in maniera simbolica, scelgono un target di valore nel paese e distruggendolo, mostrano la loro forza, generano paura e causano attacchi indiscriminati. Questo tipo di attacco fa parte delle tattiche usate da numerosi gruppi di guerriglia durante le guerre civili e da organizzazioni terroristiche, che riconoscono la grande vulnerabilità del settore elettrico ed energico, anche in vista delle conseguenze disastrose di questi attacchi, sia dal punto di vista delle vittime sia da quello sociale ed economico. 

Gli attacchi ai settori energetici ed elettrici da parte dello Stato Islamico sono strumentali per sfruttare gli esistenti giacimenti di gas in Iraq e in Siria e per aumentare la produzione di petrolio e di gas naturale con la finalità di utilizzarli per finanziare l’organizzazione.

L’accanimento contro queste infrastrutture è iniziato dall’annuncio del Califfato Islamico nel 2014, quando il settore energetico siriano è stato preso di mira dal gruppo islamico con l’intento di danneggiarlo per destrutturare il regime di al-Assad. 

Numerosi attacchi sono stati lanciati contro gli impianti di gas in Siria, in particolare quelli situati ad Homs, Palmyra e Hayan, città con le maggiori fonti di introiti per il governo.

Fonti di finanziamento

Per lo Stato Islamico il controllo sulla produzione di petrolio e di gas in Siria è fondamentale. 

Prima del 2019, c’erano state molte accuse da parte di attivisti siriani e ufficiali occidentali relative ad accordi “segreti” stipulati tra il regime di al-Assad e il gruppo islamico. Nemici da sempre, avevano deciso tuttavia di diventare complici ed unire le forze per un bisogno in comune: l’elettricità. Il regime di Assad non comprava risorse dal gruppo salafita, ma gestiva gli impianti di gas e petrolio in cooperazione con quest’ultimo.
Nell’impianto di gas naturale di Tuweinan, vicino Raqqa, il funzionamento di questo deal era semplice: il regime di al-Assad guadagnava 50mw di elettricità e lo Stato Islamico ben 70mw.

Il gruppo ribelle faceva parte dell’impianto siriano e controllava in maniera invasiva tutto il procedimento di produzione. Molti sostenitori del regime avevano anche affermato che questi accordi erano necessari per preservare le infrastrutture e per non subire carenza di energia elettrica.     

  
I patti con il presidente Assad erano una delle più importanti fonti di finanziamento per lo Stato islamico, il quale autonomamente decideva cosa fare di queste risorse e a chi venderle. L’elemento chiave del progetto segreto includeva anche il coordinamento con la popolazione locale, indispensabile non solo per fare affidamento sulla conoscenza di produzione di queste risorse, ma anche per poi poter venderle ai residenti.

La strategia dello Stato Islamico è quindi quella di implementare attacchi terroristici contro gasdotti e giacimenti petroliferi, infrastrutture elettrice ed energetiche, con lo scopo di controllare o di distruggere il settore energetico per indebolire e destabilizzare il paese nemico. 

Sarà grazie a queste risorse che il gruppo riuscirà poi a finanziare il Califfato e gestire strutture ed impianti come un vero e proprio Stato.

La tecnica di sabotaggio continua ad essere perpetrata dal gruppo islamico che, nonostante la perdita di numerosi territori, è presente in Siria a tutti gli effetti e mira a nuove conquiste.

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