KOSOVO E SERBIA DI NUOVO IN ‘GUERRA’?

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Fonte Immagine: https://www.aljazeera.com/news/2021/9/25/govt-offices-in-kosovo-targeted-as-tensions-soar-with-serbia

Dallo scorso 20 settembre i rapporti tra Kosovo e Serbia sono sempre più tesi: dopo la scelta di Pristina di non accordare più l’ingresso alle automobili con targa serba nei propri territori, Belgrado si è dichiarata pronta ad intervenire – anche militarmente – per garantire l’autonomia delle minoranze serbe residenti nel Paese vicino. Scelte che si pongono come gli ennesimi colpi sparati nella guerra tra Kosovo e Serbia, che – nonostante gli anni trascorsi del primo Accordo per la normalizzazione dei rapporti – continuano a rimanere ferme nelle loro posizioni, come dimostrano gli scarsi progressi nella realizzazione di progetti congiunti o la notevole diffusione del nazionalismo serbo in tutta la regione balcanica. E, in tale situazione, Unione Europea e Stati Uniti paiono avere le mani legate.

La guerra delle targhe

Lo scorso 15 settembre il governo di Pristina ha dichiarato di non aver alcuna intenzione di rinnovare l’accordo decennale con Belgrado inerente alle targhe automobilistiche, secondo cui nel Paese sarebbero potute circolare sia le auto riportanti la dicitura “RKS” (Repubblica del Kosovo) che quelle “KS” (Kosovo) e che solo queste ultime avrebbero potuto fare liberamente accessi nei territori serbi; viceversa, le automobili targate “RKS” avrebbero dovuto richiedere e pagare un documento extra per poter circolare liberamente nei territori governati da Belgrado.

Il governo di Albin Kurti, facendo leva sul fatto che – da un parte – il numero dei veicoli che ancora oggi riportano la targa “KS”, risalente al dopoguerra, è minimo (circa 2.147 veicoli equivalenti ad appena l’1% dei mezzi kosovari) e – dall’altra – la Serbia non ha mai riconosciuto le targhe kosovare, ha deciso di non rinnovare tale accordo, disponendo che, dal 20 settembre, tutte le automobili con targa serba dovranno richiedere un’autorizzazione speciale per circolare nei territori di Pristina.

Una scelta che ha subito suscitato diverse reazioni: in primis, quelle della minoranza serba residente nelle aree settentrionali del Kosovo, che nei giorni scorsi è scesa in strada e che – con centinaia di veicoli – ha creato blocchi sulla strada al valico di confine tra Jarinje e Brnjak; poi, quella dell’Amministrazione serba, che ha ritenuto la scelta del governo kosovaro una mera provocazione e una violazione dell’Accordo per la normalizzazione dei rapporti Pristina-Belgrado, firmato nel 2013 sotto l’egida dell’Unione Europea.

La presidente kosovara Vjosa Osmani è, tuttavia, intervenuta nella questione, facendo presente che la decisione non lede i diritti di alcuno, ma – anzi – “garantisce parità di trattamento e libera circolazione per i cittadini di entrambi i Paesi”, prevedendo le medesime misure sia in Serbia che in Kosovo. Un’osservazione che, però, non ha accolto il favore del presidente serbo Aleksandar Vučić, che ha prontamente dichiarato che la questione dovrà trovare una rapida soluzione, pena il decadimento dell’accordo voluto da Bruxelles.

L’Accordo di Bruxelles: possibilità ancora valida o carta sprecata?

Tale Accordo per la normalizzazione dei rapporti Pristina-Belgrado si basa principalmente su tre vincoli: in primo luogo, l’obbligo per entrambe le parti di non ostacolare il progresso dell’altro in sede europea; in seguito, l’impegno della Serbia a collaborare nella ricerca delle vittime della guerra civile, ancora oggi disperse e presumibilmente giustiziate dalle truppe di Milošević; infine, le garanzie promesse da Pristina nella tutela dell’autonomia della minoranza serba residente municipalità di Mitrovica, Zvečan, Zubin Potok e Leposavić.

Un principio che potrebbe essere stato leso con la nuova politica in merito alle targhe automobilistiche e – soprattutto – con la scelta del governo Kurti di inviare nel nord del Paese circa 350 membri delle forze speciali della polizia kosovara per sedare le proteste, senza aver però prima ottenuto il consenso dei sindaci delle quattro municipalità a maggioranza serba – come, invece, previsto dall’Accordo di Bruxelles.

Proprio per questo, il presidente Vučić è arrivato a ritenere la vicenda un “brutale attacco senza precedenti”, tale da giustificare non solo una convocazione d’urgenza del Consiglio di sicurezza nazionale, ma anche il dispiegamento di membri dell’esercito serbo: dapprima, tre elicotteri e due caccia in perlustrazione; poi, reparti dell’esercito stanziati nelle caserme al confine, posti in stato di allerta e pronti ad intervenire.

In tale situazione, l’Unione Europea ha provato a far valere il proprio storico ruolo di mediatore fra le parti, proponendo ai due capi di governo di organizzare un incontro per discutere assieme della situazione e provare a trovare una soluzione gradita ad entrambi.

Tuttavia, l’Amministrazione serba ha rifiutato, sostenendo – secondo quanto dichiarato dal Direttore dell’Ufficio del Governo serbo per Kosovo e Metohija, Petar Petković – che non sia possibile avviare un dialogo con un governo che “tiene in mano cecchini e lunghe canne” contro una minoranza, privandola della sua libertà. Non solo, lo stesso Vučić ha esortato Bruxelles a rimanere super partes e a richiamare Pristina a rispettare i vincoli entro il decorrere di questo mese, pena il decadimento dell’Accordo del 2013. 

La guerra sta arrivando?

Le possibilità che la Serbia si ritiri dall’Accordo di Bruxelles sono minime, ma non inesistenti: negli ultimi anni, Vučić ha più volte dimostrato – a parole e, pure, a fatti – di essere pronto a passare sul fronte orientale, dove sia Mosca che Pechino lo accoglierebbero ben volentieri. Lo dimostra la visita, lo scorso luglio, del capo del Servizio segreto russo di intelligence estera, Sergey Yevgenyevich Naryshkin, a Belgrado, in seguito alla conclusione di un’esercitazione congiunta degli eserciti russo e serbo; così come la fornitura del vaccino Sputnik V in piena pandemia e l’accordo stilato per una sua produzione direttamente in Serbia.

Tuttavia, l’ipotesi che Belgrado decida di rinunciare una volta per tutte alla sua adesione all’Unione Europea appare ancora poco credibile: la Serbia, infatti, rischierebbe di essere esclusa dal commercio e dalle relazioni balcaniche – oltre che europee -, vedendo minato il suo ruolo di potere, che negli anni ha costruito nell’area. Pertanto, risulta più probabile che Vučić cerchi di sfruttare la situazione a suo vantaggio, per arrivare ad acquisire i distretti kosovari abitati dalla maggioranza serba e dare vita al progetto nazionalista serbo, che recentemente ha anche festeggiato la propria Giornata.

Un progetto a cui oggi l’Unione Europea non sembra avere la forza di opporsi: le alternative a una proposta di scambio territoriale fra Pristina e Belgrado sarebbero, infatti, o l’elargizione di fondi economici alla Serbia – che Bruxelles, tuttavia, al momento non può sostenere – o il riconoscimento di ulteriori autonomie alle minoranze serbe residenti in Kosovo.

A quest’ultima opzione si oppone strenuamente Pristina, che non vuole correre il rischio di ritrovarsi a vivere la medesima impasse politica della vicina Bosnia-Erzegovina, continuamente vittima delle influenze e dei veti della Repubblica di Sprska. Per questo, l’approccio basato sullo scambio territoriale tra i due Paesi pare essere l’unica carta in mano all’Unione Europea; anche se tale proposta avrebbe un effetto devastante sulla stabilità dell’intera penisola balcanica.

D’altra parte, gli Stati Uniti di Joe Biden sono oggi esclusi dal tavolo delle trattative, dal momento che l’Amministrazione serba si oppone strenuamente all’attuale Casa Bianca e gli accordi firmati lo scorso anno a Washington sono stati una mera dichiarazione di intenti della politica statunitense, privi però di alcun vincolo per Belgrado, così come per Pristina.

L’unico attore che potrebbe riuscire a giocare un ruolo nella nuova battaglia tra Serbia e Kosovo rimane, dunque, l’Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord (NATO), che grazie alla sua presenza sul territorio con la missione Kosovo Force e l’implementazione di progetti tecnologici e scientifici potrebbe arrivare a offrire a Belgrado lo spazio di azione di cui ha bisogno per deporre l’ascia di guerra.

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