IL COLPO DI STATO IN AFGHANISTAN STA APRENDO LA STRADA AL BITCOIN

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Le recenti, drammatiche, vicende accadute in Afghanistan, culminate con la presa al potere dei talebani, hanno messo a durissima prova sia l’apparato finanziario che l’economia reale del Paese mediorientale. La gente comune, impossibilitata a prelevare denaro dalle banche e isolata a livello internazionale, ha visto nel Bitcoin una possibile via d’uscita. La disfatta occidentale nel Paese rischia infatti di trasformarsi in uno dei più grandi spot per l’ecosistema delle criptovalute.

In questo scenario di profonda crisi economica che sta investendo l’Afghanistan, il Bitcoin potrebbe essere non solo un mero strumento speculativo o un investimento per diversificare il proprio portfolio come accade nei Paesi ad alto reddito, ma anche uno metodo di sopravvivenza contro la svalutazione della moneta locale e l’iperinflazione che ne seguirà a breve. 

Cosa è successo in Afghanistan a livello macro-economico

La prima reazione del mercato finanziario alla presa di Kabul è stata la chiusura da parte della World Bank, dell’International Monetary Fund e dei principali organismi internazionali dei cosiddetti “rubinetti”, iniziata con l’interruzione dei servizi bancari transfrontalieri di MoneyGram e Western Union e poi proseguita con la sospensione del commercio della valuta nazionale.

La prevedibile conseguenza è stata il crollo di valore dell’Afghani, che a fine settembre 2021 vale la miseria di 0,0097 euro.

L’obiettivo, anche potenzialmente corretto a livello strategico, era quello di strozzare finanziariamente il regime bloccando le risorse a cui i talebani attingerebbero per governare il Paese, ma come poteva essere previsto chi alla fine ci ha rimesso di più sono stati i comuni cittadini.

La prima conseguenza a livello temporale di questi fattori ha ovviamente ridotto la liquidità del Paese, dal momento che circa 9 miliardi di dollari di riserve monetarie della Banca Centrale sono detenute all’estero e sono state congelate. Tanto per avere un paragone, il PIL non particolarmente elevato dell’Afghanistan è di circa 20 miliardi di dollari, di cui circa il 43% era composto da aiuti internazionali che ora rischiano di essere congelati e di non arrivare più nelle casse dello stato.

La corsa verso le Banche dei cittadini

La prima conseguenza di questi fattori è stata una drastica riduzione del denaro presente nelle banche del Paese. La mancanza di denaro ha inoltre spinto il governo a servirsi di quello depositato dai cittadini sui propri controcorrenti.

Sono state tante le immagini viste in televisione o suoi social delle persone ammassate davanti alle banche, ostacolate dalle forze di polizia locali, in un tentativo di recuperare quel poco denaro che fosse disponibile prelevare.

Ma le banche, come si è potuto vedere, erano spesso chiuse o incapaci di fornire il contante sufficiente a chi ne facesse richiesta.

Se prelevare Afghani in questo momento è complesso, sembra invece impossibile cambiare la valuta nazionale in dollari. E con un valore nominale così basso della moneta, le potenziali fughe all’estero sono ancora più ostruite.

Questa corsa alla liquidità, però, sta rendendo l’Afghanistan la terra perfetta per l’ascesa del Bitcoin, anche se non è per nulla scontato né semplice che ciò possa continuare a verificarsi nel lungo periodo.

Bitcoin come strumento di libertà

Il Bitcoin di natura è una moneta alternativa ma soprattutto non sottoposta al controllo di alcun governo.

Come spiega la CNBC in una sua analisi basata sui dati del Global Crypto Adoption Index 2021, nonostante il numero di possessori di criptovalute in Afghanistan sia sempre stato modesto, si è registrata una vera e propria impennata. Nel 2020 i tassi di adozione del Bitcoin nel Paese erano così bassi che la nazione neppure figurava nella sopracitata lista mentre tra fine giugno 2021 (ovvero quando si iniziava a prospettare una riconquista del potere dei talebani) e settembre 2021 è addirittura salito al ventesimo posto su 154 paesi.

L’impennata è caratterizzata soprattutto da un aumento di volume cambio sulle piattaforme peer to peerovvero quelle che mettono semplicemente in contatto compratore e venditore, con lo scambio che viene in un secondo momento con tempi e modi decisi direttamente tra di loro.

Sviluppando queste poche righe nel dettaglio, secondo gli esperti il Bitcoin potrebbe essere un bene per i cittadini afghani per diversi motivi.

  1. In primis, per scambiare/possedere il Bitcoin, come accennato, non serve il permesso di alcun intermediario. È impossibile per chiunque (governo talebano compreso) imporre qualsiasi tipo di limitazione alle transizioni in criptovalute, né di tipo quantitativo, né temporale, né geografico.

Ed ecco che il Bitcoin si dimostra quindi fondamentale per tutti gli afghani che vogliono sfuggire alle limitazioni economiche o dalle imposizioni governative imposte dal nuovo governo, anche in materia di libera circolazione di capitali, o che vogliono semplicemente impedire che qualcuno possa impossessarsi dei propri risparmi.

  • Il Bitcoin nel lungo periodo tende a non perdere valore o almeno a non perderlo per cause connesse alla politica nazionale. Certo non si può prevedere il futuro, specie a livello finanziario, ma almeno per il momento il valore in dollari del Bitcoin è stato migliore delle classiche valute fiat, ovvero, nel linguaggio economico, le monete cartacee inconvertibili, generalmente accettate come mezzo di pagamento in quanto dichiarate a corso legale
  • Terzo punto non da sottovalutare nel caso dell’Afghanistan, il Bitcoin consente ai cittadini che ne sono in possesso di inviare e ricevere facilmente denaro all’estero. Molti afghani stanno cercando di scappare dal proprio Paese ma le banche in difficoltà e la chiusura del sistema “Hawala”, che generalmente facilita le transizioni transfrontaliere-, rendono l’operazione complicata. Bitcoin potrebbe aiutare queste persone a ricevere/inviare rimesse dai parenti già all’estero.

Dunque in linea teorica l’accesso ai sistemi blockchain permetterebbe ai piccoli risparmiatori di sfuggire a questa condanna indiretta, che con gli anni potrebbe verosimilmente peggiorare le condizioni di un Paese già poverissimo.

Inutile dire che molti l’hanno capito, ma ci sono ancora problemi strutturali non trascurabili. Su tutti il fatto che l’utilizzo delle criptovalute richiede una connessione internet, e sembra che i talebani stiano tagliando pure quella. Sono diverse le app che fungono da wallet per i Bitcoin, quindi è sufficiente avere uno smartphone per poterle usare, ma in Afghanistan questo resta ancora un lusso per pochi. Inoltre, l’economia afghana è ancora ancorata al denaro contante, per cui le riserve virtuali non possono ancora essere utilizzate per acquistare beni di prima necessità.

Cambiando macro-area geografica, un aumento notevole delle criptovalute si è visto recentemente anche in Venezuela. Certo i due paesi non sono paragonabili, ma anche nello Stato sudamericano la popolazione, per proteggersi dall’iperinflazione, dall’instabilità politica e dalle sanzioni degli Stati Uniti ha iniziato a investire in Bitcoin ed Ether. 

Ma se i Bitcoin finissero nelle mani dei talebani?

Nessuno verosimilmente potrebbe impedire che un leader talebano possa avere un Bitcoin. Quello che spaventa a livello internazionale, e a riportarlo è anche il Wall Street Journal, è che se i talebani adottassero la criptovaluta come parte di una politica economica nazionale, questo potrebbe aiutare gli sforzi per eludere le sanzioni (Wall Street Journal).

In realtà l’Afghanistan non sarebbe neppure il primo Paese a pensare a criptovalute e monete virtuale come mezzo per eludere le sanzioni internazionali; ci hanno già pensato lo stesso Venezuela, con il presidente Maduro che ha persino rilasciato un proprio token sostitutivo del petrolio (Petro), e anche Corea del Nord, Iran e Cuba per bypassare sanzioni che si distendono dal campo finanziario a quello delle armi.

In questo momento la principale fonte di introito per il Paese rimane il commercio d’oppio, lo sfruttamento delle risorse minerarie e potenziali aiuti, probabilmente da Cina e Russia.

Chi invece sta usando le criptovalute per scopi eticamente più nobili sono le organizzazioni no-profit, che le accettano per trasferire fondi e aiuti alle famiglie afghane in difficoltà. 

Quello che sarà il futuro di questa espansione virtuale si vedrà meglio nei prossimi mesi. Intanto Roya Mahboob, amministratore delegato e fondatore dello sviluppatore di app Afghan Citadel Software Company con sede a Herat, ha affermato in un’intervista a Bitcoin Magazine che i Bitcoin hanno potuto aiutare molti afghani nelle ultime settimane, indipendentemente dal fatto che fossero fuggiti e avessero avuto bisogno di portare i loro risparmi con loro, o sono rimasti e avevano bisogno di un’alternativa alla valuta afghana.

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