LA SINDROME DELL’AVANA PARLA RUSSO?

Nelle ultime settimane, negli Stati Uniti, si è tornato a discutere della c.d. “sindrome dell’Avana”. Il riferimento è ai misteriosi disturbi neurologici che dal 2016 ad oggi hanno colpito oltre 200 funzionari dei principali apparati di sicurezza e politica estera della superpotenza (Cia, Pentagono, Dipartimento di Stato, Fbi). 

I primi casi noti della strana “sindrome dell’Avana” risalgono al 2016, quando alcuni agenti Cia di stanza all’ambasciata statunitense a Cuba (da qui il nome di sindrome dell’Avana) registrarono alcuni sintomi – forti mal di testa, nausea, vomito – di una misteriosa malattia.

Negli anni successivi centinaia di funzionari americani operativi in tutti e 5 i continenti, dalla Russia alla Cina, dalla Germania al Kirghizistan, dall’Austria alla Colombia, dall’Uzbekistan agli stessi Stati Uniti, sarebbero stati affetti dalla sindrome. Gli ultimi episodi sono stati segnalati nel 2021 in Vietnam e in India, in contemporanea alle visite della vice-presidente Kamala Harris ad Hanoi e del direttore della Cia William Burns nel subcontinente indiano.

Secondo uno studio condotto da un team di medici e scienziati delle Accademie nazionale delle scienze sui sintomi neurologici riportati da un campione di circa 40 funzionari del Dipartimento di Stato e circa 80 del Dipartimento di Difesa tra le possibili cause dei disturbi prese in considerazione (infezione, sostanze chimiche, fattori psicologici ed energia a microonde) la più plausibile sarebbe l’energia a radiofrequenza anche se gli scienziati non escludono “altri possibili meccanismi e ritengono probabile che una molteplicità di fattori (possa spiegare, ndr) alcuni dei casi studiati”. Tuttavia, sulla base dei dati esaminati non sono emerse prove di una diretta correlazione tra l’uso di energia a radiofrequenza e un attacco intenzionale compiuto con sofisticate armi da uno Stato terzo.

Il timore degli apparati della superpotenza è infatti proprio questo. Cioè, che quelli che essi stessi definiscono “incidenti sanitari anomali” per i quali la Intelligence Community ha vviato una apposita indagine interna, potrebbero rivelarsi in realtà attacchi frutto di operazioni di intelligence condotte da potenze straniere. Dal 2018, la Cia accusa in particolare la Russia come responsabile di attacchi a propri ufficiali condotti utilizzando armi ad energia diretta (directed energy weapons).

Queste strumentazioni sfruttano l’energia elettromagnetica ed emettono microonde in grado di causarecapogiri, perdita dell’equilibrio, disturbi visivi e uditivi, commozioni cerebrali, in alcuni casi permanenti. Secondo la Cia, sulla base dei dati di geolocalizzazione satellitare, agenti del GRU, il servizio di intelligence militare russo, si sarebbero trovati negli stessi luoghi di quelli che a Langley considerano attacchi e non incidenti. 

In particolare, una delle piste battute dagli apparati a stelle e strisce è quella del danno neurologico come conseguenza, dolosa o preterintenzionale, di azioni di intelligence finalizzate a sottrarre dati sensibili dai dispositivi elettronici (pc, smartphone) in uso ai funzionari Usa con l’impiego di armi ad energia diretta, progettate per disabilitare le apparecchiature elettroniche commerciali e i sistemi d’arma basati sulle comunicazioni elettroniche, come ad esempio gli sciami di droni. Un ambito in cui i russi, i cinesi e gli stessi americani sono all’avanguardia.

Mosca ovviamente nega ogni accusa e non sussistono prodotti di intelligence conclusivi sul tema. Le valutazioni degli 007 Usa rimangono indefinite riguardo le cause e gli scopi di questi attacchi. Nessuna pistola fumante dunque.

In ogni caso, la vicenda della c.d. “sindrome dell’Avana” non presenta valenza strategica. Ci troviamo chiaramente al livello tattico.

Da parte americana, la scelta di denunciare pubblicamente azioni che rivelano una falla nel meccanismo di controspionaggio, accusando più o meno esplicitamente la Russia, è funzionale a rafforzare la raffigurazione del Cremlino come attore maligno agli occhi dell’opinione pubblica domestica ed occidentale. Ad indurre i satelliti euro-continentali – Francia, Germania, Italia – ad avere meno remore nel denunciarne le intrusioni cibernetiche e spionistiche (vedi caso Biot in Italia).

Da parte dell’attaccante (sia esso russo o qualche altra potenza rivale degli Usa) si rientrerebbe invece nel novero delle operazioni da “zona grigia”, coperte e clandestine. Probabilmente, dietro ai primi casi registrati non casualmente proprio a Cuba potrebbe esservi stato il tentativo di un attore ostile alla superpotenza di ottenere l’espulsione dei suoi ambasciatori e delle sue spie dall’arcipelago caraibico.

I primi episodi della sindrome dell’Avana furono segnalati infatti nel dicembre 2016, 9 mesi dopo lo storico viaggio del democratico Barack Obama a Cuba, primo presidente a compiere un viaggio sull’isola dai tempi di Calvin Coolidge (1928). Trasferta che sanzionava la riapertura dei rapporti diplomatici con il regime dei Castro, ottenuta con la decisiva mediazione della diplomazia segreta del Vaticano di Francesco, funzionale nel medio termine ad inglobare nella sfera d’influenza americana l’isola posta geograficamente davanti allo strategico Golfo del Messico.

Da qui la possibilità per i rivali della superpotenza di avvelenare i rapporti bilaterali tra Washington e l’Avana. Di contribuire a sabotare la politica del disgelo promossa dall’amministrazione Obama. Obiettivo indirettamente centrato.

Nel settembre 2017, il Dipartimento di Stato, allora guidato dal trumpiano Rex Tillerson, chiudeva l’ambasciata Usa all’Avana. Prodromo del ritorno della massima pressione sanzionatoria giustificata sia da ragioni politico-elettorali (i voti dei cubano-americani, tradizionalmente su posizioni conservatrici, anti-socialiste e anti-castriste, sostenitori di una dura postura nei confronti del regime dell’ex madrepatria) e tattiche (indebolire il sostegno politico e spionistico offerto dall’Avana a Caracas).

I successivi episodi, verificatisi ai quattro angoli del pianeta, potrebbero invece esser state delle repliche, magari ad opera di soggetti diversi, di un copione rivelatosi fruttuoso per il suo regista.

Vito Fatuzzo

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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