LA CRISI POLITICA IN TUNISIA: IL POPOLO SI RIBELLA AL “COLPO DI STATO”?

Fonte: AlJazeera

“Il popolo vuole mettere fine al golpe”: è questo ciò che la popolazione tunisina ha intonato durante le proteste degli ultimi giorni contro il Presidente Kaïs Saied, accusato di voler reinstaurare un regime autoritario. Il popolo, tuttavia, non è unito.

Nella giornata di domenica, le strade di Tunisi hanno fatto da scenario ad una delle proteste più partecipate nel Paese da quando il Presidente Kaïs Saied, il 25 luglio scorso, ha rimosso dal suo incarico il Primo Ministro Hichem Mechichi per poi annunciare la sospensione del Parlamento – per soli 30 giorni, si era detto –, lo scioglimento del Governo e il conseguente accentramento su di sé dei poteri esecutivi.

Azioni che, giustificate da Saied in quanto necessarie per superare lo stallo politico e mettere fine alla crisi economica e sanitaria che vige nel Paese, da più parti sono state definite dei primi passi verso l’autoritarismo. 

Le proteste sono scoppiate in seguito all’annuncio nei giorni scorsi, da parte di Saied, di nuovi decreti che, a garanzia di un ulteriore rafforzamento del proprio potere, oltre a permettergli di governare grazie alla promulgazione di leggi sotto forma di decreti, prevedono la continuazione delle misure adottate a luglio che vedono sospeso il Parlamento, sospesa l’immunità per tutti i deputati e congelati i loro stipendi.

Si è posta fine, in questo modo, a quel sistema di “check and balances” fondamentale per ogni sistema democratico e previsto dall’ordine costituzione tunisino come stabilito con la proclamazione della Costituzione nel 2014, che ora Saied afferma di voler riformare.

A peggiore la situazione politica, oltre alla ribellione della popolazione, scesa in strada mostrando copie della Carta costituzionale chiedendo che essa venga rispettata e che il ruolo del Parlamento venga ripristinato, vi è la crisi interna del più grande partito politico tunisino, l’islamista moderato Ennahdha: nella giornata di sabato, infatti, più di 100 funzionari hanno annunciato le loro dimissioni in segno di protesta contro il leader del partito, Rachid Ghannouchi, e il suo entourage, accusati di non essersi opposti efficacemente al colpo di stato messo in atto da Saied.

La Tunisia, dopo la Rivoluzione dei Gelsomini del 2011, era stato uno dei pochi Paesi arabi a riuscire nell’intento di intraprendere il percorso verso l’instaurazione di una democrazia senza cadere in una crisi infinita di violenze, fame e povertà.

Eppure, a dieci anni dalla rivoluzione, il Paese stava vivendo un perdurante periodo di instabilità politica, sociale ed economica, caratterizzata dal peggioramento dei servizi pubblici e da un’inflazione galoppante unita ad alti tassi di disoccupazione – superiori al 15% e fino al 30% in alcune città –, ulteriormente esacerbata dalla pandemia di COVID-19, che ha visto conseguenze particolarmente gravi nel Paese nordafricano.

Il popolo tunisino, tuttavia, non si è mostrato unito contro le azioni del Presidente: se parte della popolazione si è ribellata a quello che è stato definito un colpo di stato, la mossa di Saied gode del sostegno di un’altra parte della stessa, che la ritiene necessaria per superare la paralisi politica e mettere fine alla stagnazione economica e alla crisi sanitaria. 

Eppure, la conseguenza delle operazioni del Presidente sarà più probabilmente quella di causare ulteriore incertezza a livello politico e portare al peggioramento dell’economia, oltre a minare le conquiste democratiche di quella che era ormai l’unica storia a lieto fine delle Primavere Arabe.

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