I PRIMI 25 ANNI DEL CONSIGLIO ARTICO

Dalla dichiarazione di Ottawa del 1996 sono passati 25 anni in cui il Consiglio Artico ha fornito una piattaforma di collaborazione e dialogo internazionale indispensabile per un artico pacifico e libero da conflitti armati.

Probabilmente aveva ragione Gorbacev quando nel suo celebre discorso di Murmansk nel 1987 immaginava la regione artica come una zona di pace in cui i dissidi tra Unione Sovietica e Stati Uniti sarebbero potuti venir meno: “It is possible to take simultaneously the roads of bilateral and multilateralcooperation. I have had the opportunity to speak on the subject of “our common European home” on more than one occasion. The potential of contemporary civilization could permit us to make the Arctic habitable for the benefit of the national economies and other human interests of the near-Arctic states, for Europe and the entire international community”.

In modo ancora più netto ed evocativo affermava: “Let the North Pole be a pole of peace”.Erano anni in cui l’Unione Sovietica intravedeva la fine e gli anni della guerra fredda avevano esacerbato il security dilemma e condizionato ogni teatro geopolitico mondiale.

Quella di Gorbacev era una visione, una visione di un artico libero dal conflitto perché già si intravedevano le possibilità e le potenzialità della regione che oggi sono in cima alle agende di Russia, Stati Uniti, UE, Danimarca, Norvegia e delle popolazioni indigene della regione artica. Così nel 1996, con la firma delladichiarazione di Ottawa, gli otto Stati artici si impegnavano in“provide a means for promoting cooperation, coordination and interaction among the Arctic States, with the involvement of the Arctic indigenous communities and other Arctic inhabitants on common Arctic issues”.

Ben presto la rappresentanza delle comunità indigene all’interno del forum si è rafforzata ed ha ottenuto lo status di membro permanente: nel 1998 è stato il turno della Aleut InternationalAssociation, nel 2000 dell’Arctic Athabaskan Council e delGwich’in Council International. Negli anni si sono anche costituiti gruppi di lavoro basati sulla cooperazione transnazionale su segmenti di ricerca e collaborazione specifica per la regione artica.

Le sinergie sviluppate all’interno del Consiglio hanno anche condotto alla firma di importanti trattati tra cui, nel 2011, l’Agreement on Cooperation on aeronautical and maritime searchand rescue in the Arctic che ha fornito una quadro normativo per le operazioni di ricerca e soccorso in base al territorio di pertinenza, nel 2013 l’ Agreement on cooperation on marine oil pollution preparedness and response in the Arctic, che rafforza la collaborazione tra gli Stati in caso di sversamenti di idrocarburi in mare, nel 2017 l’Agreement on enhancing International Arcticscientific cooperation che incentiva gli Stati a collaborare e a condividere dati scientifici in un’ottica di perfezionamento ecrescita di figure specifiche per l’ambiente artico.

Col passare degli anni è anche cresciuta la comunità del ConsiglioArtico, molti degli Stati non artici sono entrati a far parte in qualità di membri osservatori. Un processo non sempre fluido e scevro di critiche e perplessità, soprattutto in relazione alla partecipazione di potenze mondiali del calibro di Cina e Giappone.

Nell’evoluzione del Consiglio sembrano aver influito negli anni le caratteristiche stesse della regione: la rigidità del clima che rende la collaborazione da un punto di vista delle procedure di ricerca e soccorso necessaria, la transnazionalitàdegli eventi climatici e dell’impatto del cambiamento climaticoche rende obbligatorio il dialogo multilaterale, il quadro di sovranità territoriale ben definito, anche se non privo di contenziosi, fanno sì che quella immagine proiettata da Gorbacevnegli anni ’80 non sia poi così lontana.

Proprio i crescenti interessi in questa regione, che Gorbacev già prefigurava, la rendono estremamente rilevante e più che analizzare i successi che il Consiglio Artico ha conseguito negli anni, è importante sottolineare la necessità dell’esistenza di un forum in cui le criticità della regione vengono affrontate a livello multinazionale, che di certo risentono degli annosi contenziosi tra alcuni dei membri, ma si basano sulla radicata consapevolezzadella fragilità ambientale e del carattere profondamente multietnico della regione in cui, di fianco agli interessi delle grandi potenze, convive la lotta per la sopravvivenza di molte comunità indigene indissolubilmente legate all’ambiente circostante.

Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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