PROŠEK E PROSECCO, LA BATTAGLIA NELLA “PENISOLA OCCIDENTALE DEL CONTINENTE ASIATICO FONDATA SUL VINO”

Nei giorni scorsi, la Commissione Europea ha dato il via libera all’uso del nome “Prošek” per indicare il vino passito da dessert croato, da molti anni oggetto di disputa con la Regione Veneto per la decisiva assonanza con il termine “Prosecco”, il vino coltivato anche nelle colline venete divenute (con non poche difficoltà) Patrimonio dell’UNESCO nel 2019.

L’Esecutivo Ue, rispondendo ad un’interrogazione parlamentare dell’eurodeputata leghista Mara Bizzotto, ha autorizzato la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della domanda di registrazione della menzione tradizionale Prošek, richiesta dalla Croazia.

La notizia ha fatto il giro del mondo e ha scatenato non poche polemiche soprattutto tra i produttori del famoso vino veneto, che sostengono la possibilità per i consumatori finali europei ed internazionali di confondere le due specialità vinicole comportando forti ricadute soprattutto sul mercato vitivinicolo italiano, che ad oggi fattura nel mondo 2,4 miliardi di Euro.

Ora l’Italia ha due mesi di tempo per presentare eventuali ricorsi prima della decisione finale da parte della Commissione ma sarà una battaglia tutt’altro che semplice.

Il Prošek, infatti, non è un’imitazione volutamente ingannevole del “parente Made in Italy” ma un vero e proprio prodotto della tradizione dalmata che, come ha affermato l’enologo croato Andro Tomic, «viene prodotto da più di 2000 anni».

Di fatto, i due prodotti sono totalmente differenti sia per gamma di colori che per tipologia: il Prosecco è un vino bianco prodotto principalmente dal vitigno glera e che può essere di tre tipologie (tranquillo, spumante o frizzante) mentre il Prošek è un vino dolce, fermo, dai riflessi ambrati e molto simile ad un passito, prodotto nella Dalmazia centrale e meridionale.

La questione sta diventando una vera e propria battaglia politica tra i due stati dell’Adriatico, dal momento che il Ministro delle Politiche Agricole italiano ha annunciato proprio al G20 sull’Agricoltura svoltosi a Firenze la scorsa settimana che, d’accordo con i governatori di Veneto e Friuli Venezia Giulia, depositerà nei prossimi giorni le proprie obiezioni in merito.

Le certificazioni alimentari sono una delle tematiche che più incendiano gli animi patriottici presenti in ciascuno Stato membro. La volontà di voler proteggere il proprio territorio e i propri prodotti locali dalle ignobili imitazioni non è solo una questione economica ma soprattutto di principio legato alla salvaguardia del territorio d’origine e delle sue tradizioni nel rispetto del Regolamento (UE) n.1308/2013 sulle DOP e IGP.

Per di più, l’Italia affronta questa tematica con una ferita non ancora del tutto rimarginata avvenuta a seguito di una fervente battaglia con un altro Stato membro, l’Ungheria, riguardante la vicenda del vino Tokaj.

Uno dei problemi principali su cui si concentrerà lo Stato Italiano al fine di convincere l’Esecutivo Ue ad un ripensamento è sicuramente legato alla difficoltà di smascherare le imitazioni dei prodotti Made in Italy non solo sul territorio europeo ma soprattutto su quello internazionale, che riesce a fatturare oltre 100 miliardi di Euro.

Anche per questo motivo, la decisione della Commissione Europea potrebbe creare qualche problema a livello internazionale non solo al mercato italiano ma anche a quello europeo per quel che riguarda le relazioni con i Paesi terzi più forti dal punto di vista commerciale.

Il Ministro delle Politiche Agricole italiano ha già dichiarato al Corriere della Sera di essersi già appellato ai principi sanciti dalla Corte di Giustizia e applicati poi nel recentissimo caso del “Champanillo” spagnolo, triste imitazione del famoso spumante francese.

Ora non c’è che attendere il verdetto finale di questa guerra senza fine, che ha per oggetto non solo la tutela dei prodotti tipici locali ma soprattutto ciò che questi rappresentano per un territorio: l’identità, le tradizioni e quel senso di appartenenza così intimo che dobbiamo tutelare ma anche saper condividere con l’esterno, affinché non possa esserci una chiusura tra paesi ma solo un’integrazione più consapevole e rispettosa delle tradizioni altrui.

Soprattutto perché accumunata da origini (storiche e linguistiche) simili, tradizioni e prodotti alimentari altrettanto comuni, da cui possono sorgere equivoci e battaglie legali come queste. Dopotutto l’Europa non è che “una penisola occidentale del continente asiatico fondata sul vino”.

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