IL TRIPLICE SIGNIFICATO STRATEGICO DELL’ALLEANZA AUKUS

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L’annuncio dell’alleanza militare trilaterale Aukus (Australia, Regno Unito, Stati Uniti) conferma la definitiva scelta del campo americano compiuta dall’Australia nel 2020 nell’ambito della competizione strategica Usa-Cina. Rafforza la deterrenza nei confronti della Repubblica Popolare (Rpc). E rivela un messaggio implicito ai satelliti euro-continentali.

La nuova partnership strategica si concentrerà principalmente sullo sviluppo di una flotta di sottomarini a propulsione nucleare armati convenzionalmente (cioè con testate non atomiche) destinati all’Australia, tramite la condivisione delle tecnologie nucleari statunitensi e britanniche.

Evoluzione che nei prossimi decenni farà della nazione oceanica il settimo paese al mondo a disporre di tali sommergibili, dopo Usa, Gran Bretagna, Francia, Cina, India e Russia. Tutti stati nucleari a differenza dell’Australia, dal 2017 membro esclusivo, insieme a Canada e Regno Unito, della Us National Technology and Industrial Base. Segnale del rapporto di intimità che lega le nazioni dell’Anglosfera, dal momento che le grandi potenze tendono a custodire per sé le tecnologie nucleari – sancta sanctorum che Washington sino ad oggi ha condiviso soltanto con i “cugini” inglesi.

La nuova alleanza “anglo” segna anche la bocciatura dell’accordo da 40 miliardi di dollari concluso nel 2016 tra Canberra e Parigi per la fornitura da parte della transalpina Naval Group di 12 sottomarini ad attacco rapido e a propulsione convenzionale (diesel), rispetto ai quali quelli a propulsione nucleare assicurano una maggiore furtività, velocità ed autonomia.

Caratteristiche che li rendono ideali per condurre operazioni di intelligence e sorveglianza marittima. Il patto Aukus prevede anche l’acquisto di missili cruise Tomahawk a lungo raggio di fabbricazione statunitense da parte della Royal Australian Navy ed un approfondimento della cooperazione trilaterale in materia di intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, guerra cibernetica, integrazione delle basi industriali della difesa.

L’importanza strategica di Aukus è testimoniata dalle furibonde reazioni non solo dei cinesi, diretti destinatari del patto, ma anche dei francesi. L’ambasciata cinese a Washington ha denunciato la “mentalità da guerra fredda” dietro la nuova alleanza, mentre il governo pechinese ufficializzava la richiesta di aderire all’accordo commerciale transpacifico (Cptpp) a guida nipponica, erede del naufragato Tpp a trazione statunitense, spingendo a sua volta Taiwan a sollecitare l’Unione Europea ad avviare negoziati su un accordo commerciale.

Il governo parigino ha descritto Aukus come una deplorevole “pugnalata alle spalle” – ancora nel 2018 Emmanuel Macron parlava di un asse indo-pacifico franco-australiano intorno al quale dovevano ruotare potenze come India e Giappone. L’Esagono ha rilanciato il discorso sull’autonomia strategica europea (leggi francese), ha richiamato per consultazioni i propri ambasciatori a Washington e a Canberra ed ha annullato la sua partecipazione alle celebrazioni del 240esimo anniversario della battaglia del Chesapeake (1781), in cui le forze navali francesi sconfissero gli inglesi contribuendo alla vittoria delle tredici colonie nella guerra rivoluzionaria.

La valenza strategica dell’Australia per gli Usa

Il timore suscitato da una Cina sempre più assertiva ha costretto l’Australia a schierarsi pubblicamente con Washington contro il Dragone, di gran lunga suo primo partner commerciale, anteponendo gli interessi strategici a quelli economici. Canberra ha risposto fermamente alla durissima guerra politica, diplomatica e commerciale scatenata da Pechino in rappresaglia alla postura esplicitamente anti-cinese assunta da Canberra in campo tecnologico, mediatico e militare.

Ѐ proprio su quest’ultimo versante che l’Australia sta compiendo i passi più importanti nel quadro della strategia indo-pacifica Usa, in linea con il riorientamento strategico per “un Indo-Pacifico aperto, prospero e sicuro” perseguito da Canberra negli ultimi tre anni.

Nel teatro più caldo della competizione geopolitica sino-statunitense, centro demografico del pianeta e motore dei commerci globali, le tensioni con la Cina stanno aumentando e con esse i rischi di un futuro conflitto cinetico, volontario o involontario, ritenuto “altamente probabile” nel medio-lungo termine dagli apparati militari australiani e americani.

Nel 2020, il governo australiano ha annunciato un aumento del 40% (75 mld$) del budget della difesa per i prossimi dieci anni, con particolare focus su capacità cibernetiche offensive e difensive, veicoli senza equipaggio e missili a lungo raggio terrestri, aerei e navali, per rafforzare le capacità deterrenti delle proprie forze armate, come previsto dall’Aggiornamento strategico della difesa 2020.

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Lo scorso anno, le consultazioni ministeriali Australia-Usa (AUSMIN) hanno prodotto nuovi accordi per il potenziamento della cooperazione bilaterale in settori altamente strategici come lo spazio, la guerra elettronica e gli armamenti ipersonici. L’obiettivo è irrobustire l’interoperabilità tra le rispettive forze armate, esercitatesi lo scorso luglio insieme alle truppe sudcoreane nelle interazioni Talisman Sabre.

Canberra sta inoltre approfondendo i suoi legami politico-strategici anche con le altre due potenze del Quadrilatero Securitario (Quad), ovvero Giappone ed India, con le quali ha concluso accordi di cooperazione militare (Reciprocal Access Agreement) per il reciproco accesso di soldati, navi ed aerei da guerra alle rispettive basi nazionali, destinati ad innalzare il livello del coordinamento navale e logistico e l’intensità delle esercitazioni congiunte.

Per gli Usa, l’Australia costituisce un paese strategico, non solo per contrastare la penetrazione infrastrutturale cinese nel Pacifico sud-occidentale.

In uno scenario di guerra con la Rpc su Taiwan o nei Mari Cinesi, la geografia rende Giappone ed Australia i due perni estremi, rispettivamente settentrionale e meridionale, della rete di contenimento marittimo anti-cinese tessuta dalla superpotenza nell’Indo-Pacifico. Tokyo e Canberra offrirebbero le proprie basi alle forze Usa (a Darwin sono stanziati i gruppi rotazionali dei Marines) e le affiancherebbero in battaglia fornendo supporto logistico e navale, in attuazione della strategia americana di negazione distribuita del mare, finalizzata ad impedire alle forze navali cinesi di proiettarsi verso gli oceani Pacifico ed Indiano, attraverso lo sbarramento dei choke points che si dipanano lungo la prima catena di isole (carta 2) con attacchi missilistici terrestri, aerei e sottomarini. 

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D’altra parte, l’Australia non potrebbe sottrarsi alla chiamata statunitense alle armi. Essa, al pari di Giappone, Corea del Sud, Germania, Italia, Francia (per citare alcuni tra i principali “alleati” Usa) vive e prospera di esportazioni all’interno del sistema imperiale globale americanocentrico. Storicamente l’Australia ha ricavato la sua sicurezza economica e geopolitica dal controllo dei mari da parte di una talassocrazia esterna, ripagata con la partecipazione dei propri soldati alle guerre dell’egemone.

Dal XVIII secolo (inizio della colonizzazione britannica) al 1942 (ritiro della British Royal Navy dal Pacifico Occidentale) quella grande potenza navale fu l’impero britannico (mappa 3). Dal 1951, anno della firma del Trattato Anzus (Australia, Nuova Zelanda, Usa), Washington prese il posto di Londra quale garante della sicurezza e del benessere economico dell’arcipelago oceanico, dipendente dalla deterrenza estesa a stelle e strisce e dal commercio estero, quindi dalla libera navigazione delle rotte acquatiche garantita dalla Us Navy.

Tra Indo-Pacifico ed Euro-mediterraneo

Infine, il patto Aukus costituisce un segnale della bocciatura americana dell’approccio indo-pacifico della Francia, della sua tendenza ad agire in modo autonomo per rilanciare la sua granduer di potenza mondiale e proteggere i propri interessi e territori d’oltremare.

Per Washington i satelliti devono agire in modo coerente ai propri piani. Non casualmente Aukus è stato annunciato senza preavvisare Parigi ed in concomitanza al lancio della EU strategy for cooperation in the Indo-Pacific, che prepara una maggiore presenza navale dei paesi europei nell’Indo-Pacifico, investimenti infrastrutturali nel sud-est asiatico, in concorrenza con le nuove vie della seta, e un approfondimento dei legami commerciali e tecnologici con paesi come India, Giappone, Australia e Taiwan. 

Il patto Aukus fa dunque il paio con le dichiarazioni del capo del Pentagono Lloyd Austin, che a fine luglio ha sollecitato il Regno Unito, impegnato negli ultimi mesi a sponsorizzare la Global Britain con il lungo viaggiotransoceanico del Carrier Strike Group 21 dietro la facciata del contenimento marittimo della Cina, a concentrare le risorse militari dove possono essere più “utili” alla causa comune, cioè nel teatro atlantico ed euro-mediterraneo piuttosto che nell’Indo-Pacifico.

Qui i perni del contenimento cinese sono il Quad, i cui membri annunceranno una nuova partnership per la sicurezza delle tech supply chain critiche (dai semiconduttori al 5G/6G) in occasione del primo meeting fisico a livello di capi di Stato e di governo il prossimo 24 settembre, e Five Eyes (Usa, Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda), cui si aggiungono Filippine e Corea del Sud, quest’ultima in pieno riarmo missilistico su spinta washingtoniana.

Il mesto contributo dei soci euro-occidentali non cambierebbe l’equilibrio di potere nell’Indo-Pacifico. Ciò non vuol dire che questi paesi non dovranno inviare navi nella regione. Anche una presenza meramente simbolica fungerebbe comunque da elemento di discordia nei loro rapporti con Pechino, che recentemente ha negato il programmato accesso al porto di Shanghai alla fregata tedesca Bayern.

Come dichiarato dal presidente Joe Biden nell’annunciare al mondo Aukus, insieme al premier britannico Boris Johnson e al primo ministro australiano Scott Morrison, “si tratta di collegare gli alleati e i partner dell’America in modi nuovi (…) riconoscendo che non esiste un divario regionale che separi gli interessi dei nostri partner nell’Atlantico e del Pacifico”. La sfida con la Cina è globale, tri-oceanica. 

Il messaggio a stelle e strisce è diretto anche a noi italiani: coprite i nostri buchi occupandovi anzitutto del vostro giardino di casa, centrato sullo Stretto di Sicilia ed esteso geostrategicamente dallo stretto di Gibilterra a quello di Bāb al-Mandab, l’area ricompresa nel concetto di “Mediterraneo allargato” tanto caro ai nostri apparati militari.

In questi quadranti e nei Balcani, una maggiore chiusura alla penetrazione geoeconomica cinese in settori strategici come porti e tecnologie duali e un serio ingaggio geopolitico per contenere la baldanza turca e l’espansione dello hard power russopotrebbe rappresentare una strada per i principali paesi europei per sperare di ottenere concessioni e contropartite su altri dossier (la Germania su Nord Stream 2, gli inglesi sulla questione scozzese e su quella irlandese, italiani e francesi tra Maghreb e Sahel) ed una maggiore autonomia tattica-operativa, ma pur sempre all’interno della cornice strategico-militare disegnata dall’egemone globale.

Vito Fatuzzo

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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