PRIMO PROCESSO DEL TRIBUNALE SPECIALE PER IL KOSOVO: UN INIZIO SOTTOTONO CHE RISPECCHIA GLI INNUMEREVOLI PROBLEMI DELL’ISTITUZIONE

Fonte Immagine: laregione.ch

Dopo ben sei anni dalla sua istituzione, arriva il primo processo del tribunale speciale per il Kosovo. Al banco degli imputati Salish Mustafa, un ex comandante, non certo preminente, dell’UCK. La partenza dimessa del processo è sintomo di un malcontento che essa si porta dietro sin dalla sua nascita e che ci fa riflettere sui problemi che la giustizia di transizione spesso porta con sé. 

Il 15 Settembre si è aperto all’Aja il primo processo della Corte speciale per il Kosovo, istituita nel 2015 con il fine di indagare i crimini di guerra commessi tra il 1998 e il 2000 durante il conflitto che portò all’indipendenza, ancora molto controversa, del paese.  

Il primo ad essere processato è Salish Mustafa, arrestato il 24 Settembre 2020 a Pristina e accusato di detenzione arbitraria, trattamento crudele, tortura e omicidio durante il suo periodo di comando in un campo di prigionia a Zllash nell’Aprile del 1999. 

Un inizio dei lavori piuttosto sottotono dal punto di vista processuale; Mustafa non è infatti di certo uno dei nomi più altisonanti tra gli accusati, tra cui si annovera anche l’ex presidente Hashim Thaci. Anche dal punto di vista mediatico, la risonanza è stata scarsa, con un esiguo numero di giornalisti ad assistere alla prima giornata di processo.

L’avvenimento è sintomo di un’insoddisfazione nei confronti del tribunale che la caratterizza sin dalla sua istituzione. 

Nata nel 2015 sulla base di un rapporto del senatore svizzero Dick Marty datato 2010, che esplorava e puntualizzava i crimini commessi dall’UCK (l’autoproclamato esercito di liberazione albanese che portarono all’indipendenza del Kosovo), il tribunale è spesso accusato di avere un approccio antialbanese.

In effetti, sull’onda del rapporto che ne ha portato la costituzione, sono solo gli ex comandanti dell’UCK ad essere sotto accusa, una mancanza inaccettabile per molti cittadini kosovari che ha portato anche nei giorni scorsi ad alcune proteste contro la presidente del tribunale Ekaterina Trendafilova, interrotta da alcuni manifestanti durante una conferenza.  

A questo, si aggiungono svariati sintomi di inefficienza, primo tra tutti l’evidente ritardo per l’istituzione del primo processo: ben sei anni dopo la creazione del tribunale, e lo scandalo provocato dalla fuga di notizie a causa della quale sono stati svelati i nomi dei sospettati e quelli di molti testimoni chiave del processo.

Il tribunale sembra dunque trovarsi davanti ad una strada lunga e tortuosa. E pensare che la sua natura ibrida che aveva visto la Corte nascere dal parlamento kosovaro, ma con sede all’Aja, aveva l’intento di pacificare gli animi circa l’operato dell’istituzione, affievolendo la sensazione di una giustizia esterna, spesso provocata dai tribunali internazionali, e spesso fortemente osteggiata. 

Sembra nonostante tutto, che il Tribunale Speciale per il Kosovo si porti dietro le tipiche problematiche dei tribunali internazionali: la protezione dei testimoni; la percezione di un mandato parziale; l’incapacità, soprattutto nella percezione dei cittadini e in modo particolarmente critico in ex Jugoslavia, di distinguere la colpa del singolo dalla colpa di un “popolo”. Ancora, la giustizia di transizione fatica a trovare una dimensione riconosciuta e realmente funzionale alla ricostruzione post conflitto. Forse verrà il giorno, ma quel giorno non è oggi. 

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