NUOVO GOVERNO IN LIBANO, VECCHIE PROBLEMATICHE

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Dopo una fase di stallo durata più di un anno, viene costituito in Libano un nuovo esecutivo. Tuttavia, la crisi economica, politica e istituzionale, che il Paese affronta oramai da più di due anni, resta la priorità del nuovo governo.

Il Libano è stato privato di un governo per più di anno. A seguito delle dimissioni del Primo ministro Hassan Diab ad agosto 2020, dopo l’esplosione al porto di Beirut, si è faticato per la formazione di un nuovo esecutivo. Soltanto al termine di tredici mesi di trattative politiche, lo scorso 10 settembre il Primo Ministro Najib Mikati e il Presidente Michel Aoun hanno firmato il decreto per la formazione di un nuovo governo.

Tuttavia, il Libano affronta da quasi due anni una crisi politico-istituzionale, economica e sociale senza precedenti. Iniziata ad ottobre 2019 con manifestazioni popolari per esprimere un malcontento legato per lo più a problematiche di carattere socioeconomico, ha ben presto acquisito toni politici. Tuttavia, le speranze della popolazione sono costantemente disattese. 

La crisi economica che affronta il Paese, definita tra le più serie crisi economiche della seconda metà dell’Ottocento, non ha fatto altro che aggravarsi. Secondo i dati delle Nazioni Unite al giorno d’oggi circa il 78% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Inflazione galoppante, massicci licenziamenti, caduta della moneta locale (con una perdita pari a circa il 90% del suo valore), mancanza di carburante e medicinali sono solo alcune delle conseguenze. Problematica, inoltre, la totale dipendenza del Libano dalle importazioni: si pensi che attualmente il Paese acquisisce carburanteper lo più grazie agli aiuti iraniani (tramite Hezbollah in Libano), dimostrando, al contempo, mancanza di azione da parte dell’esecutivo.

Numerose sono quindi le sfide che il nuovo esecutivo dovrà affrontare, tra cui la crisi economica, appunto, e il malcontento popolare. Cruciale in questo quadro un possibile accordo con il Fondo monetario internazionale che potrebbe fornire la giusta spinta al Paese per uscire dalla fase di crisi sbloccando aiuti sostanziali.

Ancor più importante, risulterebbe, inoltre, una riforma del sistema politico e istituzionale. La problematica fondamentale del Paese è, infatti, il sistema confessionale su cui regge. Istituzionalizzato con la Costituzione del 1926, che introdusse il principio della rappresentanza su base comunitaria, e ribadito a Taʾif nel 1989 sulla base dell’ultimo censimento effettuato nel 1932, il sistema politico ha favorito lo sviluppo di un regime clientelare che ricorda il feudalesimo medievale. I rapporti privilegiati tra gli zu’ama, capi dei partiti confessionali sciiti, sunniti, cristiani e drusi, e la loro comunità di appartenenza hanno condotto il paese verso la miseria e favorito il dilagare della corruzione.

Anche questa volta, quindi, le nomine dei ministri non sono per nulla casuali e continuano a rispecchiare la logica di interessi di natura politica e identitario-settaria dei governi precedenti.

Martina Brunelli

Ciao a tutti, sono Martina Brunelli, laureata in Mediazione linguistica e culturale e attualmente laureanda in Relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’università degli studi di Napoli “L’Orientale”. Sono fluente in quattro lingue e la mia voglia di migliorarmi mi ha portata ad approfondire i miei studi a Siviglia (Spagna) e Rabat (Marocco). La mia collaborazione con lo IARI è iniziata ad ottobre 2019 spinta dal desiderio di mettermi alla prova e di comprendere al meglio l’ambiente socio-politico mutevole e dinamico della regione del Medio Oriente e Nord Africa, la macro-area di cui mi occupo nelle mie analisi per lo IARI. Scrivere per questo giovane think tank mi dà la possibilità di coadiuvare i miei interessi per le relazioni internazionali e gli equilibri geopolitici dell’area MENA al mio desiderio di crescita professionale. Mi permette, inoltre, di confrontarmi con un ambiente giovanile ma allo stesso tempo stimolante.

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