EGITTO. PRIMA STRATEGIA NAZIONALE PER I DIRITTI UMANI

Fonte Foto: arabnews.com (AFP)

Nella nuova capitale amministrativa che sta sorgendo a est del Cairo, il Presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi ha presentato la prima Strategia Nazionale per i Diritti Umani, nella “visione egiziana” da attuarsi nel quinquennio 2021-2026.

L’Egitto ha lanciato la prima Strategia Nazionale per i Diritti Umani, un piano quinquennale  che si fonda su alcuni pilastri fondamentali tra i quali «lo stretto legame tra democrazia e diritti umani» e il «bilanciamento tra diritti individuali e sociali». Frutto di una «filosofia egiziana che è basata sulla società» – afferma il Presidente Al-Sisi – la strategia è segno dell’impegno dello Stato egiziano a «promuovere e proteggere il diritto all’integrità fisica, libertà personale, esercizio dei diritti politici e libertà di espressione».

Il Rappresentante Permanente dell’Egitto alle Nazioni Unite a Ginevra, Ahmed Gamal El-Din, annovera tra i diritti umani la salute, l’istruzione, la sicurezza sociale, il lavoro, il cibo, l’acqua potabile e le identità religiose, indicando donne, bambini e anziani come destinatari principali del programma.

Durante la cerimonia il Presidente Al-Sisi ha evidenziato l’importanza per il paese di compiere il suo «processo naturale di sviluppo» con tempi propri che non necessitano né ammettono interferenze esterne di coloro che, con un approccio che ha definito “dittatoriale”, pretendono di porsi come modello cui uniformarsi, ritenendo le proprie capacità intellettuali e culturali «migliori di quelle degli altri». Parole molto forti che rifiutano “ricette” preconfezionate e che  appaiono un chiaro monito ai molti stranieri presenti, tra i quali diversi ambasciatori.

I toni e le reazioni alla tavola rotonda appaiono eccessivamente ottimisti e trionfalistici, se non inopportuni, per un Capo di Stato costantemente assediato da denunce per abusi delle sue forze di sicurezza e da pesanti critiche per la sua gestione autocratica del potere.

Nel suo discorso nessun riferimento a Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna in carcere da più di un anno mezzo, il cui processo ha avuto inizio lo scorso 14 settembre; nessun riferimento alla ricerca della verità sul rapimento, le torture e infine l’omicidio di Giulio Regeni, solo per citare due casi noti e di grande impatto mediatico.

L’azione del governo egiziano va in direzione opposta rispetto alle dichiarazioni programmatiche i cui buoni intenti rimangono per ora sulla carta. Le più importanti organizzazioni per i diritti umani nel mondo lanciano l’allarme e denunciano infatti il costante deterioramento dei diritti umani in Egitto: difensori dei diritti umani e dei diritti civili, giornalisti, artisti, politici e accademici sono stati detenuti arbitrariamente o sottoposti a maltrattamenti e torture.

In una lettera ai Ministri degli Esteri cento importanti organizzazioni hanno invitato i governi a guidare e sostenere la creazione di un sistema di monitoraggio e segnalazione sulla situazione nel paese che rappresenterebbe un passo importante per la visibilità delle violazioni e per la definizione delle responsabilità in chiave deterrente.

Trentuno stati[1] hanno raccolto l’appello sottoscrivendo una dichiarazione trasmessa alla 46ma sessione del Consiglio dell’Onu dei diritti umani in cui si esprime «profonda preoccupazione» per le massicce violazioni delle autorità egiziane, per le limitazioni alla libertà di espressione e manifestazione pacifica e si condanna l’abuso delle leggi antiterrorismo.


[1] Australia, Austria, Belgio, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Canada, Macedonia del Nord, Costa Rica, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Irlanda, Islanda, Italia, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Montenegro, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Repubblica Ceca, Slovenia, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia e Svizzera.

Carmen Corda

Laurea in Governance e Sistema Globale conseguita presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Cagliari con una tesi intitolata "Essere musulmani europei. Un'identità plurale e in divenire". Il suo principale ambito di ricerca riguarda la presenza musulmana in Europa, con particolare attenzione ai rapporti tra le comunità islamiche e gli Stati. Particolare attenzione è rivolta altresì all'area Vicino e Medio Orientale, nello specifico all'Egitto.

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