KABUL PREOCCUPA L’ASEAN

Source: https://www.medpagetoday.com/opinion/marty-makary/94315

L’occupazione dell’Afghanistan da parte dei talebani ha messo in allerta i governi dei Paesi sud asiatici, i quali temono un risveglio del terrorismo interno di matrice islamica.

L’abbandono dell’Afghanistan da parte delle truppe statunitensi e la presa di Kabul da parte dei militanti talebani non hanno solamente scosso l’intera stampa internazionale e messo ancora una volta a repentaglio la stabilità dell’area mediorientale.

Paesi apparentemente distanti dalla zona di disordine e conflitto mostrano le loro preoccupazioni in merito; preoccupazioni reali e di natura prettamente interna. Tra questi spiccano i membri del gruppo ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), i quali nel mese di agosto hanno sottolineato tramite dichiarazione congiunta: “L’importanza di un approccio collettivo e globale per far fronte al terrorismo e all’estremismo violento anticamera del terrorismo e della radicalizzazione”. 

Il terrorismo di matrice islamica non è infatti estraneo alla regione: sebbene solamente tre dei Paesi membri (Indonesia, Malesia, Brunei) risultino a maggioranza musulmana, le comunità riconducibili all’Islam sono presenti nell’intera area e spesso nascondono sedi di cellule terroristiche di notevole spessore.

Secondo alcuni osservatori, tale situazione è stata frutto da una parte dei continui disordini mediorientali che hanno ideologicamente introdotto all’interno dell’ASEAN, da sempre promotrice di un Islam moderato e liberale, una scuola di pensiero estremista e prevaricatrice; dall’altra della progressiva radicalizzazione di forme di buddhismo a sfondo politico che hanno portato a vere e proprie campagne di discriminazione e ghettizzazione delle comunità musulmane portando queste ultime a nutrire pericolosi risentimenti.

A oggi le tensioni generate dalle situazioni appena descritte paiono potenzialmente esacerbate dalla questione afghana, anche se gli studiosi in materia si dividono su quali effetti pratici la presa di Kabul avrà sui Paesi del sud-est asiatico.

Mentre alcuni analisti temono il risorgere nello Stato mediorientale di campi di addestramento terroristicirivolti ai militanti di tutto il mondo (come accadde a seguito del ritiro russo del 1989 per mano di al-Qāʿida), altri ritengono che il pericolo maggiore derivi in questo momento da ciò che è stata definita la propaganda victory.

In base a quest’ottica, la percepita vittoria dei talebani afghani sulle grandi potenze occidentali non porterebbe a un effettivo incremento di attività terroristiche sul territorio ASEAN poiché a differenza di quanto accaduto a seguito della guerra russo-afghana, oggi i talebani non parrebbero interessati né a rendere l’Afghanistan sede internazionale di reclutamento terroristico né a rifornire le organizzazioni terroristiche islamiche presenti all’estero di un qualsiasi tipo di sussidio.

La ragione di ciò risiederebbe nel fatto che i militanti afghani vedono quale causa primaria del loro ventennio di silenzio la decisione di aver permesso proprio ad al-Qāʿida di installarsi nel Paese e prendere il sopravvento sulla propria leadership.

A ciò si aggiunge il fatto che negli ultimi anni, diverse operazioni di antiterrorismo portate avanti dalle potenze sud asiatiche si sono mostrate estremamente efficienti nel combattere il terrorismo locale. Tra i Paesi che più di tutti si sono messi in moto per contrastare l’insorgenza di attentati di matrice islamica spicca sicuramente l’Indonesia, che nel corso degli ultimi anni è riuscita a ridimensionare l’operato di Jemaah Islamiyah (JI), gruppo terroristico sunnita addestrato in Afghanistan da al-Qāʿida e successivamente associato all’ISIL, ottenendo nel solo 2021 l’arresto di 308 sospettati di terrorismo, di cui il 37% era composto da membri del JI.

Nonostante tutto ciò, la “propaganda victory” potrebbe presentare un grave pericolo nel lungo termine. I gruppi o le cellule terroristici del sud-est asiatico che oggi risultano “dormienti” potrebbero imparare dall’esperienza afghana: attendere il momento giusto per attaccare il nemico anche a costo di rimanere ufficialmente inattivi per decenni sfruttando lentamente tutti gli errori e le debolezze di quest’ultimo.

È a questo punto necessario specificare come i gruppi di cui si è parlato e le situazioni sociali, economiche e politiche di ogni Paese membro dell’associazione asiatica presentino caratteristiche differenti fra loro.  Pare opportuno pertanto analizzare alcuni Stati nello specifico.

L’Indonesia, a cui si è già accennato, rappresenta il più grande Paese al mondo a maggioranza musulmana. Guidato da una Repubblica presidenziale che ha sempre sostenuto una visione dell’Islam moderata e rispettato le diverse fedi presenti nell’arcipelago, lo Stato di Giacarta ha comunque visto il sedimentarsi al suo interno di gruppi radicali tra i quali il sopracitato JI e il “Front Pembela Islam” (FPI).

Quest’ultimo, dopo essere stato riconosciuto illegale e pericoloso per la nazione nel dicembre 2020, sta guadagnando progressivamente popolarità grazie al suo carismatico leader Muhammad Rizieq Shihab, promotore dell’istituzione di un califfato indonesiano sul modello ISIS. L’Indonesia dovrà inoltre affrontare una nuova ondata di rifugiati provenienti dall’Afghanistan, i quali secondo il The Jakarta Post potrebbero rappresentare “minacce alla sicurezza”.

A differenza dell’Indonesia, la Malesia fatica invece a rimanere uno Stato laico. Numerosi decisori politici all’interno della Monarchia parlamentare paiono supportare sempre di più personaggi legati all’Islam radicale. Tra questi spicca Zakir Naik, musulmano indiano emigrato in Malesia, presidente della Peace TV (la più grande tv religiosa al mondo) e ricercato per terrorismo e incitazione all’odio nel suo Paese natale.

Sintomo della radicalizzazione malese è sicuramente il registrato aumento dell’utilizzo della Sharia anche nei confronti di persone non musulmane. Le autorità hanno fatto sapere di essere preoccupate per il ritorno nel Paese di connazionali precedentemente emigrati in Afghanistan.

Il Myanmar meriterebbe un’analisi a parte per la delicata questione della popolazione musulmana dei rohingya. Senza addentrarsi nell’argomento (ampiamente discusso in separate sedi), è sufficiente qui notare che la stessa “Rohingya National Army” (fondata nel 1998) ha recentemente rivendicato legami sia con al-Qāʿida sia con i talebani.

Altro caso eccezionale riguarda le Filippine, unico Stato asiatico a maggioranza cattolica, non per questo esente da attacchi terroristici di matrice islamica. Zona critica in tale contesto è l’isola di Mindanao, abitata prevalentemente dall’etnia musulmana dei Moro e teatro di sanguinosi conflitti e attacchi terroristici di diversa natura (tra i quali spiccano quelli suicidi, l’ultimo dei quali è stato registrato solo l’anno scorso).

Nonostante un accordo di pace siglato tra il governo e il Fronte di Liberazione Islamico Moro (2014), nel 2017 militanti dello Stato islamico hanno occupato la città di Marawi causando un conflitto risultato in circa un migliaio di morti tra soldati, civili e combattenti. Per tale ragione oggi le autorità filippine, tramite il proprio Segretario della Difesa, hanno dichiarato di essere in “piena allerta”.

Similmente alle Filippine anche la Tailandia non costituisce uno Stato a maggioranza musulmana ma buddhista, e come le Filippine possiede al suo interno una regione problematica: la provincia di Pattani. Oggi tale provincia ospita al suo interno un movimento insurrezionalista mirante all’istituzione nella regione di uno Stato Islamico con legami di natura terroristica confermati in tutto il sud-est asiatico.

A questo punto pare lecito domandarsi a quali potenze internazionali l’ASEAN potrebbe rivolgersi in caso di necessità se e quando il terrorismo islamico creerà nuovamente disordini nella regione. I Paesi del gruppo asiatico si sono sempre dimostrati neutrali nei confronti della nuova “lotta” per l’egemonia globale tra Stati Uniti e Cina, mantenendo buone relazioni diplomatiche con entrambi e Kamala Harris, vicepresidente della Casa Bianca, ha sostenuto di rispettare tali posizioni durante una serie di visite nel continente iniziate il 22 dello scorso mese con tappa a Singapore e in Vietnam. 

Obbiettivo ufficiale delle visite in questione era quello di rassicurare i partner asiatici circa gli impegni di difesa promessi dalla superpotenza occidentale, tuttavia molti osservatori hanno fatto notare come il discorso generale sia stato volutamente vago, dispersivo e ancora una volta incentrato al contenimento dell’espansione geopolitica cinese.

La politica di Biden nella regione sembra per diversi critici ricalcare le orme della passata amministrazione Trump, piuttosto che riallinearsi con quella che era stata la strategia dell’amministrazione democratica di Obama; e gli obbiettivi di Biden sarebbero stati messi in luce proprio dalle visite della vicepresidente, specialmente ad Hanoi.

Mentre infatti a Singapore sono state proposte iniziative valide (anche se imprecise), che vanno dalla lotta al cambiamento climatico alla cybersecurity, è stato specialmente in Vietnam che Harris ha criticato aspramente la politica estera di Pechino definendola “bullying” (in italiano, prepotente o intimidatoria) e ha chiesto esplicitamente al Paese in questione di “aumentare la pressione” sul Dragone, cosa che Hanoi non pare interessata a fare.

Parrebbe infatti che, mentre l’arrivo della vicepresidente americana nella capitale sia stato ritardato per questioni sanitarie, il primo ministro vietnamita Pham Minh Chinh avrebbe approfittato dell’occasione per incontrare l’ambasciatore cinese Xiong Bo. 

Non solo il Vietnam, ma anche il resto del gruppo ASEAN, parrebbe aver fatto maggior affidamento infatti sulle parole del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi durante l’ultimo incontro della Shanghai Cooperation Organization (SCO), di cui ASEAN è osservatore, tenutosi in Uzbekistan tra il 15 e il 16 luglio di quest’anno.

Argomento centrale dell’incontro è stata per l’appunto la questione afghana, in merito alla quale il ministro Yi ha formulato diverse iniziative. Dopo aver accusato gli Stati Uniti di aver dato inizio ai disordini per poi abbandonare completamente il Paese, il delegato di Pechino ha chiesto allo SCO e ai Paesi presenti di compiere sforzi congiunti per combattere il risorgere del terrorismo sia in Afghanistan sia nei Paesi confinanti o a rischio; promuovendo al contempo una maggiore collaborazione internazionale in diversi ambiti, da quello economico a quello sanitario, al fine di permettere alla popolazione afghana di sopravvivere e stabilizzarsi.

In conclusione, se da una parte la caduta di Kabul non dovrebbe rappresentare un grosso problema per l’ASEAN, dall’altra non si esclude una progressiva radicalizzazione dei governi, partiti o gruppi sud asiatici legati al mondo del terrorismo islamico. Tutto ciò sempre sullo sfondo di una nuova Guerra Fredda che pare incentrarsi esclusivamente sui propri obiettivi.

Martina Usai

Laureata triennale in Lingue, Culture e Società dell'Asia e dell'Africa Mediterranea (LICSAAM) indirizzo "Cina" e magistrale in Relazioni Internazionali Comparate (RIC) indirizzo Asia Orientale all'università Ca'Foscari di Venezia. Membro di redazione dello IARI per la sezione Asia, con focus sui Paesi del gruppo ASEAN e Corea.

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