LE VULNERABILITÀ NASCOSTE: L’EVASIONE DA GILBOA

Fonte foto: https://www.aljazeera.com/news/2021/9/6/six-palestinians-escape-from-high-security-prison-in-israel

Lo scenario profilatosi la settimana scorsa ha fatto nascere nuove preoccupazioni per Israele. Sei prigionieri palestinesi sono evasi dalla prigione di Gilboa, un carcere israeliano di massima sicurezza. Questo episodio ha messo in discussione la reputazione della sicurezza e della difesa di Israele, oltre ad aver innescato nuove rivolte nel paese.  Squadre di ricerca e tutte le forze di sicurezza israeliane sono intervenute per catturare i fuggitivi e per limitare la violenza nelle numerose manifestazioni in favore dei detenuti.

La sicurezza e la difesa israeliana

È risaputo che sul piano internazionale Israele è una potenza tecnologica: il paese basa la propria economia su specifici settori che riguardano la cyber security, l’intelligenza artificiale, l’aviazione e l’energia. Questa rivoluzione ha influenzato completamente la strategia a lungo termine di Israele, rendendolo uno dei paesi più capaci e pericolosi sul piano militare.

Risultano evidenti negli anni i cambiamenti nell’industria militare e nell’industria della difesa che hanno mostrato costanti miglioramenti di apparecchiature moderne e incredibilmente innovative. 

La sicurezza (interna e internazionale), così come i reparti di intelligence israeliani, sono da sempre ritenuti affidabili, pieni di risorse e quasi “impenetrabili”. 

Allo stesso tempo, però, si registra una grande vulnerabilità: da una parte la nazione è una potenza influente ed offensiva, dall’altra è invece costretta ad assumere una posizione difensiva, visti i numerosi nemici regionali che la circondano. A causa di questa triste realtà, sicurezza e tecnologia sono andate sviluppandosi di pari passo e hanno mostrato la resilienza e la volontà israeliana di dominare la regione mediorientale.

La sicurezza interna, tuttavia, è frutto di continue preoccupazioni, per via degli scontri duraturi con i Palestinesi e delle proteste che non sembrano avere fine, ormai da tempo. 

Con l’emergere di minacce di attori statali e non statali, provenienti da vari paesi del Medio Oriente, la reazione di Israele è stata quella di migliorare la propria difesa con la creazione del famoso Iron Dome, “la cupola di ferro”. 

Questo sistema, che ha attirato l’attenzione globale, ha la capacità di rilevare, analizzare ed intercettare numerosi tipi di minacce, tra cui missili guidati, missili da crociera e aeromobili a pilotaggio remoto, fino a 70km di distanza. L’obiettivo è quello di prevenire attacchi indiscriminati e proteggere la popolazione civile.

Anche il nuovo primo ministro israeliano, Naftali Bennett, eletto nel 2021 e definito “Mr. Security”, non vuole limitarsi ad una semplice de-escalation di violenza, ma ad un aumento di risorse economiche, militari e tecnologiche per potenziare i sistemi di difesa israeliani.

Tuttavia, l’attenzione per la sicurezza sembra essere scomparsa nella prigione di Gilboa, che lunedì scorso ha visto l’evasione di sei prigionieri palestinesi, rilevando falle nel sistema di sicurezza israeliano. 

La prigione di Gilboa

La prigione di Gilboa è un carcere di massima sicurezza situata a nord di Israele, vicino le città di Jenin e Nazareth. Èstata istituita nel 2004, prima del termine della Seconda Intifada che ha visto scontrarsi ancora una volta palestinesi ed israeliani, incapaci di trovare un accordo di pace stabile e duraturo.

Il carcere è conosciuto come “The Safe”, una delle prigioni più sicure del paese, e ospita numerosi membri dell’Islamic Jihad e di gruppi militanti palestinesi. 

Il 6 settembre scorso alcuni contadini hanno segnalato alle autorità israeliane di aver visto uomini sospetti che fuggivano dalla prigione, passando per i campi agricoli. Questa informazione è stata poi confermata dallo staff della prigione, che ne ha accertato la scomparsa.

I protagonisti di questa vicenda sono membri di gruppi militanti palestinesi, a cui le forze di difesa israeliane hanno dato la caccia per anni.

I sei detenuti sono ritenuti molto pericolosi, particolarmente Zakaria Zubeidi, il leader delle Brigate dei martiri di al-Aqsa, un gruppo armato legato al partito politico Al-Fatah. 

Gli altri fanno parte del Movimento per il Jihad Islamico in Palestina, un gruppo radicale islamico, attivo specialmente a Gaza, che si oppone al coinvolgimento politico con Israele e punta alla sua totale distruzione. 

Il piano di evasione dalla prigione di Gilboa è stato organizzato nei minimi dettagli, mostrando anche un possibile aiuto esterno. 

I sei detenuti condividevano la cella e conoscevano bene i difetti strutturali della prigione. 
Da quasi un anno avevano iniziato a scavare un tunnel, partendo dal pavimento della loro cella, e dopo averlo attraversato hanno coordinato la loro fuga con alcuni soggetti esterni, che gli hanno fornito nuovi indumenti, armi e una macchina. In seguito alla scoperta dell’assenza dei detenuti, è iniziata “la caccia all’uomo”. 

Numerosi checkpoints sono stati posizionati vicino l’area della prigione e sono stati chiamati ad intervenire anche i militari e lo Shin Bet per aumentare le probabilità di trovare gli ex prigionieri, dato che si temeva una loro fuga all’estero, o nell’ipotesi peggiore, la decisione di organizzare attentati terroristici sul territorio israeliano. 

Lo scorso fine settimana, quattro prigionieri (tra cui anche il detenuto Zubeidi) sono stati catturati dalle autorità israeliane che li hanno in custodia. 

In questa settimana infernale, nel paese, sono scoppiate manifestazioni e proteste a Gaza e a Gerusalemme Est per esprimere solidarietà ai fuggitivi.

Conseguenze pericolose

Non appena la notizia dell’evasione dei detenuti si è diffusa, il popolo israeliano e palestinese ha avuto reazioni diametralmente opposte. 

Da una parte troviamo Naftali Bennett e il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, delusi dal grave incidente della prigione, ma convinti che la caccia all’uomo porterà risultati positivi nel più breve tempo possibile. Gantz, durante un suo incontro con i membri dello Shin Bet e dei reparti di intelligence, ha voluto sottolineare l’importanza di aumentare i controlli vicino ai confini e rafforzare la cooperazione di tutte le forze di sicurezza per rendere più efficienti le ricerche.

Dall’altra parte invece troviamo le famiglie dei detenuti e i membri dei gruppi militanti palestinesi in estasi per la loro evasione. L’Islamic Jihad ha definito i fuggitivi “combattenti per la libertà” descrivendo la loro fuga come “eroica” e scioccante per il sistema di difesa israeliano, mentre il portavoce di Hamas l’ha ritenuta una grande vittoria, fondamentale per sconfiggere il nemico. Anche per via di queste opinioni divergenti, le conseguenze dell’evasione sono state particolarmente gravi. 

In altre prigioni, molti detenuti appartenenti al movimento dell’Islamic Jihad hanno dato fuoco alle loro celle dando il via a numerosi riots, che mostrano grande solidarietà ai fuggitivi palestinesi. Subito dopo, i familiari dei detenuti sono stati interrogati ed in seguito arrestati. 

Questa situazione ha causato molta tensione nelle città di Ramallah, Hebron, Nablus e Betlemme dove hanno preso piede svariate manifestazioni per dimostrare supporto e appoggio ai fuggitivi che hanno sofferto di violenze all’interno della prigione di Gilboa. 

Tra canti di “libertà” e bandiere della Palestina, l’esercito israeliano è intervenuto per fermare queste proteste usando lacrimogeni e proiettili di gomma. 

Un ulteriore episodio è avvenuto lo scorso venerdì, giorno dichiarato dai palestinesi come “day of rage”. Gli scontri hanno dimostrato la rabbia dei palestinesi nei confronti delle misure prese contro i detenuti e come l’attrito tra i due popoli sia costante e quasi impossibile da ridurre.  

Questa evasione è stata molto significativa: ha mostrato le vulnerabilità e i difetti del sistema di sicurezza israeliano e ha portato alla luce vecchie ferite (mai rimarginate). 

La ricerca degli altri detenuti continua, così come continuano gli scontri incessanti tra due popoli che fanno di tutto per ottenere la libertà, ma non riescono ad ottenerla. 

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