ERRORI E LEZIONI NELLA VENTENNALE GUERRA GLOBALE AL TERRORE

Fonte Foto: The National Interest

Fonte: The National Interest

Non c’è mai stata una guerra prolungata di cui un paese abbia beneficiato”,

Sun Tzu, L’arte della guerra

PARTE I: https://iari.site/2021/09/09/errori-e-lezioni-nella-ventennale-guerra-globale-al-terrore/

A differenza della fisica, la storia non segue leggi scientifiche. Due assunti, tuttavia, possono essere dimostrati. Non invadere la Russia e non invadere l’Afghanistan. Nessun impero infatti è storicamente riuscito a sottomettere le genti che abitano le terre dell’Hindu Kush. Non gli inglesi durante le guerre afghane nel XIX secolo (1839-1842; 1878-1881) nel contesto del Grande Gioco con gli zar cui impedire l’accesso ai “mari caldi” tramite il controllo dell’Asia centrale e dell’India. Non i sovietici nel XX secolo (1979-1989), né gli americani nel XXI (2001-2021). Quanto alla Russia, basterebbe rivolgersi a Napoleone e a Hitler. In entrambi i casi, Stati diversi per cultura e per potenza hanno commesso i medesimi errori, sottovalutando le vicende altrui.

La storia, sosteneva Cicerone, è “testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità” ((De Oratore II, 9).

Il grande avvocato e politico romano intendeva sottolineare la forza ammonitrice dell’esperienza storica come ausilio per gli uomini e le collettività a non ripetere i medesimi sbagli nel corso dei tempi. Ma le nazioni, al pari degli esseri umani, sono guidati dalle passioni e dal sentimento, non solo dalla ragione. Perciò tendono a sottovalutare i vincoli della geopolitica e le lezioni della storia.

La guerra globale al terrore (GWOT) c’è ne offre alcune.

1. La prima lezione di questi vent’anni è che il terrorismo è fenomeno impossibile da sradicare completamente sul piano securitario. Esso può essere solo contenuto, spiato e prevenuto. Per sconfiggerlo è imperativo drenare le condizioni politiche e socioeconomiche sulle quali prolifera l’ideologia fondamentalista e vittimista: esclusione e discriminazione di minoranze etno-religiose, mancanza di opportunità di ascesa sociale ed economica, risentimento per corruzioni e repressioni del dissenso.

 Nessuna guerra al terrorismo potrà mai avere un finale netto sul campo di battaglia. Perché il terrorismo è un’idea, un metodo di lotta politica da sempre usato da attori, statuali e non, relativamente deboli che puntano sull’effetto sorpresa, sulla paura e sull’intimidazione per superare le difese di un soggetto superiore sul piano convenzionale, creando allarme all’interno della sua opinione pubblica, accrescendo la percezione di questa della forza del terrorista– Percezione ulteriormente ed indirettamente rafforzata dalla potenza diffusiva ed esaltativa delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e dalla sensazionalità del sistema delle breaking news.

Il terrorismo non costituisce in sé un attore geopolitico e contro attori non statali transnazionali anche la classica deterrenza nucleare entra in cortocircuito. Non si invadono paesi per combattere il terrorismo. Esso è materia d’intelligence e di operazioni coperte. Non di eserciti.

Di più. Le organizzazioni terroristiche non rappresentano una minaccia strategica (leggi esistenziale), come la Germania nazista o l’Urss, perché rimangono sotto la soglia dell’obiettivo militare essenziale degli Stati Uniti di “impedire a qualsiasi potenza ostile di dominare una regione le cui risorse, sotto un controllo consolidato, sarebbero sufficienti per generare potere globale”. 

Winston Churchill sosteneva che “gli Stati Uniti fanno sempre la cosa giusta, dopo che hanno esaurito tutte le alternative”. Dopo decenni di impegno sul campo, tra mille contraddizioni ed opposizioni, una parte dell’establishment della difesa e della sicurezza nazionale sembra aver compreso questi assunti, cambiando l’approccio tattico della superpotenza all’antiterrorismo.

Fondandolo sulle capacità over the orizon (proiezione aerea a lungo raggio, droni, satelliti), per decapitare i vertici jihadisti (mowing the grass, “tagliare l’erba”, nel gergo del Pentagono). Nel Sahel, in Somalia, Yemen, Afghanistan, Iraq, Siria, gli Usa hanno alleggerito nell’ultimo lustro l’impronta dei boots on the ground (mappa 1), ricorrendo a piccoli contingenti delle forze speciali ed utilizzando come forze di terra gruppi autoctoni (ad i curdi Peshmerga), addestrati e supportati logisticamente da militari e contractors Usa e Nato (mappa 2). 

Come si legge nelle pagine della Interim National Security Strategic Guidance dell’amministrazione Biden: “la forza militare dovrebbe essere utilizzata solo quando gli obiettivi e la missione sono chiari e realizzabili, quando la forza è abbinata a risorse adeguate e come parte di una strategia sistemica ed integrata, quando è coerente con i nostri valori e con le nostre leggi e con il consenso informato del popolo americano”.

Gli Usa non possono più permettersi costosissimi interventi militari con i quali perseguire cambi di “regimi canaglia” o improbabili ricostruzioni del Grande Medio Oriente in senso democratico. Operazioni a-strategiche il cui contrasto avrebbe richiesto risorse e mezzi superiori rispetto ai fini, rendendo insostenibile l’impegno americano nel medio-lungo termine. Azioni che hanno prodotto contraccolpi politici e fiscali per la classe media americana. Meglio concentrarsi sul contenimento attivo dei conflitti, limitandosi ad operazioni di antiterrorismo e controproliferazione sostenibili politicamente. 

Sono gli stessi americani, stanchi delle infinite perché invincibili “guerre per sempre”, ad aver prodotto la maturazione imperiale della superpotenza. L’egemone globale deve ricorrere allo strumento militare solo come extrema ratio, quando sono in gioco interessi nazionali vitali, intervenendo chirurgicamente quando l’equilibrio di potere regionale viene messo in pericolo (offshore balancing), sfruttando le proprie impareggiate capacità di proiettare potenza aeronavale, con e senza equipaggio, in modo rapido e letale ai quattro angoli del pianeta entro un’ora dal sorgere di una minaccia (dottrina del Prompt Global Strike).

Secondo la dottrina dello smart power, sviluppata dai politologi Joseph S. Nye e Suzanne Nossel, gli Usa devono agire il più possibile da remoto. Usando tutte le leve del potere (economiche, finanziarie, diplomatiche, mediatiche, intelligence) prima di ricorrere alla forza e guidando da dietro gli agenti del cambiamento interni ai paesi satelliti e funzionali agli interessi americani, affinchè questi attori contribuiscano con le proprie risorse ed energie ad eseguire sul piano tattico la strategia Usa.

2. La seconda lezione dell’esperienza americana nella GWOT è che democrazia e diritti umani non sono (purtroppo) valori universali. Sono principi di governo nati in Occidente (prima in Francia, poi negli Stati Uniti), dove l’individuo rappresenta la pietra angolare della nazione. Difficilmente esportabili presso altre civiltà che pongono la tribù, il clan, la comunità al centro della vita sociale, che non hanno storicamente conosciuto teorie come quella della separazione dei poteri (altra invenzione dell’Occidente, risalente alle lotte tra Papato ed Impero), prive di vaste classi medie che nella nostra parte di mondo sono state i motori dei processi di democratizzazione. Lo stesso principio vale per il nation building.

La nascita di una nazione è un processo secolare e faticoso che richiede il sedimentarsi di un sentimento di comunanza per generazioni e generazioni, dopo la violenta imposizione di una collettività su un’altra. Non bastano 20 anni. Soprattutto, la nazione non può essere creata dall’esterno, come dimostrato dallo scioglimento dell’esercito afghano davanti all’avanzata talebana.

Quando Joe Biden contrappone il successo dell’operazione antiterrorismo “per degradare la minaccia terroristica di al Qaeda in Afghanistan e uccidere bin Laden”, al fallimento nella decennale opera di costruzione della nazione “per superare secoli di storia e trasformare l’Afghanistan” o quando dichiara che dietro alla scelta del ritiro vi è la necessità di “porre fine a un’era di grandi operazioni militari per rifare altri paesi”, nella quale una “missione di antiterrorismo in Afghanistan” è stata trasformata “in una controinsurrezione, nella costruzione di una nazione, cercando di creare un Afghanistan democratico, coeso e unificato, qualcosa che non è mai stato fatto nei molti secoli di storia afghana”, coglie il punto. Il voler trasformare manu militari una società arcaica in una democrazia funzionante avrebbe richiesto un impegno senza meta a tempo indeterminato. 

Ragion per cui gli esperimenti di esportazione militarizzata della democrazia e di nation building sono miseramente falliti al prezzo di enormi costi reputazionali, umani (più di 7.000 soldati Usa e quasi un milione di civili morti) e finanziari (oltre 6,4 trilioni di dollari spesi nelle “guerre per sempre”).

Perché obiettivi al di là delle possibilità americane, disconnessi dai vincoli geopolitici, storici, religiosi e culturali locali. Percepiti come una sorta di neocolonialismo da una parte degli autoctoni.

Al di fuori dell’Occidente gli americani ci riuscirono solo in Giappone, al prezzo di due bombe atomiche, ed in Germania dopo la tragedia della Shoah e della seconda guerra mondiale. Cioè al termine di una guerra strategica, di sistema. Seppero estirpare la radice dei totalitarismi e dei militarismi riplasmando interamente la società del nemico. Occupandone militarmente il territorio. Innestandovi il seme del pacifismo.

Ma in quei contesti storici e culturali gli americani incontrarono pur sempre dei terreni fertili alla penetrazione di valori occidentali o comunque degli Stati-nazione dotati di burocrazie ed istituzioni efficienti e di popolazioni etnicamente coese.

3. La terza lezione della GWOT è mai confondere morale e strategia. Quando la prima supera i confini della seconda si ottengono risultati catastrofici. Perché in guerra il perfetto può essere nemico del bene e la sottovalutazione delle realtà geografiche, storiche, politiche, sociali e culturali è una strada per il fallimento sul piano militare.

Come sottolineato da George Friedman, “la guerra non è un’azione progettata per fare del bene. È l’uso di una forza schiacciante contro un avversario che minaccia l’interesse fondamentale della tua nazione. La guerra non è un atto di carità per amici meritevoli, né un atto di vendetta per un nemico feroce”.

 Gli Usa hanno spesso confuso i due piani, ficcandosi in conflitti civili altrui per ragioni morali e tattiche controproducenti. Entrarono in Vietnam per contenere l’espansione dell’influenza sovietica e dell’ideologia comunista in Indocina secondo la c.d. “teoria del domino”, temendone la successiva penetrazione nel sud-est asiatico.

Fallirono perché non compresero le reali motivazioni di una guerra civile scaturita negli anni ’60 e nata sotto forma di guerra di indipendenza contro il dominio coloniale francese negli anni ’50. Errore ripetuto in Afghanistan e in Iraq, sotto il vessillo della guerra a

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