LA STRETTA CINESE SULL’INDUSTRIA DELL’INTRATTENIMENTO

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La Cina sta imponendo misure restrittive all’industria dell’intrattenimento. 

Aggiustare i redditi eccessivamente alti per incoraggiare la promozione di una prosperità condivisa. Sono questi i propositi di Xi Jinping enunciati lo scorso 17 agosto, data in cui si è riunita a Pechino la Commissione Centrale per gli Affari finanziari ed economici.

L’espressione “Prosperità condivisa” o gongtong fuyu non è nuova: il suo primo uso risale a un articolo del 1953 pubblicato sul giornale “Quotidiano del Popolo” che illustrava due vie di sviluppo e progresso al popolo cinese, quella del capitalismo e quella del socialismo, denigrando la prima perché non avrebbe permesso a tutti i cittadini di acquisire eguale ricchezza e avrebbe creato divari tra la popolazione.

L’obiettivo della via socialista era la collettivizzazione dei mezzi e delle risorse produttive per il bene comune, da cui scaturì il cosiddetto “Piano quinquennale” ideato da Mao e dal Partito Comunista sulla base del sistema economico socialista della Russia di Stalin. 

A seguito della pandemia da COVID-19, tra il 2020 e il 2021 Pechino e i media cinesi come Baidu hanno promosso più volte il concetto di “Prosperità condivisa” e il Partito Comunista ha iniziato a stringere la propria morsa sull’industria tecnologica e su quella dell’intrattenimento.

Riguardo a quest’ultima, uno degli esempi più eclatanti è la multa di ben 46 milioni di dollari all’attrice Zheng Shuang, colpevole di evasione fiscale. Sono stati bloccati anche diversi gruppi online di fan cinesi dei gruppi k-pop sudcoreani come BTS, Blackpink ed EXO, colpevoli, secondo il governo, di raccogliere illegalmente somme di denaro esorbitanti che avrebbero rafforzato quell’idolatria nei confronti di questi personaggi della musica e dello spettacolo che il PCC condanna apertamente, apparentemente per permettere alle star di poter condurre una vita più normale e senza pericoli causati dai fan. In realtà, anche quest’aspetto propagandistico è funzionale a rendere gli idols più “conformi” al resto della società.

Stando a quanto riferito dalla National Press and Publication Administration e dalla Cyberspace Administration of China, sono state applicate restrizioni anche all’industria dei videogiochi, accusata dal governo di alimentare la dipendenza da essi.

In effetti, la dipendenza dai videogiochi è una piaga sociale estremamente diffusa nella Repubblica Popolare e un’ottima motivazione per il Partito per esercitare il controllo su queste industrie in modo legittimo. In seguito alle restrizioni governative, i minorenni potranno giocare online soltanto tre ore complessive nel fine settimana e in fasce orarie ben precise. Inoltre, sono state vietate le uscite e la diffusione sul mercato di nuovi videogiochi. 

Partendo da quanto analizzato in precedenza, sono emersi due punti: il primo è che il Partito Comunista Cinese è deciso a restaurare la propria immagine sia agli occhi dei suoi cittadini, sia davanti all’opinione pubblica internazionale; il secondo è che mira a mettere in difficoltà i mercati stranieri dell’intrattenimento, specialmente quello sudcoreano, quello giapponese e quello statunitense.

Queste tre potenze appena citate sono alleate su molti fronti (per esempio la denuclearizzazione della Corea del Nord), quindi le scelte del leader supremo e del Partito Comunista in materia non sono state prese per caso. 

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