LA KOSOVO FORCE È ANCORA UN’OPPORTUNITÀ PER LA NATO

Fonte Foto: https://www.ana.it/lalpino/alpini-in-kosovo/)

Con il ritiro delle truppe occidentali dall’Afghanistan, la Kosovo Force (KFOR) è diventata la più grande operazione della NATO, con un numero di Paesi partecipanti in continua crescita; tra questi, i Balcani occidentali cercano di assicurarsi la stabilità dell’area, nella speranza di aumentare il proprio ruolo internazionale. D’altra parte, a distanza di più di vent’anni dall’inizio della missione, la KFOR potrebbe rivelarsi ancora la carta vincente per la ripresa dell’Organizzazione Atlantica.

La Kosovo Force, una missione ancora attuale

A seguito delle ultime settimane, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord è stata posta sotto esame: in molti si sono domandati se essa abbia ancora senso di esistere e se essa disponga ancora di una propria forza di azione, o sia uno strumento – per lo più non efficace – della politica statunitense.

Se è vero che la missione in Afghanistan debba considerarsi un fallimento, è altrettanto vero che la NATO stia giocando e possa giocare ancora un proprio ruolo nello scacchiere internazionale. La missione Kosovo Force (KFOR) potrebbe rivelarsi un’ottima pedina.

Iniziata nel giugno 1999, grazie alla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – che, preoccupato per i continui scontri nei territori a maggioranza kosovara dell’allora Serbia, decise di predisporre un intervento di peacekeeping atto a divenire un deterrente per futuri scontri e un incentivo per la smilitarizzazione dei gruppi paramilitari, quali l’Esercito per la Liberazione del Kosovo (Ushtria Çlirimtare e Kosovës, UÇK) -, la missione KFOR si è occupata negli anni di creare quelle condizioni di pace, democrazia e stabilità necessarie per la realizzazione della United Nations Mission in Kosovo (UNMIK) – prima – e della European Union Rule of Law in Kosovo (EULEX) – poi. Azioni che, indubbiamente, hanno contribuito al processo di indipendenza di Pristina, che – il 17 febbraio 2008 – ha dichiarato unilateralmente la propria autonomia dalla Serbia.

Tale posizione non è mai stata ben accolta da Belgrado, che – nonostante i numerosi incontri intercorsi fra le rappresentanze serbe e kosovare e i tentativi di sviluppare un dialogo tra le parti  – ancora oggi non riconosce l’indipendenza del Kosovo, che continua a ritenere meramente una sua regione.

Una situazione ulteriormente aggravata negli ultimi anni dalla politica del presidente serbo Aleksandar Vuçiç, che – raffreddate le proprie posizioni euro-atlantiche e comunitarie – ha avviato una vera e propria campagna di delegittimazione dell’indipendenza kosovara, spingendo ben nove Stati – tra il 2017 e il 2020 – a ritrattare il proprio riconoscimento; al punto che recentemente lo stesso Rappresentante Speciale dell’Unione Europea per il dialogo Pristina-Belgrado, Miroslav Lajčák, è arrivato a dichiarare che occorrerà ancora molto lavoro fra le parti, dal momento che “le posizioni su una serie di questioni urgenti rimangono ancora molto distanti”.

L’interesse dei Paesi balcanici per la KFOR è estremamente personale…

Proprio per questo, la Kosovo Force risulta – a distanza di più di vent’anni dal suo inizio – una missione estremamente attuale: sebbene un’invasione dei territori kosovari da parte della Serbia appare di difficile, se non impossibile realizzazione – anche in forza delle dichiarazioni di neutralità militare di Belgrado nei confronti dell’asse euro-atlantico -, Vuçiç ha continuato a mantenere uno stretto rapporto con le comunità serbe del Paese, che, potenzialmente, potrebbero arrivare a impiegare le proprie forze di polizia (garantite dall’Accordo tra Pristina e Belgrado del 2013) contro il governo centrale del Kosovo.

Un’azione che causerebbe un cortocircuito dalla portata non indifferente: Pristina è, infatti, la cartina tornasole delle dinamiche che attraversano l’intera penisola balcanica, con confini nazionali spesso contestati e comunità etnico-religiose divise su più territori. La Bosnia-Erzegovina – ad esempio – affronta da anni le spinte centrifughe della Repubblica di Sprska (la sua enclave serba, già regione autonoma), che vorrebbe essere inglobata da Belgrado o – quantomeno – poter creare uno Stato mono-etnico del tutto indipendente.

Un’opzione che è recentemente tornata all’attenzione generale in seguito allo scandalo del non-paper del Primo ministro sloveno, Janez Jansa, che avrebbe proposto sia di dissolvere la Bosnia-Erzegovina – riducendo il suo territorio a un terzo delle dimensioni attuali, cedendo rispettivamente la Repubblica di Sprska alla Serbia e le aree a maggioranza croata a Zagabria –, sia di porre sotto il controllo dell’Albania sia il Kosovo che i cantoni a maggioranza albanese della Macedonia del Nord.

Tale ipotesi, qualora dovesse essere messa in atto – anche istigata da un’eventuale azione serba contro Pristina -, avrebbe inevitabilmente conseguenze disastrose e di difficile contenimento in tutta la penisola.

Per questo, la Kosovo Force continua ad essere una delle missioni dell’Organizzazione Atlantica più sostenuta: ad oggi, risultano dislocati sul territorio kosovaro circa 3.500 militari, provenienti da ventisette diversi Paesi; cifre che, seppur di gran lunga più ridotte rispetto a quelle registrate all’inizio delle operazioni di peacekeeping, segnano un aumento nel numero di Stati partecipanti.

In particolare, negli ultimi anni sono aumentati i contingenti inviati dai Balcani: la Slovenia – ad esempio – è il sesto Paesi per numero di soldati, con 219 uomini presenti sul territorio. D’altro canto, la Croazia ha continuato ad aumentare la propria presenza in Kosovo, passando da un primo contingente di venti soldati ai 38 militari dislocati oggi; un numero che dovrebbe oltretutto triplicare entro il prossimo biennio, con l’invio di un massimo di 150 membri delle forze armate e due elicotteri dell’aeronautica militare croata.

Ancora, Albania, Montenegro e Macedonia del Nord stanno prendendo parte alla KFOR, seppur con un numero di forze di gran lunga inferiore (rispettivamente, 29, 2 e 44 soldati). La loro partecipazione pare dettata – oltre che dalla necessità di garantire stabilità all’area e, quindi, a loro stessi – dal desiderio di ritagliarsi un posto attorno al tavolo dei negoziati internazionali, che continuano ad essere loro preclusi nelle sedi europee. 

…quello della NATO pure

La NATO ha nella Kosovo Force la possibilità di riconfermare la propria forza e il proprio ruolo a livello internazionale, allontanandosi dall’immagine obsoleta che l’ha caratterizzata negli anni e mostrando la propria capacità a mutare e riadattarsi alle diverse situazioni; un tema oggi in via di discussione, a partire dai lavori per Nato2030, che vorrebbero ridisegnare gli spazi di azione dell’Organizzazione.

Le fallimentari missioni in Afghanistan e in Iraq hanno reso evidente che l’asse euro-atlantico non è, infatti, pronto a fronteggiare i nuovi conflitti medio-orientali e africani, caratterizzati da “proliferazione di attori ibridi che agiscono anche ‘per procura’; spostamento del baricentro geopolitico verso est; guerre lunghe e senza un vero postconflict“.

Tuttavia, in futuro, le sfide maggiori giungeranno quasi sicuramente dalle cosiddette guerre in tempo di pace, situazioni in cui non vi sono né dichiarazioni ufficiali né conflitti militari veri e propri, ma in cui le potenze si scontrano su altri fronti, quali – ad esempio – “attacchi cibernetici o guerre dell’informazione e adoperano diversi strumenti per esercitare una pressione sulle società civili attraverso attacchi alle infrastrutture critiche, alla sicurezza energetica, ai processi politico-decisionali, all’opinione pubblica o al benessere economico“.

Un esempio lampante è l’attuale situazione dei Balcani occidentali, in cui l’asse euro-atlantico si trova a fronteggiare le rivalità di Cina e Russia – e, in misura minore, Turchia: negli ultimi mesi, infatti,  la Cina ha aumentato la propria presenza nella regione non solo attraverso consistenti investimenti, ma anche con l’allargamento della propria politica mediale nell’area; mentre la Russia ha mantenuto salda la propria presenza e il proprio rapporto con la Serbia, il Montenegro e la Repubblica di Sprska, avviando una campagna anti-UE basata sull’incapacità di Bruxelles di procedere con il processo di adesione dei Balcani e il ritardo nella fornitura dei vaccini anti-Covid19, che sono giunti nell’area mesi dopo la fornitura dello Sputnik V da parte di Mosca.

In tale contesto, l’Organizzazione Atlantica deve riuscire a ritagliarsi una nuova posizione: il suo ruolo consolidato di garante della sicurezza e della stabilità del Kosovo non verrà meno nei prossimi anni, anche in forza dei rischi che Pristina continua a correre e che causerebbero un cortocircuito in tutta la penisola; tuttavia, è necessario che la visuale venga ampliata e arrivi a comprendere l’intera area.

Se la Bosnia-Erzegovina pare potrebbe avvicinarsi alle NATO attraverso un partenariato – che le garantirebbe l’accesso a programmi ed esercitazioni di interoperabilità, così come a una varietà di informazioni -, tale opportunità non pare percorribile con la Serbia, ormai sempre più lontana dalle visioni euro-atlantiche. In tale ottica, potrebbero risultare maggiormente efficaci i progetti di cooperazione civile attivati nel quadro del Science for Peace and Security (SPS) Programme, volto alla promozione di un dialogo e a una cooperazione basati sulla ricerca scientifica, l’innovazione tecnologica e lo scambio di conoscenze; un’opportunità che potrebbe giocare un ruolo nel dialogo Pristina-Belgrado, ma che potrebbe anche arrivare a cambiare l’indebolita immagine della NATO.

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