BRACCIO DI FERRO TRA POLONIA E COMMISSIONE EUROPEA SUL TEMA DELLA GIUSTIZIA

Più volte Commissione europea e Polonia si sono scontrate sul tema della giustizia: la prima sostiene il rispetto del diritto europeo e dei valori fondanti dell’UE mentre la seconda, avvicinando sempre più la magistratura all’esecutivo, rivendica il primato del diritto polacco sul diritto europeo. 

Lo scorso 7 settembre la Commissione ha deciso di forzare la mano, chiedendo alla Corte di giustizia (CGUE) di imporre sanzioni economiche alla Polonia per non aver dato esecuzione al provvedimento cautelare della stessa Corte del 14 luglio 2021.

In particolare, il provvedimento intimava allo Stato di sospendere l’attività della Sezione disciplinare della Camera Suprema e le altre disposizioni del diritto polacco incidenti sull’indipendenza della magistratura, contestando la mancata adozione di misure necessarie a conformarsi alla sentenza della Corte (dello scorso 15 luglio), per la quale il diritto polacco sul regime disciplinare dei giudici non è compatibile con il diritto europeo. 

Facendo un passo indietro per fare chiarezza, nel 2017 la Polonia ha introdotto una Sezione disciplinare per i giudici della Corte suprema e delle Corti ordinarie, all’interno della Corte Suprema polacca, composta da giudici selezionati dal Consiglio nazionale della magistratura, i cui membri sono eletti dalla camera bassa del Parlamento polacco.

Da ciò, sembra chiaro il collegamento tra sistema giudiziario e politica, ma c’è di più. Tale Sezione, competente sulle cause disciplinari dei giudici, potrebbe emettere provvedimenti disciplinari nei confronti dei giudici polacchi a causa del contenuto delle loro decisioni giudiziarie, compromettendo irrimediabilmente la loro imparzialità e indipendenza da pressioni esterne.

Ad aprile 2020, la Commissione ha avviato una procedura di infrazione, deferendo la Polonia alla Corte di giustizia dell’UE, sulla base del fatto che il regime disciplinare minerebbe l’indipendenza dei giudici polacchi, rimasti sprovvisti delle garanzie necessarie per sfuggire da ingerenze esterne, nonché a un eventuale controllo politico.

Lo scorso 14 luglio 2021 la CGUE, con un’ordinanza, ha imposto delle misure provvisorie cautelari alla Polonia, ordinando la sospensione l’attività della Sezione disciplinare, gli effetti delle decisioni già prese da quest’ultima e la sospensione delle disposizioni che vietano ai giudici polacchi di applicare direttamente il diritto e di adire la Corte di giustizia.

Il giorno seguente, nella sua ultima sentenza, la CGUE stabilito che il regime disciplinare polacco nei confronti dei suoi giudici non è compatibile con il diritto europeo perché non garantisce i caratteri di neutralità e indipendenza della magistratura. 

In seguito alla sentenza della CGUE e alla sua mancata esecuzione da parte della Polonia, la Commissione ha deciso di far leva su elementi economici.

Mentre è in standby l’approvazione dei PNRR di Polonia e Ungheria per sbloccare i finanziamenti del Next Generation EU – principale strumento comunitario per stimolare la ripresa economica dopo la pandemia –, la Commissione prolunga il termine entro il quale arriverà a una decisione in merito (adesso, fine settembre) e chiede alla CGUE di sanzionare economicamente lo Stato nel tentativo di spingerlo ad adeguarsi, pur di vedersi corrisposti i fondi europei.

Dal canto suo, la Polonia (sostenuta dalla sua alleata ungherese) non sembra voler retrocedere nelle sue posizioni, al pari della Commissione, sostenendo – da tempo – che nell’ordinamento polacco non vale il primato del diritto europeo.

È significativo il fatto che, nonostante una sentenza della CGUE abbia dichiarato il regime disciplinare polacco incompatibile con il diritto europeo e tutti i suoi valori, la Commissione europea continui a prediligere la via del dialogo e del soft power, reticente a adottare formalmente mezzi più incisivi per spingere la Polonia a adeguarsi al diritto comunitario.

Potrebbe dare esecuzione, ad esempio, al regolamento relativo al regime di condizionalità per la protezione del bilancio UE vincolato al rispetto dello stato di diritto, adottato dal Parlamento europeo e dal Consiglio il 16 dicembre 2020 ed è entrato in vigore dal 1° gennaio 2021.

Attraverso questo nuovo strumento, i fondi destinati a uno Stato membro possono essere sospesi, nel caso in cui quest’ultimo violi gravemente lo stato di diritto, tanto da far venir meno le garanzie necessarie per l’accesso, la distribuzione e il controllo del fondi erogati. Se attivato, gli interessi economici polacchi verrebbero messi gravemente a rischio, spingendo il Pease a riconsiderare le proprie posizioni.

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