PROTESTE ANTI-SERBE E REPRESSIONI: FINE SETTIMANA DI FUOCO IN MONTENEGRO

Lo scorso weekend, in occasione dell’insediamento del nuovo metropolita della chiesa ortodossa serba in Montenegro, diversi manifestanti antiserbi hanno riempito le strade di Cetinje. Le proteste sono state violentemente represse dalla polizia, con un bilancio di 60 feriti. L’accaduto mostra la forte divisione interna del paese e preoccupa gli stati limitrofi che hanno richiesto l’intervento dell’Unione Europea per favorire il dialogo tra le parti.

Weekend di proteste in Montenegro: Tra sabato 4 e Domenica 5 si è assistito ad un’escalation di violenza nella città di Cetinje, antica capitale dello stato. 

A scatenare il caos è stato l’insediamento del nuovo metropolita della chiesa ortodossa serba, Joanikije, che ha provocato il malcontento di molti cittadini e che, da evento religioso si è trasformato in pretesto per rivendicazioni etno-politiche. 

Il Montenegro, indipendente dalla Serbia dal 2006, non ha una chiesa nazionale (la chiesa ortodossa del Montenegro è infatti un’associazione non riconosciuta dagli alti rappresentanti della confessione religiosa) e dipende pertanto dal Sinodo di Belgrado; una realtà che, secondo molti, rappresenta l’emblema della politica espansionistica di Belgrado, storicamente accusata di voler creare un modello egemonico che si tradurrebbe nella volontà di costituire una “Grande Serbia”. 

Le manifestazioni sono state violentemente represse dalla polizia, con un bilancio finale di 60 feriti, trenta manifestanti e trenta poliziotti.  

L’Accaduto, oltre a riesumare antichi contrasti, è anche simbolo della divisione interna al paese, a livello tanto sociale quanto politico. Da una parte si rintraccia infatti una divisione tra i cittadini: circa il 30% degli abitanti è legato alle istituzioni ecclesiastiche di Belgrado (alcuni di essi non riconoscono neppure l’indipendenza del Montenegro) molti altri invece, come accennato prima, ravvedono nel legame del Montenegro con il Sinodo di Belgrado un controllo inaccettabile nei confronti di uno stato sovrano. 

Nelle fila governative questa spaccatura politico/sociale si rispecchia nelle due fazioni rappresentate dal capo di Stato da una parte e dal Primo ministro dall’altra. Il capo di stato Djukanović è infatti stato ritenuto massimo ispiratore delle proteste, con la sua politica fortemente anti-serba e nazionalista, mentre il primo ministro Krivokapić, molto più vicino alle posizione serbe e al legame ecclesiastico tra i due paesi è additato come responsabile della violenta repressione della polizia. 

L’accaduto ha destato non poca preoccupazione nell’area; emblematico il tweet di Vesna Pusic, ex vice primo ministro della Croazia, che sottolinea come l’accadimento non sia tanto una questione religiosa o politico ideologica, quanto piuttosto una vera e propria messa in discussione dell’esistenza del Montenegro in qualità di Stato sovrano. 

Alcuni politici ed ex ministri degli stati limitrofi si sono inoltre mobilitati inviando una lettera all’Unione Europea chiedendo di intervenire favorendo il dialogo con gli attori coinvolti. Restiamo in attesa di capire quale sarà la posizione e l’azione dell’Unione Europea che si appresta, in ottobre, ad affrontare il prossimo vertice sui Balcani Occidentali. 

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