L’EREDITÀ DELL’11 SETTEMBRE 2001

Fonte Foto: corriere.it

Priva di ogni nemico all’orizzonte, alla ricerca di un nuovo collante identitario, di una causa generazionale verso cui impegnare gli americani dopo il trionfo sul comunismo e la dissoluzione dell’“Impero del Male” sovietico, con grande disponibilità di tempo, mossa dalla paura e dall’illusione di poter redimere il mondo a propria immagine e somiglianza, la “superpotenza solitaria” si lanciò nella epocale guerra globale al terrore in risposta al trauma collettivo dell’11 settembre 2001, che colpì al cuore l’America. Quali eredità?

1. A posteriori, il bilancio della “guerra dei 20 anni” al terrore, estesa in 85 paesi (mappa 1), appare piuttosto fosco. 

Washington ha realizzato gli scopi originari dell’intervento in Afghanistan. Dal 2001 ad oggi nessun rilevante attacco terroristico di matrice jihadista ha colpito il suolo americano e nella notte del 2 maggio 2011 una squadra speciale dei Navy SEAL uccideva Osama bin Laden ad Abbottabad (35 miglia a nord di Islamabad), nell’operazione Neptune Spear.

La morte dello “sceicco del terrore” ha inflitto un duro colpo ad al Qaeda che ha perso il simbolo “della mistica dell’organizzazione, della sua capacità di raccogliere fondi e attrarre nuove reclute e della sua attenzione sugli Stati Uniti come bersaglio di attacchi terroristici”. D’allora al Qaeda ha visto uccisi o arrestati i suoi principali dirigenti e verrà sfidata da altre organizzazioni, come Isis, in competizione per la leadership del fondamentalismo jihadista-salafita internazionale. 

Tuttavia, se si getta uno sguardo più ampio, i risultati della “global war on terror” appaiono fallimentari.

Dal 2001 ad oggi, la minaccia jihadista è più estesa che mai. Il numero di gruppi islamisti designati come organizzazioni terroristiche dal Dipartimento di Stato Usa è quadruplicato. La formazione di vuoti di potere, di “Stati falliti” e di conflitti civili armati nel Grande Medio Oriente, in Africa e nell’Asia meridionale ha favorito la proliferazione di diverse sigle legate alla galassia dell’estremismo salafita (mappa 2).

Anche gli attacchi terroristici islamisti transnazionali come quelli di Madrid (2004), Londra (2005), Parigi (2015) e Bruxelles (2016), hanno visto una crescita esponenziale. Se nel periodo 1979-2000 si erano registrati 2.190 attacchi e 6.818 morti per responsabilità di gruppi aderenti alla galassia jihadista-salafita, dal 2001 al 2019 questi numeri sono saliti rispettivamente a 31.579 e a 160.278, concentrati per quasi l’87% in 10 paesi, tutti extra-europei: Afghanistan, Iraq, Somalia, Nigeria, Pakistan, Algeria, Siria, Yemen, Filippine, Egitto (mappa 3).

Fonte: watson.brown.edu

Negli ultimi 20 anni gli Usa hanno indirizzato gran parte delle risorse diplomatiche, legali, finanziarie, di intelligence e militari verso l’antiterrorismo e la controinsurrezione. Distraendole dalle priorità strategiche fissate all’inizio del terzo millennio: il contenimento dell’ascesa della Cina e il rinnovamento socio-economico domestico.

Il fatto che 20 anni dopo la prima domini le attenzioni dell’Intelligence stars and stripes[1] e che il secondo rappresenta in modo bipartisan il nucleo dell’agenda politica della Casa Bianca (dall’America First trumpiana alla geopolitica della classe media bideniana) rispecchia l’attualità e la persistenza di quelle sfide.

2. L’amministrazione Bush ha riscritto i codici della politica estera ed interna secondo i canoni dell’antiterrorismo che, come recentemente ricordato da Ben Rhodes, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale nell’amministrazione Obama, hanno continuato ad “influenzare l’organizzazione del governo degli Stati Uniti, il dispiegamento delle forze armate, le operazioni della comunità d’intelligence e il sostegno di Washington ai regimi autocratici nel Medio Oriente”.

L’impantanamento americano in Afghanistan e in Iraq ha regalato all’Iran la possibilità di espandere la propria sfera d’influenza dal Golfo al Levante e alla Cina quasi due decenni di silenziosa modernizzazione economica, tecnologica e militare, con Pechino felice di finanziare la “vacanza strategica” del rivale attraverso i massicci acquisti di Treasures, con conseguente aumento del debito pubblico a stelle e strisce e timore di finire in crisi fiscale per overstretching imperiale, in combinazione allo sconvolgimento finanziario del 2008-09.

Tuttavia, la catena di eventi innescata dal 9/11 ha provocato le sue più gravi ripercussioni, di taglio strategico, sul piano domestico. Non su quello esterno, dove le conseguenze sono state di natura tattica. Il crollo delle grandi potenze, infatti, raramente avviene all’esito di una sconfitta in una battaglia.

Dopo aver perso la guerra rivoluzionaria contro le 13 colonie del New England (1776), l’impero britannico raggiungeva il suo apogeo imperiale tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. Dopo la sopravvalutata disfatta in Vietnam (1975), gli Usa trionfavano, appena 16 anni dopo, nella competizione strategica con l’Urss. 

Fonte: wilsoncenter.org

Contrariamente a quanto si suole pensare, infatti, il 9/11 e la conseguente crociata contro il jihadismo-salafita transnazionale non hanno inaugurato un mondo post-americano. Come ha puntualmente osservato Robert Kagan, “la terra è ancora rotonda; gli Stati Uniti si trovano ancora nel loro vasto continente isolato, circondato da oceani e potenze più deboli; le altre grandi potenze vivono ancora in regioni affollate da altre grandi potenze; e quando una potenza in quelle regioni diventa troppo forte perché le altre possano bilanciarla, le aspiranti vittime guardano ancora ai lontani Stati Uniti in cerca di aiuto”. 

Gli Usa restano l’egemone globale, primeggiando in ogni aspetto del potere statuale. Unica grande potenza capace di proiettare potenza in ogni angolo del pianeta, rimangono il perno del sistema commerciale e finanziario internazionale. Ѐ la Us Navy ad effettuare regolarmente operazioni di libertà di navigazione (Fonop) nei Mari Cinesi, non quella dell’Esercito Popolare nel Golfo del Messico.

Non è Washington, ma Pechino ad essere accerchiata nel proprio cortile di casa dalle marine più formidabili del pianeta, da quella inglese a quella giapponese. Gli Usa rimangono il centro dell’innovazione culturale e tecnologica, anche se in questo settore sono insediati dall’ascesa cinese in campi come il 5G, il fintech, l’intelligenza artificiale e il calcolo quantistico.

Fonte: fondapol.org

Nel ranking delle migliori 50 università al mondo ben 19 si trovano negli States. Delle prime 50 società al mondo per capitalizzazione, 34 sono americane, delle quali 10 operanti in settori tecnologici. Sul piano economico l’Impero di Mezzo appare destinato a superare gli Usa come pil nominale entro il 2026

Ma a livello pro-capite, nel 2050, il pil cinese sarà ancora della metà inferiore di quello Usa. La Federal Reserve continua a condizionare i flussi globali di capitale attraverso le sue politiche monetarie, con la stessa Pechino vulnerabile e timorosa per il c.d. tapering – il deflusso di capitali come effetto dell’allentamento monetario della Fed. L’alternativa sinica alla globalizzazione basata sul Washington Consensus, lr celeberrime nuove vie della seta, faticano a decollare.

3. La “guerra globale al terrore”, dichiarata il 20 settembre 2001 dal presidente G.W. Bush, è divenuta per 20 anni il punto focale dell’intera sicurezza nazionale Usa con innovazioni che hanno plasmato i governi e le società occidentali attraverso la securitizzazione di ogni aspetto della vita quotidiana (viaggi, documenti d’identità, ecc.).

In pieno “Stato d’eccezione”, sancito da Bush il 14 settembre 2001 con la dichiarazione sullo stato di guerra e di emergenza nazionale e con il Military Order del novembre 2001, su proposta della Casa Bianca, il Congresso vara i Patriot Act. Con essi gli Usa si danno mano libera nella caccia ai terroristi, al prezzo di una sostanziale riduzione della privacy, dei diritti di libertà e delle garanzie processuali racchiuse nell’habeas corpus previsto dal IV Emendamento alla Costituzione. 

Vengono varate regole speciali, diverse dai codici procedurali ordinari applicati nei tribunali federali o nelle Corti marziali, per processare gli imputati di terrorismo, racchiusi in una nuova categoria giuridica: “combattenti nemici”. Si revocano i limiti nella ricerca delle prove.

Si allargano le maglie legali della carcerazione preventiva per sospetti terroristi, collocati ad libitum nelle prigioni segrete della Cia e nelle carceri di Guantanamo Bay (da dove sono passati 780 detenuti provenienti da 48 paesi), Abu Ghraib (Iraq) o Bagram (Afghanistan). Confinati in un limbo giudiziario, senza una formale accusa, senza diritto alla difesa, sottoposti a torture (pratiche di “interrogatorio avanzato”, nel burocratese degli apparati Usa), come il waterboarding, la manipolazione alimentare e la prolungata privazione del sonno, per ottenere stracci di informazioni.

Iniziano ad essere avviati i programmi di spionaggio di massa su scala planetaria dei cittadini americani e non (intercettazioni senza mandato FISA, monitoraggio di internet, e-mail, telefonate, transazioni finanziarie) e le missioni segrete di “extraordinary rendition” – la cattura extra-giudiziale di presunti jihadisti da parte degli agenti della Cia.

Viene potenziata la legislazione in materia di antiriciclaggio e allentato il segreto bancario. Nasce un mastodontico apparato burocratico antiterrorismo composto da circa 1.271 enti governativi e 1.931 società private, che ha reso sempre più disfunzionale, opaco e centralizzato il sistema politico-tecnocratico della superpotenza, contribuendo a catalizzare sospetti e sfiducie degli americani verso le élite e l’accresciuto peso del Big Government, aborrito dai padri fondatori.

4. La lunga stagione del revisionismo unilateralista della superpotenza ha ampliato la divergenza di interessi tra le due sponde dell’Atlantico aperta dal crollo dell’Urss e aggravato la polarizzazione della società statunitense, contribuendo ad rafforzare i circuiti del cospirazionismo alimentati da Internet, del suprematismo bianco e delle milizie antigovernative.

Come ha scritto Ben Rodes, lo “sciovinismo dell’era post-11 settembre ha fuso la sicurezza nazionale e la politica dell’identità, distorcendo le idee su cosa significhi essere americano”. Ha macchiato la mitopoiesi dell’America quale “città splendente sulla collina”. Ha spezzato l’aurea d’invincibilità da fine della storiaHa sprecato energia imperiale, provocando il riemergere di carsiche e antiche correnti nazionaliste ed isolazioniste tra gli americani, sofferenti per la sovraestensione militare, stanchi di dover essere costantemente sul piede di guerra contro un nemico sfuggente.


[1] La Cina è citata ben 87 volte nell’ultimo Annual Threat Assessment dell’Office of the Director of National Intelligence, seguita da Iran (75) e Russia (71). Mentre ancora nel 2011, l’Afghanistan veniva considerato il principale focus, citato 67 volte, seguito da Iran (58), Russia (56), Corea del Nord (54) e Cina (46).

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