ERRORI E LEZIONI NELLA VENTENNALE GUERRA GLOBALE AL TERRORE

Fonte Foto: GlobalSecurity.org

Tutti gli imperi che sono entrati nelle terre dell’Hindu Kush ne sono usciti con le ossa rotte. Imperterriti, hanno commesso i medesimi errori: l’occupazione militare sine die di un territorio vasto, incompreso dagli occidentaligeograficamente ed etnicamente frastagliato, con conseguente impantanamento sul terreno; l’asettica installazione di governi fantocci invisi al popolo, prede di corruzioni, inefficienze e carenza di legittimità; l’emarginazione politico-clientelare delle tribù pashtun.

L’illusione del trionfo americano

Per lungo tempo, l’intervento in Afghanistan è stato definito negli Usa come la “guerra giusta”, per marcarne la differenza con quella d’Iraq, la “guerra stupida”. Di quest’ultima non si comprendevano le contorte ragioni tattiche – eliminare il baluardo iracheno sunnita che separava l’Iran dall’Arabia Saudita per colpire Riyadh, per anni grande finanziatore di al Qaeda.

Della prima, invece, si giustificava la causa originaria: sgominare l’organizzazione fondata nel 1988 a Peshawar in Pakistan dal miliardario Osāma bin Lāden che si era resa responsabile degli atroci attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, del quale in questi giorni ricorre il ventennale. 

Meno di un mese dopo i tragici eventi del 9/11, il 7 ottobre 2001, l’allora presidente George Walker Bush ordinava l’intervento in Afghanistan (operazione Enduring Freedom). Intervento non invasione. L’iniziale impronta militare americana fu infatti leggera. Squadre della Cia e ristretti contingenti (300-500 unità) delle forze speciali dell’Esercito e dei Marines supportarono i circa 15.000 combattenti di etnia tagika, uzbeka e hazara dell’Alleanza del Nord – le milizie comandate da signori della guerra come Abdul Rashid Dostum, Ismail Khan e Ahmad Shah Massoud[1], usate dagli americani come forze di terra e sostenute finanziariamente e logisticamente anche da iraniani e russi.

Coperta dai bombardamenti aerei e dalla ricognizione satellitare e d’intelligence della coalizione a guida americana, l’avanzata dell’Alleanza del Nord fu devastante. In soli 5 giorni, come in un domino, le principali città in mano agli studenti pashtun caddero una dopo l’altra: Mazar-e-Sharif (9 novembre), Taloqan e Bamiyan (11), Herat (12), Kabul (13), Jalalabad (14). Il 25 novembre capitolò l’ultima roccaforte talebana nel nord: Kunduz.

 In soli 2 mesi, l’Emirato Islamico, eretto nel 1996, era spazzato via. Il 6 dicembre veniva approvata la risoluzione 1383 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che attuava l’accordo di Bonn del 5 dicembre, istituiva una forza internazionale di peacekeeping e poneva Hamid Karzai, leader della potente tribù Popalzai dei Durrani Pashtun, a capo di un governo ad interim. Il 9 dicembre, Il Mullah Omar e la dirigenza talebana erano costretti a riparare in Pakistan.

Quello che venne definito a caldo come “uno dei maggiori successi militari del ventunesimo secolo”, nascondeva in realtà il parziale fallimento dell’originaria operazione antiterrorismo, la fuga del vero obiettivo: bin Lāden. Nascosto nelle grotte di Tora Bora al confine orientale con il Pakistan, questi varcò la c.d. linea Durand – tracciata a fine Ottocento dagli inglesi per separare i pakistani pashtun appartenenti al Raj britannico dagli afghani pashtun – rifugiandosi nel Warizistan, all’interno dei territori tribali ad amministrazione federale, sotto la protezione della potente rete Haqqani, l’ala più estrema dei talebani, profondamente radicata nell’est dell’Afghanistan.

Gli errori strategici degli Usa

Questo insuccesso fu il primo turning point nella più lunga guerra mai combattuta dall’America.

Allora, gli statunitensi avrebbero potuto decidere di ritirarsi o di perseguire i qaedisti in Pakistan con una operazione di intelligence e di polizia internazionale finalizzata a distruggerli completamente. Ma la fuga di bin Lāden, l’emotività ancora viva del 9/11, l’assenza di rivali all’orizzonte, il trionfalismo dietro la travolgente campagna militare e la considerazione di non poter spezzare i legami con uno Stato nucleare di oltre 200 milioni di persone (Pakistan), tra i principali alleati non-Nato (MNNA), già utilizzato dagli Usa nella Guerra Fredda come bacino della Cia per spiare l’Urss, negli anni dell’invasione sovietica in Afghanistan come canale segreto per il supporto ai mujaheddin e nella lotta ad al Qaeda come prezioso hub logistico e d’intelligence, furono i fattori che spinsero Washington a scartare le due opzioni sopracitate, a sperperare tempo e risorse rimanendo nel “cimitero degli imperi”, temendo che al Qaedapotesse rimettervi piede. 

Da quel momento, agli iniziali obiettivi militari se ne aggiunsero altri, sconnessi da ogni progettualità politica: 

  • eliminare i rimasugli della resistenza talebana;
  • installare un governo “democratico” ed avviare un processo di state building volto a rafforzare le forze militari e civili afghane che avrebbero dovuto assicurare che il paese non divenisse più “rifugio sicuro” per il terrorismo jihadista-salafita internazionale, così consentendo alla superpotenza di tornare a casa.

Il primo obiettivo si scontrò con l’orografia di un territorio indomabile, ideale per la conduzione di guerre irregolari, come quella impostata dai Talebani con estenuanti attacchi mordi e fuggi e attentati terroristici. Geograficamente subdolo perché “facile da raggiungere ma dal quale è difficile uscirne”, nelle parole del grande condottiero greco-macedone Alessandro Magno.

Esposti nelle città al fuoco aereo e alla superiorità tecnologica delle forze nemiche, i Talebani si ritirarono nelle zone rurali e nelle montagne. Eliminata dal governo ma non vinta, la resistenza talebana ricostituì le sue fila dal Pakistan. Qui reclutò nuovi adepti, addestrati dall’Inter-Services Intelligence pakistana indottrinati nei centri di Lahore, Peshawar, Karachi e Quetta, dove gli studenti coranici installarono la shura (consiglio) della propria leadership (Quetta Shura).

Dal febbraio 2006 i Talebani lanciarono una controffensiva insurrezionalista nel sud e nell’est, acquisendo un vantaggio tattico sulle forze nemiche, rafforzato dalla loro conoscenza del territorio, dal ricorso a tecnologie occidentali per migliorare i sistemi di comunicazione e controllo e la conduzione della guerra mediatica e psicologica, dall’esistenza di un retroterra strategico in Pakistan e dal disallineamento tra la strategia militare Usa focalizzata sull’Afghanistan e quella del governo di Kabul, incentrata sul Pakistan.

Così annullarono il vantaggio tecnologico-bellico dell’avversario, trasformandone la natura dell’intervento. Negli anni di Obama si passerà infatti dalla chirurgica operazione antiterrorismo alla counterinsurgency, con massicci dispiegamenti di boots on the ground e l’occupazione militare del territorio.

Il secondo obiettivo – il nation building – finirà vittima della frastagliata geografia umana e sociale del paese. La non inclusione degli studenti coranici in un governo plurale nei negoziati post-2001[2], dovuta probabilmente alla paura che la presenza e la legittimazione dei Talebani, ancorché stemperata in un governo di coalizione, avesse potuto consentire il ritorno della minaccia qaedista nel paese, alienò ed emarginò numerose tribù di lingua pashtu presso le quali gli insorti mantennero la loro presa.

Non solo attraverso il terrore. I Taliban fornirono servizi di base essenziali come la sicurezza e l’amministrazione di una giustizia veloce ed efficiente ancorché ispirata ai brutali precetti della sharīʿa, in contrasto al corrotto sistema giudiziario governativo. Gli ex mujaheddin (“soldati di Dio”) sfruttarono questo consenso reale per corrompere/cooptare capi tribù e governatori localipastori nomadi e leader di sottotribù.

In particolare nell’Afghanistan profondo delle aree tribali e rurali del paese, dove l’unica fonte di sopravvivenza erano/sono l’Islam (il governo della sharīʿa nella latitanza di quello civile) e la coltivazione del papavero.

Noi occidentali fatichiamo a comprendere come tutto ciò sia possibile. L’ascendente dei Talebani su una consistente, seppur minoritaria, parte della popolazione afghana, non solo tra la maggioranza pashtun (oggi oltre il 42% della popolazione), ci inquieta.

Ma per queste genti gli studenti coranici sono quanto di più vicino ad un’identità nazionale propriamente afghana forgiata sul rigoroso rispetto della tradizione e sulla strenua opposizione all’invasore straniero. Influenza confermata dalla capacità dei “nuovi Talebani”, tornati al potere in queste settimane, di reclutare giovani adepti, in gran parte nati o cresciuti dopo il regime change del 2001, quindi sotto un governo teoricamente democratico.

Fonte Foto: nybooks.com

Il secondo grave errore commesso dall’amministrazione Bush fu dunque politico. Piuttosto che dar vita ad un compromesso che chiudesse il conflitto in una fase (2001-2002) in cui la leva negoziale americana era schiacciante, tenendo conto degli interessi di tutti gli attori indigeni, contribuendo a dar vita ad un governo basato su vari centri di potere su base etnica e locale in grado di assicurare distretto per distretto, villaggio per villaggio, anzitutto stabilità e sicurezza, prima che democrazia, si deciderà di innestare un forma di governo centralizzata con il potere legislativo, esecutivo e giudiziario concentrato sproporzionatamente a Kabul.

Un governo sostanzialmente dominato dalle minoranze tagike ed uzbeke della ex Alleanza del Nord. Da quei signori della guerra che continuavano a disporre di proprie milizie con le quali gestivano lucrosi e criminali affari (traffico di droga, racket, corruzione).

Questa architettura istituzionale si scontrava con la storica diffidenza degli autoctoni verso le autorità centrali, specie nel sud pashtun, con le tendenze centrifughe e le frammentazioni etno-linguistiche, religiose, tribali e claniche di una “non nazione”. Uno stato che si è storicamente caratterizzato per la diffusione orizzontale del potere locale (capi tribù, governatori provinciali, signori della guerra), dotato di proprie istituzioni (jirga o shura) che operano come raccordo tra i villaggi e il governo centrale.

Quest’ultimo non ha mai ottenuto legittimazione politica al di fuori delle grandi città. Visto come burattino corrotto e venale di un invasore straniero i cui raid per quanto condotti con precisione avevano provocato numerose vittime civili tra gli afghani.

Il terzo tragico errore compiuto dall’amministrazione Bush, illusa dall’apparente vittoria afghana, sarà la decisione di aprire un nuovo fronte in Iraq. Azzardo ideologico e tattico che drenerà le residue speranze di chiudere una guerra che era già stata persa sul piano politico nella decisiva fase che va dal 2001 al 2003. 


[1] Conosciuto come il “Leone del Panjshir”, Massoud verrà non casualmente ucciso il 9 settembre 2001 da militanti qaedisti in quello che Peter Bergen definirà come “il sipario per gli attacchi a New York City e a Washington, DC”.

[2] Gli Usa si rifiutarono di concedere l’immunità al Mullah Omar in cambio della resa dei talebani.

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