L’ISIS NON SMETTE DI AGIRE IN IRAQ

Fonte Foto: vox.com

L’uccisione di tredici poliziotti iracheni avvenuta sabato scorso a Kirkuk è stata rivendicata dallo Stato islamico che, nonostante sia stato formalmente sconfitto nel 2017, continua ad essere operativo nella terra dei due fiumi.

Tredici agenti di polizia iracheni sono stati uccisi sabato scorso in un posto di blocco situato nella regione di Al-Rashad a circa 65 chilometri a sud dalla città di Kirkuk a nord dell’Iraq. Poche ore dopo l’azione è stata rivendicata dallo Stato Islamico. 

Nonostante la sconfitta formale dell’organizzazione in Iraq nel dicembre 2017, alcune cellule hanno continuato a operare nelle aree desertiche e montane del paese colpendo forze di sicurezza infrastrutture statali, stazioni petrolifere e convogli statunitensi. Ad oggi la presenza jihadista si attesta per lo più a nord dell’Iraq: nel governatorato di Anbar, nella periferia di Kirkuk e a Mosul.

Nella prima metà del 2019 ci sono stati 139 attentati: nei governatori di Salah al-Din, Kirkuk, Diyala e Anbar. Ad aprile dello scorso anno alcuni jihadisti hanno assediato il villaggio di Mubarak, situato a nord-est di Baghdad. Nei mesi seguenti sono avvenuti altri attacchi nelle aree desertiche di Anbar, Ninive e Salah al-Din. A gennaio di quest’anno un duplice attacco suicida si è consumato nel mercato di piazza Tayaran nel pieno centro di Baghdad causando la morte di 32 persone e ferendone altre 110. Non capitava dal 2018. E la lista continua.

Domenica scorsa il presidente francese Emmanuel Macron ha visitato il Kurdistan iracheno esprimendo preoccupazione per un ritorno dell’ISIS in Iraq e in Siria. A tal proposito ha dichiarato che le truppe francesi appartenenti alla Coalizione internazionale anti-Daesh rimarranno nel paese “non importa cosa faranno gli americani”. 

La presenza delle truppe statunitensi, le quali costituivano una parte consistente delle forze della Coalizione internazionale, è diminuita drasticamente a partire dal 2019 sotto decisione dell’amministrazione Trump e ancora di più a seguito dell’assassinio di Qasim Suleimani avvenuto il 3 gennaio dello scorso anno. Ad oggi si contano circa 2.500 unità ma sono prossime a partire definitivamente a breve, così come successo in Afghanistan. Le truppe statunitensi sono responsabili della sorveglianza dei droni e dell’esecuzione dei raid aerei oltre che dell’addestramento dei membri delle forze di sicurezza irachene preposti alla sorveglianza delle aree urbane. 

L’ondata di proteste scoppiata in Iraq ad ottobre 2019, le recenti tensioni tra le milizie filo-iraniane e le truppe statunitensi e il peggioramento delle condizioni socio-economiche della popolazione, a causa della corruzione dilagante, sono elementi che restituiscono l’immagine di un paese che fa fatica a ristabilire il monopolio dell’uso della forza e ripristinare il contratto sociale che lega stato e cittadini. In queste faglie si inseriscono le azioni delle cellule dormienti (ma non troppo) dello smembrato Stato Islamico che, anche se sconfitto territorialmente, rappresenta tutt’oggi una minaccia per la terra dei due fiumi. 

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY