LA PERSECUZIONE DEGLI YAZIDI IN IRAQ

Fonte Foto: https://www.voanews.com/middle-east/un-team-says-islamic-state-committed-genocide-against-yazidis

La popolazione Yazida è una delle minoranze dimenticate del Medio Oriente, di origine antica e con tradizioni, credenze e costumi esclusivi e pieni di storia. A causa della loro unicità, gli Yazidi hanno vissuto secoli di oppressione e di persecuzione, senza mai ottenere una tregua. Dall’epoca di Saddam Hussein fino all’arrivo dello Stato Islamico, la comunità Yazida in Iraq è rimasta isolata e tormentata ed è stata oggetto di continue violenze, abusi e brutalità. 

La minoranza religiosa Yazida

Gli Yazidi sono un gruppo religioso curdo, la cui fede include aspetti che rimandano allo Zoroastrismo, al Cristianesimo e all’Islam. 

Oggi sono tristemente noti a causa del massacro che li ha visti coinvolti in Iraq per mano dello Stato Islamico; tuttavia, la loro persecuzione ha origini antiche. A causa del loro credo, per secoli sono stati destinatari di odio, violenza ed incomprensione.

Si ritiene che lo Yazidismo abbia avuto origine quando il leader dei sufi, Adi ibn Musafir, fondò in Kurdistan una comunità che univa elementi dell’Islam e credenze locali preislamiche. 

Sul piano etnico, la maggior parte di loro parla il Kurmanji, un dialetto curdo, ma sul piano religioso si ritengono distinti dalla popolazione curda sunnita e la loro società, nonostante sia molto chiusa ed isolata, è ben organizzata. 

Gli Yazidi si concentrano in gran parte nei campi profughi nel governatorato di Nineveh e nel distretto del Sinjar, al confine con la Siria e a nord dell’Iraq, vicino Mosul e Dohuk. 

Quest’ultimo, in particolar modo, è per loro un luogo sacro, un posto “sicuro”, nel quale, in teoria, non dovrebbero essere oggetto di discriminazioni e brutalità, ma che, in pratica, è stato l’epicentro delle loro sofferenze.

La loro religione viene definita “unica” per via di alcune pratiche esclusive degli Yazidi, ma è anche un credo incompreso, poiché incompatibile nel mosaico settario iracheno. 

Molti li definiscono “adoratori del Diavolo”, vista la loro credenza nel cosiddetto Angelo Pavone, Melek Taus, che viene paragonato spesso alla figura di Lucifero, l’angelo bandito dal cielo che diventa poi Satana, la personificazione del male. 

Questa concezione è molto diversa dalla visione che gli Yazidi hanno di sé stessi, data la loro definizione di “adoratori di Dio” e l’orgoglio per le numerose tradizioni che da sempre continuano ad onorare.

La minoranza etnico-religiosa degli Yazidi è riuscita comunque a sopravvivere, nonostante le molteplici persecuzioni religiose in Iraq avviate già da Saddam Hussein e perpetrate poi dallo Stato Islamico. 

Scontri etnici-religiosi

Il numero di Yazidi in Iraq varia da 500.000 a 700.000, ma in seguito ai numerosi scontri avvenuti in Iraq dagli anni ’70 in poi, si è abbassato notevolmente. 

Il dittatore iracheno Saddam Hussein, con le sue campagne di Arabizzazione, decise di distruggere interi villaggi nei quali vivevano gli Yazidi, causando il loro esodo e deportazione, costringendoli ad un trasferimento forzato in altre città irachene e dando vita ad un nuovo tipo di urbanizzazione araba.

Le campagne miravano appunto ad un’arabizzazione culturale e avevano come target i curdi iracheni. Tuttavia, gli Yazidi sono stati coinvolti in questo conflitto etnico che ha provocato lo sfollamento interno di centinaia di famiglie, isolandole sul piano sociale e culturale. La regione del Sinjar rimane comunque un territorio contestato tra i curdi e il governo iracheno.

La situazione di oppressione non è mutata fino all’invasione americana e la conseguente caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003. In questo periodo, il popolo curdo voleva integrare la popolazione Yazida nella propria comunità, liberandola dal suo eterno isolamento. Tuttavia, il percorso degli Yazidi ha incontrato continui ostacoli e violenze. 

Nel 2014, al-Baghdadi fonda lo Stato Islamico della Siria e dell’Iraq e i militanti islamici iniziano la loro invasione. 

Da quando il gruppo islamico è riuscito ad insediarsi nel distretto del Sinjar, il destino di uomini, donne e bambini della comunità Yazida era ormai già segnato. Uno degli episodi più brutali riguarda il “massacro di Kocho”, avvenuto in Iraq nel 2014, durante il quale si è assistito alla morte di molti Yazidi: alcuni rimasti uccisi dalla furia islamica, altri imprigionati o resi schiavi e i bambini costretti a diventare reclute del gruppo islamico. 

Il periodo del terrore invade la piccola minoranza etnico-religiosa, che diventa uno dei target più ambiti per lo Stato Islamico.

Gli Stati Uniti, su richiesta del governo iracheno, hanno condotto numerosi attacchi aerei contro i militanti islamici e sia le Nazioni Unite che le forze curde hanno prestato assistenza sanitaria alla comunità Yazida, istituendo un corridoio umanitario per consentire ad un numero limitato di Yazidi di rifugiarsi, tramite la Siria, nella regione del Kurdistan iracheno.

Lo Stato Islamico sembra aver dato agli Yazidi un chiaro ultimatum: “convert or die” e ha forzato la popolazione a convertirsi, non accettando un no come risposta e dando il via all’islamizzazione della società e della comunità Yazida.

Le conseguenze dell’accanimento Islamico contro gli Yazidi sono state devastanti, non solo in termini di vittime, ma anche di persone scomparse, rapimenti, abusi sessuali e violenza inaudita.

La reazione internazionale

La diffusione di terrore continua negli anni seguenti, in seguito all’espansione dello Stato Islamico e alla sua conquista di ulteriori città siriane ed irachene, e terminerà solo nel 2017 quando ci sarà la cacciata “definitiva” del gruppo islamico dai territori occupati.

Di fronte alle atrocità commesse alla comunità Yazida, il governo iracheno, con l’aiuto di una squadra investigativanominata dalle Nazioni Unite, ha cominciato a raccogliere tutte le prove necessarie per dimostrare la colpevolezza dello Stato Islamico, responsabile di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e del genocidio degli Yazidi. 

In primis, evidente è stato l’intento del gruppo islamico di eliminare, fisicamente e biologicamente, gli Yazidi e di distruggere sistematicamente i loro siti culturali e religiosi. Questo è dimostrato anche dal ritrovamento di numerose fosse comuni, vicino Sinjar e Kocho, nelle quali sono stati trovati resti di uomini e donne Yazidi. 

Dopo sette anni, la comunità Yazida è in cerca di giustizia, non solo per garantire la propria sopravvivenza ma anche per assicurare che i responsabili siano puniti una volta per tutte. Alcuni superstiti Yazidi hanno fatto sentire la propria voce chiedendo al Tribunale Penale Internazionale di prendere in considerazione il loro caso di genocidio e alle Nazioni Unite di istituire un tribunale speciale per i combattenti islamici.  

Anche se non ci sono stati risvolti soddisfacenti, un barlume di speranza si è intravisto con la proposta del Sinjar Agreement nel 2020 tra il governo iracheno e il governo regionale del Kurdistan: l’accordo punta ad una riconciliazione tra le comunità di questo territorio ed include numerosi progetti per favorire l’inclusione politica e sociale della popolazione Yazida e molti cambiamenti in tema di amministrazione, ricostruzione e sicurezza.

Il tentativo di ripristinare ordine e stabilità nella regione del Sinjar è reale e la popolazione Yazida è pronta ad un nuovo inizio, che sarebbe sicuramente più tangibile se solo la comunità internazionale intervenisse in maniera definitiva per condannare i colpevoli del genocidio e liberare le vittime da questo incubo.

Nonostante ciò, il timore degli Yazidi, ma anche di molti governi regionali e internazionali è di un possibile ritorno dello Stato Islamico nella regione e l’inizio di una nuova catastrofe politica, sociale ed umanitaria. L’impegno per un nuovo equilibrio regionale è, dunque, disperatamente richiesto per prevenire che questa eventualità si trasformi in realtà.

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