L’ETICA NELLE OPERAZIONI DI PEACE-KEEPING

Fonte Foto: https://en.wikipedia.org/wiki/United_Nations_peacekeeping#/media/File:US_Navy_100316-N-9116F001_A_Brazilian_U.N._peacekeeper_walks_with_Haitian_children_during_a_patrol_in_Cite_Soleil.jpg

Le contraddizioni e i fallimenti delle missioni di pace: analisi giuridica o morale?

Di fronte al compimento dei più noti crimini internazionali non è solo la popolazione dello Stato in questione ad essere lesa, ma la comunità internazionale nel suo insieme, la quale ha l’obbligo di prevenire e punire tali pratiche. Il concetto di “Jus Cogens” presuppone l’esistenza di norme accettate e riconosciute dagli Stati come inderogabili e non modificabili.

Ciò che è importante tenere a mente, dunque, è che a livello internazionale non si può reagire a un omicidio compiuto da un individuo privato in Germania, ma si può e si deve reagire in caso di crimini contro l’umanità commessi, ad esempio, da funzionari statali ufficiali nei confronti di una parte della loro popolazione. I destinatari di quella violazione, infatti, saranno tutti gli Stati[1].

La risposta istituzionale alla commissione di crimini internazionali viene rimessa principalmente nelle mani del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che può agire in base al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. Da non trascurare, inoltre, l’importante alleanza di difesa collettiva, la NATO. 

Fu nel contesto della crisi Jugoslava che ci si accorse della possibilità che l’intervento umanitario potesse sfociare in un vero e proprio intervento bellico, creando una contraddizione in termini[2]. Bombardare la Serbia violando il diritto internazionale e oltrepassando il Consiglio di Sicurezza o ignorare il disastro umanitario in Kosovo?

Il ricorso alla forza delle armi risulta spesso, soprattutto a livello mediatico, un ossimoro, qualcosa che va contro a una moralità pacifica di cui ci si sente parte, la quale inevitabilmente deve fare i conti, invece, con una moralità giuridica la cui esistenza è innegabile.

Il discorso è delicato, poiché l’opinione pubblica e gli specialisti, oltre a ritenerli spesso delle ingerenze negli affari interni dello Stato soccorso, notano le frequenti contraddizioni di questi interventi, come nel caso dell’istituzione da parte del Consiglio di Sicurezza di safe heavens[3] controllati da soldati britannici e americani nel Kurdistan Iracheno, aiuti non estesi agli sciiti del sud dell’Iraq, anche se ugualmente oppressi[4]

Vi è senza dubbio una legittimazione degli interventi militari nelle aree di crisi, la questione è come essi vengono svolti e se vi si può accostare il termine “pace”. Lo strumento di difesa su cui si basano quasi la totalità delle criticità è il peace-keeping che, essendo un organo sussidiari delle Nazioni Unite, ha immunità e privilegi.

I famosi “cappelli blu”, infatti, hanno creato non poche polemiche negli anni, mettendo in discussione più volte la correttezza di questi interventi e la stessa autorità delle Nazioni Unite, che difficilmente ha risposto dei propri errori. Nel caso di violazioni dei diritti umani nel corso di interventi umanitari, teoricamente si dovrà indagare la catena di comando e ricostruire il controllo effettivo militare del contingente in questione.

Solitamente nel peace- keeping l’ordine è il seguente: Consiglio di Sicurezza, Segretario Generale, Rappresentante Speciale, Comandante militare della forza e Comandanti dei contingenti. Nonostante ciò, è complicato far ricadere la responsabilità sugli operatori di pace, in quanto appartenenti sia agli Stati di invio sia all’Organizzazione. Il rischio, dunque, è la difficoltà di punire le violazioni commesse dalle missioni.

In alcuni casi le Nazioni Unite, le quali almeno in teoria esercitano un controllo sui contingenti di peace-keeping, hanno creato all’interno della missione un ufficio denominato solitamente “Local claims review board”, per assicurare una riparazione alle vittime di illeciti commessi. Si tratta di un meccanismo diverso dal ricorso a un tribunale arbitrale[5], che invece non è mai stato costituito, e che soprattutto non svolge le funzioni di accertamento dell’illecito in modo imparziale, essendo un ufficio interno dell’organizzazione.

Non si può ignorare in questo contesto il caso Behrami, deciso nel 2007 dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo e riguardante la missione di peace- keeping in Kosovo, autorizzata dalla risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza. Il caso riguardava dei bambini che, giocando in un campo minato, vennero uccisi da alcune bombe che avrebbero dovuto essere eliminate dalla missione UNMIK.

La Corte, però, si dichiarò incompetente poiché le attività UNMIK e KFOR, in base al criterio del controllo ultimo, erano attribuibili direttamente alle Nazioni Unite, le quali però non fanno parte della Convenzione europea sui diritti dell’uomo[6]. Un altro eclatante caso che mette in luce le contraddizioni delle missioni di pace è il caso Mothers of Srebrenica[7], riguardante l’operato di un contingente delle Nazioni Unite accusato di non aver prevenuto il genocidio.

La Corte Olandese ha affermato che la natura cogente del genocidio non fa venire meno l’immunità delle Nazioni Unite e che non c’è conflitto tra la norma che vieta quel crimine e la norma che riconosce l’immunità. Essa, infatti, ha natura procedurale e non può confliggere con il divieto di genocidio, di natura sostanziale. La contraddizione in termini che genera disappunto sulle Nazioni Unite, è che il divieto di genocidio in questo caso è meno importante dell’immunità, che protegge l’organizzazione!

L’ultimo esempio che desta perplessità è il caso Georges v. United Nations[8], riguardante un contingente inviato dalle Nazioni Unite presso Haiti nel 2010 che, affetto da colera, infettò la popolazione in loco. Le vittime presentarono il ricorso davanti al giudice federale americano per accertare la responsabilità delle Nazioni Unite e per ottenere un risarcimento, ma egli confermò l’immunità dei contingenti e dell’organizzazione.

Rimane indiscutibile che l’uso della forza debba essere consentito dal Consiglio di Sicurezza e correlato a situazioni eccezionali e di estremo pericolo[9], e rimane indiscutibile che la questione in questo contesto non riguardi gli interventi illegittimi: la domanda è, invece, in che misura, negli interventi autorizzati, le forze militari considerino l’etica nell’esercitare le proprie competenze.

Il rispetto della Carta delle Nazioni Unite, o della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, o del Trattato istitutivo della NATO, non bastano per classificare la presenza di una morale comune nel ristabilimento della pace, o meglio, è sufficiente solo per un’analisi strettamente giuridica del fenomeno. L’etica è un concetto poco collegabile ai trattati o alle Convenzioni, non è in alcun modo testimoniabile o condannabile e la sua mancanza non si avvicina, a livello giuridico, a una violazione del proprio mandato.

Capire il rapporto che il militare ha con la sua coscienza investe un piano semmai sociologico o psicologico. Ciò su cui ci si dovrebbe concentrare sono le sentenze di conferma di immunità degli organi delle Nazioni Unite, che fanno pensare a una vera contraddizione dello spirito stesso dell’organizzazione e a una mancanza di etica nella gestione dei contingenti militari. L’immunità che si trasforma in impunità, questo andrebbe condannato e indagato. 


[1] Giuseppe Palmisano, “Cronaca di una morte annunciata, la responsabilità dello Stato per crimini internazionali”, in M. Spinedi, A. Giannelli, M.L. Alaimo (a cura di), La codificazione della responsabilità internazionale alla prova dei fatti, Milano, Giuffrè, 2006, pp. 203- 244.

[2] L. Scuccimarra, “Proteggere l’umanità, sovranità e diritti umani nell’epoca globale”, Il Mulino, Bologna, 2016.

[3] Risoluzione nr. 688/91 del Consiglio di Sicurezza.

[4] L. Scuccimarra, “Proteggere l’umanità, sovranità e diritti umani nell’epoca globale”, Il Mulino, Bologna, 2016.

[5] Model Status of Forces Agreement for Peace-keeping Operations, UN Doc. A/45/594 (1990), Art. 51

[6] Par. 133-144, 71412/01, Corte Edu.

[7] Stiching Mothers of Srebrenica and others v. The Netherlands, Application no. 65542/12, European Court of Human Rights, 2013

[8] Georges v. United Nations, Case 15-455, United States Court of Appeal for the second Circuit, 2016

[9]  Si veda Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, in particolare art. 42, 43, 44, 51.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from LAW & RIGHTS