ROTEZIONE DEI CIVILI NEI CONFLITTI ARMATI: LA RISOLUZIONE ONU 2573 (2021) E L’UNAMA MIDYEAR REPORT SULL’AFGHANISTAN

Fonte Foto: Midyear Report

Il 27 aprile 2021 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato l’ultima di una serie di risoluzioni sulla protezione dei civili nei conflitti armati, anticipando i toni e le aspettative dello UNAMA Midyear Report sull’Afghanistan del 30 giugno scorso. 

La RISOLUZIONE 2573 (2021) lancia un monito agli Stati membri articolato in 12 punti, ritenuti fondamentali nell’assolvimento della “responsabilità primaria” delle Nazioni Unite di mantenere la pace e la sicurezza internazionali e promuovere e assicurare, altresì, il rispetto del diritto internazionale umanitario.

Innanzitutto, gli Stati membri condannano duramente gli attacchi in situazioni di conflitto armato diretti sia contro civili sia contro persone protette od obiettivi civili; allo stesso modo, sono ripudiati gli attacchi indiscriminati e spropositati, risultanti dalla privazione della popolazione civile di oggetti indispensabili alla loro sopravvivenza, intesi come violazioni flagranti del diritto internazionale umanitario. 

Si chiede che le parti in causa operino una distinzione, da una parte, tra obiettivi e popolazioni civili nonché persone soggette a protezione e, dall’altra, obiettivi militari. Si raccomanda il ricorso alla pianificazione delle azioni necessarie al “contenimento degli effetti”. Inoltre, si richiede espressamente che le parti in conflitto assolvano gli obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario, avendo cura di tutelare il personale umanitario e sanitario.

Sono condannati, in particolar modo, la fame e il diniego di accesso ai beni primari per la popolazione e gli attacchi alle infrastrutture civili come metodi di guerra, finalizzati alla privazione dei servizi assistenziali di base e all’impedimento del corretto funzionamento dei sistemi alimentari. 

I membri del Consiglio di Sicurezza insistono sull’appello per una “tregua umanitaria duratura” per favorire l’erogazione dei servizi, dell’assistenza umanitaria secondo i principi di «umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza», evacuazioni mediche secondo le norme del diritto internazionale incluso il diritto internazionale umanitario e le norme applicabili del diritto dei rifugiati, nonché nell’equa e attenta distribuzione e somministrazione dei vaccini COVID-19 nelle aree di conflitto. 

Si raccomanda, infine, la protezione dei soggetti impegnati nella ricostruzione dei beni e delle infrastrutture essenziali e il mantenimento del libero passaggio dei mezzi a tal fine indispensabili. Il tutto, da realizzarsi nel quadro della più ampia cooperazione internazionale e del raccordo fra le organizzazioni internazionali, regionali e sub regionali, allo scopo di garantire l’assistenza tecnica necessaria per sostenere le popolazioni gravate dai conflitti armati, assicurare la piena ed equa partecipazione delle donne negli sforzi per promuovere la pace e la sicurezza e contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. 

La risoluzione 2573 viaggia sulla stessa lunghezza d’onda del successivo Report on Protection of civilians in armed conflicts, presentato dal Segretario Generale ONU il 3 Maggio 2021. Il rapporto di António Guterres denuncia, ancora una volta, uno scenario agghiacciante: più di 160 milioni di persone vivono in aree di conflitto, di cui si stima che circa 60 milioni si trovino in aree che sfuggono a qualsiasi controllo governativo.   

Vittime civili in operazioni militari si registrano soprattutto in Afghanistan, Burkina Faso, Camerun, Congo, Libia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Somalia, Ucraina. A livello globale, il numero dei morti e feriti tra i civili causati dell’uso di armi ed esplosivi ha subito una diminuzione del 43%, probabilmente dovuta tanto alla situazione pandemica quanto alle operazioni di cessate-il-fuoco in Libia e in Siria. A fronte, tuttavia, di un incremento sostanziale delle vittime di mine o armi improvvisate: 6.766 vittime civili, con il più alto tasso registrato in Afghanistan, Libia, Siria e Yemen.  

Inoltre, il report sottolinea gli effetti collaterali che rappresentano “the heavy toll”, il carico pesante nei conflitti armati. Innanzitutto, alla fine del 2020 oltre 99 milioni di persone facevano fronte ad una crisi oppure ad un peggioramento della condizione di insicurezza alimentare in ben 23 Stati. Situazione aggravata da disastri, shock economici, cambio climatico e crisi sanitarie, prima fra tutte, la pandemia da COVID-19 e le sue inevitabili implicazioni.  

Nella Risoluzione 2286 (2016) il Consiglio di Sicurezza ha sollecitato gli Stati parte nei conflitti armati ad assolvere gli obblighi, sotto il profilo del diritto internazionale umanitario, relativi all’adozione di misure volte a garantire l’accesso all’assistenza sanitaria e alla protezione del personale sanitario. Cinque anni più tardi, secondo il report, il personale medico, i trasporti e i servizi sono ancora duramente sotto attacco. 

Per quanto riguarda la piaga degli sfollati, si stima che nella prima metà del 2020 circa 79,5 milioni di persone siano state costrette ad evacuare le proprie terre (nel 2019 la stima era di 79,4 milioni) di cui la maggioranza, circa 45,7 milioni, è costituita da sfollati interni.

I casi più significativi si registrano nella Repubblica Democratica del Congo con 668 mila sfollati e la Siria, con 588 mila profughi. Medesima preoccupazione desta l’elevato numero di persone scomparse: la Croce Rossa Internazionale denuncia la sparizione di circa 18 mila persone, di cui 151 mila collegate ai conflitti armati. 

Un aspetto controverso è senza dubbio la preoccupazione posta nel trattamento riservato ai foreign fighters e agli individui sospettati di terrorismo: si sottolinea la necessità di rispettare nei confronti di costoro le norme del diritto internazionale, in particolare le norme in materia di diritti umani, del diritto internazionale umanitario e del diritto dei rifugiati.  

I bambini restano le vittime principali dei conflitti: in decine di migliaia continuano ad essere uccisi, mutilati, vittime di violenze e abusi sessuali, reclutati come bambini soldato. La maggiore incidenza si rileva in Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Siria, Somalia, Yemen. 

Il report menziona anche l’ambiente quale vittima «silente» dei conflitti armati: la distruzione o il danno arrecato a miniere estrattive, impianti chimici e a installazioni petrolifere si traducono nella contaminazione del terreno, del suolo e delle fonti di aria e acqua, cagionevoli, a loro volta, di causare problemi di salute, di minacciare la biodiversità e gli animali selvatici oltre che contribuire, altresì, al cambiamento climatico e fomentare l’inquinamento con le relative implicazioni anche sulle terre coltivabili e l’agricoltura. 

Infine, il Segretariato Generale invita gli Stati a ratificare gli accordi rilevanti in materia, di diventare parti del Protocollo addizionale della Convenzione di Ginevra del 1949 e del Protocollo II sulla protezione delle vittime di conflitti non internazionali; di proteggere e in alcun modo ostacolare l’attività del personale medico e sanitario e i loro mezzi e ausili necessari alle loro attività; di rafforzare la raccolta e l’analisi dei dati circa le violenze, gli attacchi e le minacce in corso e a intraprendere le “buone pratiche” fondamentali a  rafforzare la protezione dei civili da parte di Stati membri e gruppi armati di Stati non membri.

Per quanto riguarda la drammatica situazione di queste ore in Afghanistan, l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani lo scorso 24 agosto ha espresso profonda preoccupazione in seguito al rapido sequestro del Paese da parte dei Talebani: Michelle Bachelet ha esortato fortemente al rispetto dei diritti umani e ad adoperarsi per ristabilire una riconciliazione in quella terra «che ha sofferto durante i decenni di conflitto».

Tuttavia, il timore di un ritorno ai modelli passati di violazioni dei diritti umani si è rivelato fondato. L’ UNAMA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan) Midyear Report ha registrato, nei primi sei mesi del 2021, un’escalation di vittime civili pari a quasi il 50% in più rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente. 

Delle 5183 vittime registrate, l’UNAMA denuncia che il 14 % rientra in “obiettivi programmati”; l’8% a raid aerei; il 3% all’esplosione di residui bellici; il 38% a ordigni esplosivi improvvisati e il rimanente 33% in campi di guerra.

Inoltre, si ricevono segnalazioni di un ritorno alle esecuzioni sommarie di civili e membri fuori combattimento, di restrizioni ai diritti delle donne all’istruzione, alla libera circolazione, alla libertà personale; di reclutamento di bambini soldato e la repressione del dissenso. E si teme per l’incolumità di coloro che lavorano con la comunità internazionale o impegnati nella promozione dei diritti umani e della giustizia. 

Conclude la Commissaria Bachelet il suo intervento asserendo che «un ritorno alle pratiche passate non troverà accettazione nella comunità internazionale, né ora né in futuro. Il popolo afghano è arrivato troppo lontano perché un simile risultato sia mai tollerabile».

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