LA GESTIONE AMERICANA DELLA MISSIONE IN AFGHANISTAN

Dagli “Afghanistan Papers” sono emersi errori di valutazione e bugie che si sono accumulate durante 4 amministrazioni americane in Afghanistan

I recenti avvenimenti in Afghanistan hanno sconvolto il mondo intero, dopo il ritiro delle truppe statunitensi, infatti, nel giro di poco tempo il paese è caduto di nuovo in mano ai talebani. La guerra in Afghanistan è iniziata 20 anni fa, quando nel 2001 l’amministrazione di George W. Bush decise di invadere il paese per rovesciare il regime talebano e sconfiggere al-Qaeda, autore dell’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 contro il World Trade Center di New York e contro il Pentagono.

La missione in Afghanistan è stata portata avanti dagli Stati Uniti con la partecipazione degli alleati NATO, tra cui l’Italia. Il 1° maggio 2003 Bush dichiarò ufficialmente raggiunto l’obiettivo principale della missione, ovvero rovesciare il governo talebano di Mullah Omar e smembrare così al-Qaeda che da quel momento non aveva più protezione ed i suoi membri si erano nascosti in aree remote del paese, oppure rifugiati in altri paesi come il Pakistan o rimasti uccisi negli attacchi aerei americani. Un’altra vittoria importante è stata il 2 maggio 2011, data in cui il capo di al-Qaeda Osama bin Laden è stato ucciso dalle forze speciali statunitensi nel suo rifugio in Pakistan, sotto l’amministrazione Obama.

Da quel momento le truppe americane sul territorio afghano sono state ridotte unilateralmente da Washington, ovvero senza consultazioni con i talebani o con il governo di Kabul. È stata poi la successiva amministrazione di Trump a portare avanti i negoziati con i leader talebani, tra cui Abdul Ghani Baradarliberato da una prigione in Pakistan sotto richiesta degli USA per partecipare ai colloqui, aventi come oggetto il ritiro totale delle truppe americane in cambio dell’impegno a non lasciare che gruppi terroristici si stabiliranno in futuro in Afghanistan.

L’accordo è stato concluso il 29 febbraio 2020 a Doha, ma senza garanzie per gli Stati Uniti che questo verrà rispettato dall’altra parte. Ad aprile 2021 il nuovo presidente democratico Joe Biden ha annunciato che avrebbe continuato sulla linea di Trump di ritiro delle truppe, spostando però la scadenza ultima simbolicamente all’11 settembre 2021, esattamente 20 anni dopo gli attentati.

Da maggio, contemporaneamente al ritiro delle truppe NATO, i talebani hanno portato avanti una campagna di riconquista del paese a partire dalle zone rurali per poi arrivare a controllare le frontiere con Iran e Tagikistan, e man mano le varie città e province. Nel giro di pochissimo tempo abbiamo visto il paese cadere nelle loro mani poiché l’esercito afghano si è subito arreso, il presidente Ashraf Ghani è fuggito, gli occidentali hanno accelerato le evacuazioni ed i talebani hanno preso Kabul il 15 agosto fondando l’Emirato Islamico. 

Per quanto riguarda la decisione del ritiro delle truppe, è bene ricordare che da anni nell’opinione pubblica e nel dibattito americano si parla di porre fine ad una missione divenuta da tempo impopolare. Ciò che andrebbe discussa non è la decisione in sé del ritiro, prospettata e decisa già da un anno con l’accordo di Doha, quanto piuttosto le motivazioni per cui 20 anni di presenza militare in Afghanistan non abbiano creato le condizioni per le quali il paese una volta lasciato solo sarebbe stato in grado di contrastare i talebani. In tal senso è bene menzionare la questione “Afghanistan Papers”: si tratta di documenti riservati custoditi dal governo ed ottenuti dal Washington Post nel 2019 dopo una battaglia legale durata 3 anni.

Da queste oltre 2 mila pagine di documenti contenenti messaggi, appunti, interviste confidenziali con alti ufficiali, diplomatici e funzionari coinvolti in Afghanistan è emerso come in questi 20 anni si sono accumulati molti errori, bugie e statistiche manipolate per far credere che la missione stesse andando bene, ma così non era. In questi anni di conflitto Washington ha schierato in totale circa 775 mila soldati, tra cui ci sono state circa 2.400 vittime e 23 mila feriti.

Quello che è emerso dai documenti è stato che per i primi mesi il focus della missione era chiaro a tutti: distruggere al-Qaeda per evitare nuovi attentati sul suolo americano. Ma dopo i primi tempi sia Bush che i suoi ministri, come quello della Difesa Donald Rumsfeld, persero il senso originario dell’operazione e una volta distrutta l’organizzazione terroristica di Osama bin Laden si iniziò a combattere contro i talebani e da lì gli americani sono stati risucchiati in un pantano senza pianificazione.

A distogliere ulteriormente l’attenzione fu l’intervento in Iraq deciso da Bush nel 2003 per il quale il presidente declinò la proposta di Richard Haas di aumentare il numero dei soldati in Afghanistan, poiché come quest’ultimo ha dichiarato c’era un senso di impotenza e poco entusiasmo.

Obama invece cambiò completamente la strategia di antiterrorismo del suo predecessore, con una campagna di contro-insurrezione che cadde sotto il nome di piano “surge” del 2009: invio di altri 30.000 uomini in Afghanistan oltre i 70.000 americani già presenti, insieme a tonnellate di aiuti per il debole governo afghano, un piano presentato senza preavviso ai generali coinvolti quali David Petraeus che all’epoca era a capo del Central Command.

Ancora più sorprendente fu però l’annuncio subito dopo di Obama in cui affermava che entro 18 mesi avrebbe iniziato a ritirare le truppe, il che era una contraddizione rispetto al piano precedente poiché mettere una scadenza ai rinforzi vanifica il senso della strategia. Inoltre, da questi documenti è emerso come gli ufficiali militari statunitensi non abbiano detto la verità per anni, dichiarando pubblicamente che stavano facendo dei progressi non reali, nascondendo che la guerra non si poteva vincere e descrivendo una situazione più rosea di quanto non lo fosse realmente.

Il generale americano Douglas Lute ha dichiarato che loro non sapevano cosa stessero facendo, non avevano una piena comprensione e conoscenza del contesto in cui stavano operando. In totale sono stati spesi circa 1 trilione $ per fare nation-building in Afghanistan, nonostante le iniziali promesse per le quali non era quello lo scopo della missione, ma ne sono valsi la pena?

Una delle questioni più clamorose emerse è di come l’esercito afghano, addestrato per anni dalle forze occidentali per divenire autonomo e capace di difendere il paese anche da solo, in realtà fosse corrotto, incompetente e di come infatti si sia facilmente arreso di fronte ai talebani lasciando loro molte armi fornite dagli occidentali.

A partire da un’analisi delle azioni dell’amministrazione Trump, l’accordo di Doha non ha imposto condizioni ai talebani per il ritiro delle truppe, e questo li ha rafforzati poiché hanno avuto mesi di sospensione dei bombardamenti americani durante i quali si sono riorganizzati e raggruppati, ed a loro volta i talebani non hanno dovuto concedere un cessate il fuoco.

Tornando invece agli eventi più recenti, da molti è stato considerato un errore la scelta di ritirare le truppe occidentali nel periodo estivo, poiché storicamente le operazioni militari dei talebani riprendono in primavera e raggiungono il massimo in estate quando si scioglie la neve sui passi che collegano l’Afghanistan al confinante Pakistan (dove i talebani si ritirano in inverno) e riprendono i collegamenti per il rifornimento di munizioni ed il movimento di uomini.

Inoltre, lasciare il paese nel momento di ripresa delle attività militari dei talebani non ha consentito di realizzare un ritiro responsabile, che avrebbe dovuto prevedere il mantenimento di alcune truppe per aiutare il governo afghano a sostenere l’offensiva estiva per poi ritirarsi definitivamente.

Dopo l’annuncio del ritiro ci si aspettava, e così non è stato, che gli Stati Uniti ed i paesi europei fossero pronti ad evacuare anche gli afghani, con le loro famiglie, che in questi 20 anni hanno collaborato con gli occidentali poiché erano e sono i più minacciati dall’arrivo dei talebani.

Ad aggiungersi a tutto questo c’è stato un errore di calcolo e valutazione, in quanto si era stimato che Kabul sarebbe stata minacciata almeno dopo un anno e mezzo di guerra; invece, le tempistiche sono state molto più brevi e non hanno dato il tempo di preparare un ritiro ordinato.

Washington non ha neanche messo in atto una strategia di aiuto nei confronti della difesa afghana, nonostante fossero consapevoli che le operazioni militari in Afghanistan dipendevano da contractor privati che si occupano di logistica aerea e di far funzionare i sistemi d’arma forniti dagli Stati Uniti, ma che senza un piano per tenerli sul territorio questi non avrebbero potuto aiutare l’esercito di Kabul.

La paura è che il nuovo Emirato diventerà nascondiglio di gruppi terroristici, che si amplificherà il commercio e l’esportazione di oppio ed eroina, senza parlare delle conseguenze del ripristino di un regime così duro e repressivo sulla società afghana.

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