I BALCANI E LA QUESTIONE AFGHANA: UNA CARTA DA GIOCARE

Fonte Foto: https://thehill.com/policy/defense/568285-uganda-balkan-nations-to-take-afghan-refugees-after-us-request

La crisi afghana tocca da vicino anche i Balcani, che possono sfruttare la situazione per stringere accordi e affermarsi a livello internazionale. Tuttavia, non è da escludere che la questione potrebbe dar vita a numerose criticità nel breve e nel lungo periodo per gli Stati dell’area; tra questi: l’accoglienza dei profughi afghani lungo la Balkan Route e la lotta al rafforzamento del fondamentalismo islamico.

L’interesse balcanico per Kabul è a stelle e strisce

Nelle ultime settimane, le notizie inerenti all’Afghanistan hanno occupato le prime pagine di tutto il mondo; spesso se ne è parlato in relazione agli Stati Uniti, all’Unione Europea o a quei Paesi – come la Russia, la Cina, l’Iran e la Turchia – che hanno scelto di avviare un dialogo con le rappresentanze dei talebani, ormai al potere.

Tuttavia, la questione tocca da vicino diverse aree del mondo, tra cui i Balcani, che – seppur non legati primariamente con Kabul – non possono rimanerne estranei; anche solo per affermare la propria posizione sulla scacchiera geopolitica mondiale.

Albania, Kosovo e Macedonia del Nord sono stati i primi Paesi europei a sostenere il programma di evacuazione dei cittadini afghani promosso dal presidente Joe Biden, offrendo temporanea ospitalità ai profughi in fuga verso gli Stati Uniti: secondo quanto riportato, infatti, Tirana sta disponendo numerosi dormitori studenteschi per accogliere almeno tremila persone, mentre Skopje prevede di sistemare i 450 afghani pattuiti presso hotel e resort; il Kosovo – d’altra parte -, pur non avendo specificato i luoghi in cui verranno collocati gli afghani in arrivo, ha annunciato di poter accogliere fino a diecimila persone.

Sebbene tali gesti siano stati giustificati sia dal primo ministro albanese Edi Rama che dalla presidente kosovara Vjosa Osmani come atti dovuti in forza del passato migratorio di entrambi i Paesi – che ben conoscono “cosa significa essere espulsi e partire con la forza da dove sei cresciuto, separati dai tuoi cari, essere costretto a fuggire per salvarti la vita” -, è indubbio che l’offerta ospitalità non sia del tutto disinteressata: l’Albania e la Macedonia del Nord, ancora bloccati nel loro processo di adesione all’Unione Europea, sperano di vedersi confermare il sostegno statunitense, che permetterebbe loro di aumentare il proprio riconoscimento a livello internazionale – come sostenuto anche dall’ambasciatore albanese negli Stati Uniti, Agim Nesho, che ritiene tale scelta politica “un’opportunità per ottenere l’accettazione dell’Occidente”; diversamente, il Kosovo deve a Washington il proprio riconoscimento come Stato sé stante, così come la protezione nei confronti della Serbia, che non ha mai realmente riconosciuto l’indipendenza di quella che – ancora oggi – ritiene una sua provincia.

Il Paese di Aleksandar Vučić, d’altra parte, continua la propria politica di bilanciamento, diviso tra il sostenere i propri alleati (Russia e Cina) e il non porsi apertamente contro le politiche occidentali, né degli Stati Uniti né dell’Unione Europea, che potrebbe – in seguito – decidere di non sostenere la candidatura di Belgrado quale nuovo membro. In tale ottica, la Serbia non ha espresso apertamente il proprio parere sulla questione afghana, sebbene recentemente siano emerse prove che il Paese – negli anni scorsi – abbia ospitato alcuni incontri tra le rappresentanze dell’ex-governo legittimo di Mohammad Ashraf Ghani e quelle dei talebani.

La questione dei profughi afghani

Secondo alcuni, la crisi afghana potrebbe toccare più da vicino i Balcani con l’arrivo di coloro che, probabilmente, lasceranno il Paese nei mesi a venire. Sebbene sia difficile fare una previsione in termini di numeri, è indubbio che la cifra si aggirerà oltre le migliaia; basti pensare che solo nell’ultimo anno – secondo quanto riportato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) – il Pakistan ha accolto almeno un milione e mezzo di afghani, mentre l’Iran quasi ottocentomila. Non solo, in generale, negli ultimi vent’anni, sono stati più di due milioni che hanno lasciato il Paese, mentre almeno tre milioni e mezzo sono coloro che – pur rimanendo in Afghanistan – sono scappati dalle zone di guerra e vivono come sfollati interni.

Con la chiusura dell’accesso all’aeroporto ai cittadini non-stranieri da parte dei taliban, è impensabile pensare che non vi saranno fughe irregolari dal Paese: il passaporto afghano, infatti, permette di accedere senza visto solo in tre Stati (Dominica, Haiti e Saint Vincent e Grenadine); tutti troppo distanti per assicurare un passaggio sicuro ai profughi.

Per questo, in molti, si aspettano una fuga verso i territori del vicino Iran, così poi da immettersi nelle rotte che, attraverso la Turchia, dovrebbero portare fino all’Europa, lungo la cosiddetta Balkan Route. Ciò detto, bisogna, però, considerare che, negli ultimi anni, i Paesi limitrofi all’Afghanistan hanno ampliato e rafforzato le proprie capacità di controllo dei territori, rendendo assai difficile il passaggio tra questi.

Non solo, con Teheran e Ankara intenzionate a dialogare con il nuovo potere talebano per assicurarsi il ruolo di guida islamica, difficilmente i cittadini afghani riusciranno ad ottenere il riconoscimento di una protezione. Ed è proprio questo a far ritenere impossibile il ripresentarsi di una crisi umanitaria pari a quella che sconvolse l’Europa nel 2015, quando più di un milione di richiedenti asilo – provenienti soprattutto dalla Siria – giunse sulle coste europee.

Una possibilità che non dispiacerebbe agli Stati balcanici, ancora oggi impreparati ad accogliere un tale numero di persone e in difficoltà nella gestione di coloro che già si trovano sul territorio, come ben rappresentato dalle disastrose condizioni in cui vertono i campi di accoglienza in Grecia, in Bosnia Erzegovina e – recentemente – in Romania.

Il rischio della ripresa del fondamentalismo islamico

La maggior incognita per i Balcani è, probabilmente, rappresentata dal fondamentalismo islamico, una piaga con cui la regione fa i conti da anni, senza però riuscire a trovare una reale ed efficace soluzione. Negli anni, migliaia di persone sono, infatti, partite per combattere in Siria al fianco di Daesh e centinaia sono stati i foreign fighters di ritorno; molti sono ancora bloccati nei campi siriani, in attesa che i Paesi di origine – principalmente, Bosnia-Erzegovina, Kosovo e Albania – decidano come e quando riaccoglierli.

Non solo, nell’ultimo anno, si è registrato un aumento vertiginoso del numero di adepti adescati e convertiti attraverso il proselitismo online: infatti, durante i mesi di lock-down forzato, in molti si sono rivolti alle pagine social e Internet alla ricerca di rassicurazioni e/o compagnia, finendo – poi – per credere alle campagne di odio contro i governi nazionali, abilmente portate avanti nelle pagine e nei gruppi filo-Daesh.

Una situazione che potrebbe vivere un vero e proprio exploit in seguito alla vittoria dei talebani in Afghanistan, che hanno dimostrato la possibile forza del movimento islamista fondamentalista non solo sconfiggendo l’Occidente e riappropriandosi dei territori da loro un tempo governati, ma arrivando anche a sedersi con esso attorno al tavolo delle trattative sia nel febbraio 2020 per la stipula dell’Accordo di Doha con l’allora presidenza statunitense Trump, sia oggi con le diplomazie cinesi, russe e turche. 

Sebbene i taliban abbiano dichiarato – quantomeno a parole – la propria scelta di allontanarsi dalla compagine terroristica un tempo affiliata ad al-Qa’ida, così come il proprio impegno nel combattere contro la fazione afghana di Daesh (il cosiddetto Isis-K), non è escluso che la loro vittoria spinga molti fondamentalisti a ricercare nella lotta armata la propria realizzazione personale, o quantomeno la fuga da situazioni di povertà economica e sociale, così come di emarginazione.

Diversi studi hanno, infatti, dimostrato che i gruppi minoritari che crescono in contesti di (reale o percepita) discriminazione ed emarginazione politica, sociale e/o economica, sono più facilmente suscettibili alla radicalizzazione. Un problema – quello etnico-religioso – che i Balcani non sono mai riusciti a risolvere e che, anzi, in alcuni Stati si sta acuendo; come in Montenegro, dove la nuova legge in materia religiosa sta spaccando il Paese fin da inizio anno.

La carta afghana: una possibilità o un rischio?

Molti Stati dell’area balcanica hanno visto nella crisi afghana una possibilità per affermare la propria posizione in ambito internazionale, confermando antiche alleanze. Se la Serbia continua a rimanere in disparte, cercando di proseguire il suo gioco di equilibrio tra Unione Europea e Russia, Paesi come l’Albania, il Kosovo e la Macedonia del Nord cercano di supportare le politiche umanitarie di Washington per ottenere una volta per tutte il consenso dell’Occidente.

Tuttavia, la questione dei profughi afghani non può essere – e non sarà – limitata ai soli cittadini sfollati per mezzo dei ponte-aerei statunitensi. Pertanto, è necessario che i Balcani si adoperino per poter affrontare le eventuale arrivo di migliaia di richiedenti asilo in fuga dai taliban: infatti, sebbene sia improbabile che avvenga un esodo di portata pari a quello siriano che, nel 2015, piegò la Balkan Route, è anche vero che l’Iran e la Turchia – che, fino ad oggi, hanno agito da barriera e filtro all’interno dei flussi migratori – potrebbero non collaborare più con Bruxelles, in forza di un riconoscimento del proprio ruolo all’interno del mondo islamico, partendo proprio da un’intesa con il nuovo governo talebano. In tal caso, i Balcani occidentali dovrebbero farsi trovare pronti.

Il quesito più complesso è quello inerente agli effetti che la vittoria dei taliban avrà sui gruppi fondamentalisti islamici presenti nella regione, che – dall’inizio della pandemia – hanno registrato un notevole aumento nel numero degli adepti. Sebbene vi siano stati miglioramenti nella lotta al terrorismo (soprattutto, in Albania e Montenegro), la maggior parte dei Paesi dell’area presenta ancora numerose criticità, sia nella persecuzione dei reati legati al terrorismo, sia nella realizzazione di politiche sociali che prevedano significativi programmi di de-radicalizzazione. Una situazione che potrebbe favorire la partenza di nuovi foreign fighters e rendere effettivamente i Balcani la culla del terrorismo europeo.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from EUROPA