“NUOVI” TALEBANI, VECCHI PROBLEMI: IL COLLASSO DEI DIRITTI UMANI IN AFGHANISTAN

A poco meno di un mese dal ventennale degli attacchi alle Torri Gemelle, i Talebani si trovano esattamente dov’erano allora, nel palazzo presidenziale di Kabul. La versione 2.0 dei Talebani del nuovo Emirato islamico promette moderatezza e rispetto dei diritti umani, ma le notizie che arrivano dal Paese dimostrano tutt’altro. 

A poco meno di un mese dal ventennale degli attacchi alle Torri Gemelle, i Talebani si trovano esattamente dov’erano allora, nel palazzo presidenziale di Kabul. Questa volta, però, non fanno più paura all’Occidente, non rappresentano più una minaccia alle vite, alla cultura ed alla stabilità della comunità occidentale. Questa volta gli si può pacatamente consegnare l’Afghanistan e non preoccuparsi delle future conseguenze.

Gli Stati Uniti avevano già annunciato, con l’accordo bilaterale di Doha del febbraio 2020 siglato da Trump, il ritiro delle truppe straniere dall’Afghanistan, entro la fine dell’aprile 2021, a talune condizioni però.

Nell’accordo si richiedeva ai Talebani la riduzione delle violenza ed un chiaro segnale di chiusura dei rapporti con al-Qaeda e le organizzazioni terroristiche, senza però specificare dettagli né meccanismi di verifica di tale impegno. 

C’è da dire che i margini di manovra, lasciati dall’accordo a Biden, erano molto ridotti e per nulla promettenti, nonostante ciò lo scorso aprile aveva rassicurato gli Americani e il mondo intero che gli Stati Uniti non si sarebbero affrettati verso l’uscita, “lo faremo in modo responsabile, deliberato e sicuro”; ricordando al presidente del governo afghano Ashraf Ghani che sarebbe terminato esclusivamente “l’impegno militare, non la collaborazione tra i due Paesi”.

Quattro mesi dopo, però, il governo di Kabul appare troppo debole e l’esercito afghano ridotto in brandelli. Cittadini afghani, personale dell’ambasciata e delle ONG si sono riversati sulle piste dell’aeroporto, nel disperato tentativo di lasciare il Paese prima che sia troppo tardi. 

Le ragioni del ritiro sono facilmente intuibili, oltre che ripetute dal presidente statunitense. La missione in Afghanistan aveva il solo scopo di difendere il territorio americano dagli attacchi terroristici, non è mai stata una missione di Peace-building o Nation building. La permanenza delle truppe americane sarebbe, ormai, un inutile dispendio di risorse economiche, che la nuova America, intenta a competere con Pechino, non potrebbe più permettersi.

E d’altronde Biden si rivolge quasi esclusivamente all’elettorato americano, completamente disinteressato ad  una guerra, troppo costosa e lontana. 

Il presidente ribadisce che la priorità USA è far uscire gli americani da Kabul nel modo più sicuro possibile, ricordando che dal 14 agosto sono state evacuate 28 mila persone, 33 mila da luglio ed 11 mila in meno di 36 ore. Rassicura che “ogni Americano che vorrà tornare a casa, tornerà a casa”.

Certo non si può addossare sugli Stati Uniti l’intera responsabilità del ritorno dei Talebani, vero è, però, che gli accordi di Doha hanno conferito loro una vera e propria “patente di legittimità politica”, contribuendo inoltre ad indebolire potere e credibilità del governo ufficiale di Kabul.

Difatti, l’accordo bilaterale è stato negoziato tra gli Usa ed i Talebani, escludendo del tutto il governo afghano.

Basti solo pensare all’intesa per il rilascio dei 5.000 detenuti Talebani, in cambio dei 1.000 prigionieri governativi, scambio sancito dall’accordo di Doha tra Americani e Talebani, del quale, però, Kabul non è firmatario.

L’amministrazione Trump ha, a tutti gli effetti, imposto al presidente Ashraf Ghani decisioni che costui avrebbe voluto evitare o posticipare, nell’ottica di un negoziato che tendesse a proteggere anche gli interessi governativi. 

I Talebani, che nell’ultimo mese avevano intensificato l’offensiva militare, ne hanno approfittato, realizzando un’imponente conquista territoriale.

Il ritiro delle truppe americane era semplicemente atteso dai militanti islamici per affondare il definitivo colpo sulla città. 

“Vogliamo assicurarci che l’Afghanistan non sia più un campo di battaglia”, e ancora “Abbiamo perdonato tutti coloro che hanno combattuto contro di noi. La guerra è finita. Non vogliamo nemici esterni o interni”.

toni della prima conferenza stampa dai palazzi del potere a Kabul,  usati dal portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid, sono moderati a tratti rassicuranti.

Si mette in evidenza l’intento di “rispettare i diritti delle donne, all’interno della legge islamica”, la Sharia, mostrando il volto ‘nuovo’ dell’Emirato islamico dell’Afghanistan. 

I funzionari statali e tutti coloro che “hanno collaborato con gli Americani”, a detta di Mujahid, saranno coperti da un’amnistia generale, estesa addirittura ai soldati che hanno combattuto contro di loro. 

Il movimento sembrerebbe determinato anche ad interrompere l’esportazione di oppio, che parte dal Paese, nonché (in rispetto agli accordi presi) a vietare l’uso del territorio afghano per l’organizzazione di attacchi terroristici. Reclamando, al contempo il necessario “sostegno internazionale, per promuovere un’alternativa alla coltivazione del papavero”. 

Pacatezza ed apertura, ostentate davanti ai media per accattivarsi il consenso della comunità internazionale, ma che non possono cancellare il vivido ricordo delle atrocità commesse durante la loro prima stagione al potere e che in base ai resoconti attuali delle ONG sono tutt’altro che ricordo, ma atroce attualità. 

Il nuovo Emirato islamico assicura che dei diritti delle donne saranno salvaguardati e sarà consentito loro l’accesso all’istruzione. Le donne afghane potranno lavorare, andare a scuola, uscire di casa da sole e indossare l’hijab.

Affermazioni poco convincenti, dal momento che gli stessi Talebani, nell’annunciare il nuovo governo, hanno specificato che il nuovo Emirato sarà una teocrazia islamica. La rigida interpretazione dell’Islam difficilmente consentirà alle donne afghane di mantenere i (pochi) diritti conquistati o quantomeno li demanderà completamente alle valutazioni degli uomini. 

In base alle testimonianze, in realtà, pare che i comandanti talebani abbiano dato istruzione agli imam delle aree sotto il loro controllo di fornire l’elenco delle donne “non sposate, di età compresa tra 12 e 45 anni affinché i loro soldati possano sposare in quanto bottino di guerra che spetta ai vincitori”. 

Dato molto grave che si va ad aggiungere ad una già triste realtà. In base ai dati raccolti da ActionAid, in Afghanistan, tra il 60 e l’80% dei matrimoni sono forzati e coinvolgono spose bambine.

L’immagine dei manifesti pubblicitari dei negozi di Kabul, ricoperti da vernice bianca sembrano allegoria del destino che potrebbe travolgere le donne afghane, coperte, cancellate, annullate.

Così come i roghi di documenti che testimoniano 20 anni di lavoro delle ONG a sostegno dei diritti femminili sono diventati immagine simbolo delle ultime settimane: i diritti delle donne afghane stanno andando in fumo.

Tutti quei progressi, raggiunti grazie all’impegno delle organizzazioni umanitarie attive sul territorio, quali l’abolizione dell’obbligo di indossare il burqa, il diritto al lavoro, l’accesso a scuola, la possibilità di avere uno smartphone con accesso ad internet e di partecipare alla vita politica del Paese. Tutto questo è destinato a sgretolarsi in poche ore. 

Al di là della propaganda, a favore di telecamera, la realtà è che, in tutti i territori riconquistati, i talebani hanno vietato alle donne di tornare a lavorare o di andare a scuola. Caso emblematico quello dell’Università di Herat, frequentata in maggioranza da giovani donne.

Maggiormente a rischio tutte quelle donne che abbiano partecipato alla vita politica del Paese, o che abbiano collaborato con le forze occidentali, partecipato ai progetti delle organizzazioni umanitarie o semplicemente condotto una vita contraria ai precetti  talebani. 

Secondo l’OMS, inoltre, le donne, in particolare nelle aree rurali, avrebbero subito una vera e propria discriminazione sanitaria, per l’estrema difficoltà ad accedere ai servizi sanitari di base, tanto per ragioni economiche, quanto per retaggi culturali imposti dai talebani, durante la prima guerra civile.

Altissimi anche i numeri di violenza domestica documentati in questi anni: nel 2019 l’Agenzia indipendente della Human Rights Commission delle Nazioni Unite (AIHRC) ha registrato 4.639 casi di violenza di genere, nel Paese.

Ma le violazioni dei diritti non si limitano alle sole donne. Amnesty International denuncia le brutali violenze compiute dai Talebani nei confronti delle minoranze degli hazara, un tempo maggioranza della popolazione ed oggi ridotta al 9%. 

Facilmente riconoscibili per i loro tratti somatici orientali, gli hazara hanno la “colpa” di essere sciiti, quindi bersaglio delle persecuzioni talebane. 

Amnesty International, che chiede l’intervento immediato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha parlato di una vera e propria strage nei loro confronti, avvenuta nel mese di luglio.

In base alle testimonianze raccolte sul posto, tra il 4 e il 6 luglio ci sarebbero state una serie di raccapriccianti uccisioni, a seguito di sevizie e torture, nella provincia del Ghazni dove è concentrata la maggior parte degli hazara. Almeno sei uomini sarebbero stati uccisi a sangue freddo e altri tre sarebbero stati torturati a morte.

Inoltre, in base alle notizie arrivate dall’ONG Hope Hazara, una governatrice del distretto di Charkint, provincia centro-settentrionale di Balkh, sarebbe stata arrestata: Salima Mazari, di etnia hazara, nota per la sua resistenza ai talebani. L’anno scorso era riuscita a costringere un centinaio di miliziani, che avevano provato a prendere la zona, alla ritirata. Non si hanno sue notizie da giorni e si pensa che sia finita nelle mani dei fondamentalisti. 

Sarebbe in atto una vera e propria vendetta anche nei confronti degli uomini appartenenti a tale etnia, rei di aver ingrossato le fila dell’esercito afghano. 

Purtroppo, nulla di nuovo o inaspettato sul fronte delle violazione dei diritti umani. 

La novità, in effetti, non va ricercata in un cambiamento dei precetti talebani, quanto piuttosto nella volontà dei combattenti di non essere più percepiti come i reietti della comunità internazionale ed anzi essere riconosciuti come interlocutori politici. In effetti, in questi decenni, i fondamentalisti islamici hanno imparato a curare la loro immagine, a comunicare con i giornalisti e ad utilizzare i social network.

I Talebani stanno cercando di dimostrare di saper stare “seduti composti” al tavolo delle trattative internazionali, tanto da indurre diverse democrazie occidentali ad aprirsi alla strada del dialogo. 

Nel corso di questi decenni, sono riusciti a consolidare rapporti diplomatici e finanziari con Mosca, Pechino, Teheran, mantenendo quelli storici con Islamabad, legami destinati ad intensificarsi ancora di più, incontrando il terreno fertile, oggi più che mani, delle divisioni in cui versa la comunità internazionale. 

Basti pensare alla stessa Unione Europea divisa, negli ultimi giorni, dal dibattito circa la gestione delle possibili ondate di profughi afghani. Una debolezza imperdonabile e pericolosa, mentre i Talebani fanno sapere che se gli Stati Uniti dovessero protrarre la loro presenza in Afghanistan oltre il 31 agosto, la reazione sarebbe violenta. 

I riflettori restano puntati sulla Cina, primo Stato a riconoscere il governo del nuovo Emirato islamico e definita dal portavoce talebano Suhail Shaheen come “un grande Paese con un’enorme economia e capacità” che potrà “giocare un ruolo molto importante nella ricostruzione e nel recupero dell’Afghanistan”. 

La Cina riuscirà a portare l’Afghanistan nella sua sfera di influenza, senza restarne a sua volta impantanata? oppure sarà anch’essa vittima del “cimitero degli imperi”? 

Ciò che più di tutto emerge è che i Talebani abbiano imparato come si gioca alla nuova politica internazionale, in uno scenario globale sempre più unipolare, in cui uno vale uno e la globalizzazione sembra un lontano e sgualcito ricordo. 

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