LA CONTINUA SFIDA DELL’IMMIGRAZIONE IN AMERICA LATINA

In America Latina più di sette milioni di persone sono sfollate e le richieste di asilo aumentano costantemente.

Il continente americano ospita il venti per cento degli 82,4 milioni di sfollati forzati del mondo, in particolare l’America Latina sta vivendo la seconda più grande crisi relativa alla questione dei migranti. A partire dalla metà degli anni 2000, le richieste di status di rifugiatosono aumentate costantemente, ma è specialmente dal 2014 che si sono moltiplicate a causa dei rifugiati e migranti venezuelani.

Gli importanti sviluppi politici e socioeconomici che il Venezuela ha dovuto affrontare negli ultimi anni hanno provocato grandi flussi migratori in uscita dal paese. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR) ha calcolato che il numero totale di migranti e rifugiati venezuelani in tutto il mondo a maggio 2019 era di quattro milioni, una stima di 5.000 persone che ogni giorno emigravano nei paesi vicini.

Dal 2014, più di 414.000 venezuelani hanno chiesto asilo e riconoscimento formale come rifugiati. Più di 450.000 sono arrivati in Perù, la cifra più alta dopo la Colombia. Lo stato andino, accogliendone quasi un milione nel suo territorio, è diventato il primo paese di destinazione per i venezuelani che cercano protezione come rifugiati. La Colombia invece ha permesso un’immigrazione praticamente illimitata in riconoscimento dei numerosi colombiani che erano stati accolti dal Venezuela durante il conflitto armato interno.

Sebbene il flusso migratorio e di rifugiati venezuelani è tra i più grandi e in più rapida crescita nel mondo, non è l’unico ad affliggere l’America Latina e non spiega di per sé la crescita dei richiedenti asilo nella regione. I colombiani sfollati dal conflitto armato e dalla violenza dei gruppi criminali hanno guidato le statistiche dei richiedenti per gran parte del primo decennio del XXI secolo.

Gli haitiani che fuggono dalla crisi umanitaria dopo il disastro naturale del 2010 hanno aumentato il numero di richieste di protezione internazionale, in particolare in Brasile. Successivamente, lo spostamento di cittadini dalla Siria, risultato del ben noto conflitto armato, ha avuto un impatto anche in America Latina. In cinque anni, più di 5.000 cittadini siriani sono arrivati nella regione.

L’87% ha deciso di cercare rifugio in Brasile che dal 2013 ha mantenuto una politica di porte aperte concedendo più di 8.000 visti umanitari. I cittadini cubani invece continuano a gonfiare la lista dei richiedenti di visti umanitari del Brasile, Perù e Uruguay. Infine, la lista termina con persone provenienti da diversi paesi africani (Angola, Ghana, Nigeria, Mali, Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria, Mali Nigeria, Mali, Costa d’Avorio) e Asia (India, Pakistan, Bangladesh, Cina, tra gli altri) e, in misura minore, persone provenienti dall’America centrale e dai Caraibi (El Salvador e Repubblica Dominicana).

Alla base delle migrazioni non c’è un unico fattore dominante come una guerra o una catastrofe naturale. Tendenzialmente i paesi che producono la maggior parte dei migranti sono tutti afflitti, in misura diversa, da un insieme interconnesso di sfide politiche, economiche e sociali che hanno dato origine a un’insicurezza e una disperazione dilaganti. Le cause possono essere raggruppate in quattro grandi categorie: violenza, povertà, cambiamento climatico e impunità e indifferenza dell’élite.

Nel 2018, l’America Latina e i Caraibi si sono distinti per essere la regione più violenta del mondo. Ospitano solo l’8% della popolazione mondiale, ma il 33% degli omicidi. I paesi in cui questo crimine presenta i tassi più alti, sono anche quelli che sperimentano i più alti livelli di emigrazione. Solo quattro paesi della regione, Brasile, Colombia, Messico e Venezuela, rappresentano un quarto di tutti gli omicidi che sono commessi nel mondo.

Dal punto di vista economico, anche se la maggior parte delle economie dell’emisfero occidentale si sono rafforzate nell’ultimo decennio, il Venezuela e alcune aree del Triangolo Nord hanno sperimentato forti contrazioni, con corrispondenti aumenti di malnutrizione e malattie. In Venezuela, la corruzione e la cattiva gestione hanno amplificato gli effetti delle sanzioni e della caduta dei prezzi del petrolio, portando all’implosione di quella che una volta era una delle economie più prospere dell’emisfero occidentale.

Strettamente legati alla fame e alla povertà come cause delle migrazioni sono gli effetti del cambiamento climatico. In particolare, la siccità e le piogge irregolari hanno aumentato l’insicurezza alimentare e devastato i mezzi di sussistenza in tutta la regione. Le più colpite sono le comunità indigene che si appoggiano ai metodi agricoli tradizionali e occupano una posizione già precaria e marginale nella società.

Per esempio, nel 2018 le famiglie guatemalteche fuggivano da una crisi di fame che stava colpendo gli altipiani occidentali del paese. La percentuale più alta di questi migranti proveniva dal dipartimento di Huehuetenango, i cui villaggi di montagna presentavano tassi di malnutrizione vicini al 70%.

Infine, il fallimento delle élite politiche nell’affrontare le disfunzioni radicate e la mancanza di opportunità economiche che spinge i settori delle popolazioni più poveri e vulnerabili ad abbandonare il proprio paese. Democrazie fragili, corruzione sempre più profonda e istituzioni deboli hanno fatto sì che le élite latinoamericane non siano interessate e disposte a investire in programmi sociali, a intraprendere le tanto necessarie riforme della legge e della giustizia, e ad aiutare le comunità e i settori della popolazione più in bisogno. 

In conclusione, le migrazioni in America Latina nel tempo sono cambiate sia nella loro portata che nel loro carattere e natura, ciò ha destabilizzato la politica regionale e messo alla prova la capacità e la volontà politica dei governi e delle agenzie internazionali di affrontare e prevenire le crisi umanitarie.

Un fenomeno che provoca effetti importanti e profondi sulle economie e sulle società latinoamericane. Potenziali focolai di crisi umanitarie, peggioramento della situazione politica, rinnovo delle lotte civili o una grande catastrofe climatica potrebbero aggravare le dinamiche migratorie nella regione. Da qui la necessità di rispondere efficacemente a questa sfida, ciò implica sforzi regionali coordinati che affrontino i fattori alla base della migrazione di massa e sviluppino quadri condivisi per il trattamento di quei settori delle popolazioni più vulnerabili.

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