LA FINE DI UNA GUERRA TANTO LUNGA QUANTO INUTILE

Fonte Foto: https://www.huffingtonpost.it/entry/afghanistan-addio-la-guerra-piu-lunga-degli-usa-il-ventennio-inutile_it_6076f020e4b089e3a2c5668d

Gli Stati Uniti e la NATO lasciano l’Afghanistan mentre i Telebani conquistano il paese. L’ambasciata statunitense è stata evacuata e migliaia di persone si sono riversate per le strade e all’ aereoporto di Kabul per trovare una via di fuga dal paese, piombato nel caos. A nulla sono valsi i progressi fatti negli ultimi vent’ anni.

A scatenare il disordine nel paese è stato il ritiro delle truppe statunitensi con il quale si è chiusa, di fatto, la guerra più lunga della storia americana. Una guerra tanto longeva quanto inutile dal momento che gli USA lasciano il paese nella più totale instabilità politica e sociale.

The end of the endless war” è finalmente arrivata con grande stupore per la velocità con cui il tutto si è consumato e per il fatto che nessuna resistenza è stata dispiegata contro i telebani. La decisione americana può dirsi improvvisa ma sicuramente non inaspettata. Il presidente Biden aveva già annunciato il ritiro definitivo delle truppe entro l’11 Settembre (data questa simbolica) dichiarando che “un anno in più o cinque anni in più, di presenza militare degli Stati Uniti non avrebbe fatto la differenza se l’esercito afghano non può o non vuole tenere il proprio paese”.

Nella conferenza stampa del 16 Agosto, il presidente ha sostenuto che nel 2001 l’obiettivo era combattere Al Qaida e che allora bisognava pensare all’antiterrorismo e all’interesse nazionale e non al “nation-bulding” e alla democrazia. Per gli americani, l’obiettivo è stato raggiunto 10 anni fa con l’uccisione di Osama Bin Laden. 

Le foto dell’evacuazione dell’ambasciata di Kabul ricordano i fatti di Saigon e l’influenza che quelle immagini ebbero sul presidente Ford.  Quel che ci si chiede, è se la macchia di Kabul segnerà la presidenza americana così come già accaduto in passato: la risposta è verosimilmente negativa.  

Senza dubbio, il ritiro statunitense verrà associato al nome di Biden ma la sua, è una decisione che è stata scritta diversi anni prima. Nel maggio del 2014 Obama aveva preannunciato il ritiro di tutti i militari americani e quando Biden è arrivato al potere a fine gennaio, sull’Afganistan era già stato scritto tutto.

Nel Febbraio del 2020 infatti, Trump firmava l’accordo di Doha con il quale gli americani hanno sostanzialmente lasciato ai telebani la possibilità di prendersi il paese con la sola condizione di non creare troppo disordine e di assicurare che l’Afghanistan non sarebbe tornato ad essere una base per il terrorismo internazionale. Se Biden avesse cambiato i piani, facendo saltare l’accordo, i telebani avrebbero ricominciato con gli attentati e gli USA avrebbero dovuto rimandare migliaia di soldati.

Quello che ci insegna la storia è che le decisioni strategiche prescindono sempre dal colore politico delle amministrazioni, ma hanno delle fondamenta storiche e geopolitiche molto più radicate: il fatto che da Obama a Biden, tutti i presidenti abbiano sposato la stessa idea sull’ Afghanistan, ne è la prova.

Quella americana resta tuttavia una sconfitta a tutti gli effetti. In un’intervista alla BBC, un leader talebano ha affermato che il suo movimento “ha vinto la guerra e gli Usa l’hanno persa” mentre su Twitter, alcuni esponenti hanno scritto: “quando le motociclette vincono sui B52 e F35.”  A fare la differenza, come sostiene la giornalista Francesca Mannocchi, è stato il fatto che il telebani abbiano avuto un orizzonte per cui combattere che è mancato, invece, alle truppe afghane.  

Secondo la retorica occidentale, che ora cerca giustificazioni, le Forze Armate afghane erano abbastanza forti da poter resistere la presa dei telebani anche senza il supporto delle truppe internazionali e che a mancare sarebbe stata la volontà d’azione. Tuttavia, con il ritiro delle truppe occidentali, l’esercito afgano ha perso sia il supporto psicologico e la consapevolezza di poter contare sull’aiuto alleato, sia il supporto materiale dal momento che, assieme ai soldati, sono stati evacuati anche i contractors di aziende statunitensi che gestivano la logistica e la manutenzione dei veicoli. 

Assieme agli USA si sono ritirati anche gli altri paesi della NATO. Da questo emergono almeno due importanti considerazioni politico-militari. 

 1) La NATO ha subito le decisioni americane dimostrando, ancora una volta, di contare poco. La ragion di Stato dell’Amministrazione americana ha prevalso su tutte le altre valutazioni, persino sulla vita di milioni di persone innocenti.

2) Il fallimento della guerra in Afghanistan ha riacceso le luci sulla necessità dell’UE di dotarsi di una politica estera autonoma e di una strategia che vada bene oltre le decisioni strategiche e gli interessi degli USA. La strada da fare però, è ancora lunga. 

In generale, l’immagine è quella di un occidente incapace di portare a termine una guerra per la quale sono state spese energie, fondi e umane.  Il «nation building» (che ora Biden rinnega) si è rivelato un’impresa al di là delle capacità degli Stati Uniti e i fatti dimostrano, per l’ennesima volta, quanto difficile (se non impossibile) sia esportare la democrazia laddove mancano le “infrastrutture” sociali, politiche ed economiche necessarie per la transizione. 

Quali sono le motivazioni della ritirata americana?

Tre principalmente

  1. Le ragioni politiche (di politica interna) e sociali.

Il 70% dei cittadini americani era favorevole al ritiro delle truppe statunitensi. A spiegare i risultati è la “casualty aversion”, ovvero l’avversione nei confronti delle vittime, un sentimento molto diffuso nelle democrazie occidentali e particolarmente radicato nella società americana soprattutto dopo la guerra in Vietnam. Conosciuta anche come la “sindrome del Vietnam”, si tratta di una reticenza generale tra gli americani a usare la forza militare all’estero. Questo sentimento può avere un forte impatto sul calcolo politico e potrebbe influenzare le scelte relative all’auso della forza rispetto agli obiettivi da raggiungere.

  • I costi economici 

Gli Stati Uniti hanno speso in Afganistan circa un trilione di dollari. Questi costi sono divenuti insostenibili soprattutto in seguito alla pandemia che, come sappiamo, ha avuto importanti ripercussioni sull’economia. 

  • Una regione non così tanto strategica. 

L’Afghanistan, eccezion fatta per la sua centralità, non è mai stata una regione tanto strategica e adesso più che mai gli USA guardano ad Est, alla Cina e all’Indo Pacifico. Il disinteresse americano però, potrebbe aprire la strada proprio al gigante asiatico. Per Pechino, la caduta dell’Afghanistan rappresenta un duro colpo per gli investimenti, l’accesso alle risorse naturali e la stabilità regionale.

Da anni la Cina mantiene un dialogo con i telebani per impedire che i separatisti uiguri si servano del territorio afghano come campo di addestramento mettendo a repentaglio la sua integrità territoriale e sicurezza del CPEC, il corridoio economico che attraversa il Pakistan da Xinjiang al porto di Gwadar. Presumibilmente, la Cina continuerà questi dialoghi cercando trattative con i telebani per salvaguardare i propri interessi strategici. 

Il dramma dei civili

Sotto una finta diplomazia, i telebani hanno sostenuto che rispetteranno i vinti, che non si vendicheranno con chi ha sostenuto gli occidentali, che non useranno la violenza e che rispetteranno donne e cittadini ai quali non sarà negato l’accesso all’istruzione e al lavoro. Tuttavia, le testimonianze dirette, laddove ancora possibili, mostrano una realtà molto diversa da quella promessa: dove c’è opposizione, i telebani sparano.

Con l’evacuazione dei giornalisti sul campo, si riducono le fonti dirette e sapere quello accade è sempre più difficile. Verosimilmente però, quel che si prospetta è il ritorno ad una società molto lontana dai progressi che l’Afghanistan aveva fatto, seppur timidamente, negli ultimi anni. I telebani hanno coperto i manifesti che ritraggono le donne occidentali, sabotato scuole e disposto lo stop alle classi miste nelle Università pubbliche e private di Herat perché ritenute “la radice di tutti i mali nella società“.

Sono già parte della storia, le immagini delle file davanti alle banche (per ritirare gli ultimi risparmi), il caos all’aereoporto di Kabul e le foto e i video delle madri che lasciano i propri figli nelle mani dei soldati americani nella speranza di offrire loro un futuro.

Guardando ai numeri dei caduti durante gli ultimi 20 anni di conflitto, si evince come i civili afghani siano stati le principali vittime insieme ai militari nazionali afghani e ai telebani. Le forze armate USA hanno subito molte meno perdite se confrontate con le morti afghane ma sufficienti per alimentare l’opposizione americana nei confronti del conflitto ed incentivare il ritiro statunitense. 

Quali sono i rischi per l’Europa?

Il rischio maggiore è che i telebani decidano di offrire supporto ai terroristi (così come avvenne nel 2001 quando si rifiutarono di consegnare Bin Laden scatenando l’invasione occidentale dell’Afghanistan). In questo caso l’Europa si troverebbe a dover fronteggiare nuovi attentati terroristici.

Molto verosimile è anche l’afflusso di migliaia di migranti fuggiti dal paese che si riverseranno nei paesi membri con tutte le conseguenze politiche, sociali ed economiche che conosciamo e con i quali l’UE dovrà fari i conti. I ministri degli affari esteri dei paesi membri si sono già riuniti straordinariamente per trovare una soluzione comune al fine di assistere gli uomini, le donne e bambini afghani: resta da vedere come il tutto sarà gestito concretamente.  

Mentre Ursula von der Leyen invita i paesi membri ad essere solidali, le posizioni degli Stati sono discordanti. Il premier sloveno ha detto che l’UE non intende accogliere alcun profugo mentre la Grecia ha annunciato di aver completato un muro al confine per evitare l’ingresso di richiedenti asilo afghani. Molto inaspettata, invece, la posizione di Boris Johnson che proverà a convincere Biden a ritardare il ritirodelle truppe USA durante il vertice del G7. Quel che è certo però, è che gli inglesi lasceranno l’Afghanistan insieme agli Stati Uniti.

Cosa accadrà?

E molto difficile fare previsioni a lungo termine ma lo scenario più plausibile è quello di un dialogo con i telebani per poter giungere a dei compromessi. Bisognerà valutare fino a che punto la diplomazia sarà sufficiente ed efficace per stabilizzare la situazione. Non mancano le forme di resistenza.

Nel Panjshir, regione a Nord-Est di Kabul, Ahmad Mossoud, figlio dell’omonimo guerrigliero che negli anni ’90 combatteva i telebani e Amrullah Saleh, vicepresidente del governo di Ashraf Ghani, sfidano “gli studenti del corano”. Che questi movimenti abbiano successo o meno resta da vedere. Le sorti del paese sono ancora tutte da scrivere.

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