BRUXELLES VS. VARSAVIA: LA POLONIA SCIOGLIE LA CAMERA DISCIPLINARE DELLA CORTE SUPREMA. TENTATIVI DI STEMPERAMENTO?

Fonte Foto:https://www.eunews.it/2020/04/08/corte-ue-polonia-sospendere-immediatamente-la-riforma-della-corte-suprema/128820

Dopo la sentenza della Corte costituzionale tedesca del 5 maggio 2020, anche la Polonia ha assunto un atteggiamento di ostilità verso la prevalenza del diritto comunitario sul diritto interno. Mentre il primo caso però riguardava la legittimità dell’acquisto di titoli nei mercati secondari, il secondo ha sollevato, ancora una volta, il nodo cruciale delle regole dello Stato di diritto, fondamento della democrazia e valore portante dell’Unione, ai senti dell’art. 2 TUE, il quale recita che: “l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani.”

Le riforme del nuovo esecutivo 

Sin dal 2015, il nuovo esecutivo polacco ha dato avvio ad una serie di controverse riforme legali, nella quale si inserisce anche la riforma della giustizia.

In particolare, la riforma giudiziaria in Polonia ha determinato, oltre che tensioni interne allo stesso apparato giudiziario, un vero e proprio braccio di ferro con Bruxelles, che ha deferito la Polonia alla Corte di Giustizia dell’Unione europea per disposizioni relative alla nomina dei giudici “passibili di violazione del diritto comunitario”.

Nell’ambito della già citata riforma, è stato creato un organismo, la Camera disciplinare della Corte Suprema, preposto alla supervisione dei giudici con il potere di revocare la loro immunità, esponendoli a procedimenti penali, sospensioni temporanee e pregiudicando la loro retribuzione. 

L’organismo è stato accusato di minare il principio della separazione dei poteri e di essere un potenziale mezzo di intimidazione dei magistrati, considerando che la nomina dei membri passa attraverso il Consiglio nazionale della Magistratura, a sua volta costituito su base politica.

I membri della Camera, dunque, sarebbero indirettamente scelti dal Parlamento, sulla base di un chiaro indirizzo politico che compromette il libero esercizio delle proprie funzioni. Come ha efficacemente commentato Igor Tuleya, giudice privato della sua immunità dalla Camera disciplinare e sospeso per una presunta violazione della segretezza delle indagini, avvenuta quando il magistrato ha permesso alla stampa di ascoltare le motivazioni di uno dei suoi verdetti: “Questo non è un tribunale, ma una formazione fatta per contrastare i giudici che cercano di essere indipendenti. Questo è anche un avvertimento per l’intera Europa, perché distruggere i tribunali e lo Stato di diritto in Polonia significa distruggere i tribunali in tutta l’Unione.” 

Proprio sulla base di questo timore, la Commissione europea aveva avviato lo scorso anno una procedura di infrazione, per le motivazioni spiegate da Didier Reynders, Commissario europeo per la giustizia: “Riteniamo che la legge sulla magistratura non sia coerente con una serie di disposizioni fondamentali dei trattati; la Commissione ritiene che la legislazione contestata metta a repentaglio l’indipendenza della magistratura in Polonia e sia incompatibile col diritto dell’Unione”.

Affermazioni che hanno portato allo scontro con l’esecutivo polacco, il quale ha sempre sostenuto che non vi fosse alcuna base giuridica per l’intervento della Commissione sulle riforme, trattandosi di legislazione interna.

Corte costituzionale polacca vs. Corte di giustizia dell’Unione Europea

Sono numerosi i giudici nei cui confronti sono stati avviati procedimenti disciplinari e, in riposta al caso da questi ultimi sollevato, è intervenuta la Corte di Giustizia europea che, attraverso una serie di misure ad interim aveva invitato la Polonia a sospendere, almeno provvisoriamente, l’applicazione di una legge interna che attribuisce a una speciale Sezione della Corte costituzionale poteri disciplinari e di regolazione dei rapporti di lavoro. 

Tuttavia, la Corte costituzionale polacca, discostandosi dal giudizio dell’alta corte europea, ha affermato che le sentenze emesse non erano giuridicamente vincolanti, negando il 14 luglio 2021 l’efficacia della sentenza C-791/19 della Corte di Giustizia dell’Unione, che chiedeva alla Polonia di sospendere la legge nazionale, affermando il primato del diritto nazionale sul diritto europeo.

Ne è conseguito che, attenendosi ai trattati europei che stabiliscono il principio del primato della Corte di Giustizia sui tribunali nazionali e “pronunciandosi il 15 luglio 2021 su di un ricorso per inadempimento della Commissione contro la Polonia (C-791/19), la Corte di giustizia ha concluso che, nella misura in cui la legislazione di questo Stato membro ammette che il diritto dei giudici nazionali di adirla in via pregiudiziale sia limitato dalla possibilità di avviare nei loro confronti un procedimento disciplinare, la Repubblica di Polonia è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti ai sensi dell’art. 267, secondo e terzo comma, TFUE.” [1]

Secondo il giudizio della Corte, il sistema disciplinare adottato dal governo polacco è del tutto incompatibile con il diritto dell’Unione e dovrà essere interamente smantellato.

Mentre la decisione si colloca nel quadro conflittuale che da tempo vede Varsavia e Bruxelles antagoniste, con l’intento della prima di affermare la supremazia del diritto polacco sul diritto europeo, le sanzioni sarebbero scattate entro un mese dalla decisione. 

Per evitare sanzioni finanziarie il Paese ha deciso di rispettare il verdetto, ma il governo polacco ha ribadito la necessità di un organismo che punisca i magistrati che infrangono la legge o abusano della loro posizione.

Il leader del partito di maggioranza Diritto e Giustizia, Jarosław Kaczyński, ha annunciato l’esame a settembre di una soluzione alternativa, disconoscendo comunque la giurisdizione UE, che a suo giudizio si estenderebbe oltre i trattati.

Spetta ora alla Commissione monitorare la situazione polacca e agire affinché la decisione della Corte venga rispettata, anche considerando il percorso della Polonia all’interno dell’UE negli ultimi anni.

“Opzione nucleare”: articolo 7 contro Polonia 

Non è la prima volta che la Commissione avvia un procedimento di infrazione contro Varsavia: è noto il caso articolo 7 contro Polonia (ed Ungheria) del 2017. 

Si è trattato del meccanismo attivato per la prima volta nella storia dell’Unione, il cui scopo è quello di garantire il rispetto dei valori fondamentali dell’Unione Europea quando questi vengono messi in discussione.

Dopo l’adozione di 13 leggi, principalmente contro l’indipendenza del potere giudiziario, la libertà di informazione e i diritti delle donne, che minaccerebbero lo Stato di diritto in Polonia, nel 2017 la Commissione ha annunciato l’avvio della procedura per l’applicazione dell’art. 7 del Trattato di Lisbona. 

Tale procedimento prevede due meccanismi: uno per le misure preventive, se c’è un chiaro rischio di violazione dei valori UE, e uno per le sanzioni, se la violazione è avvenuta e da cui scaturirebbe la sospensione del diritto di voto di sede di Consiglio dell’Unione europea e di Consiglio europeo.

Per votare le misure, sia preventive che sanzionatorie, è necessaria una maggioranza: per il meccanismo preventivo, la decisione in seno al Consiglio richiede la maggioranza dei quattro quinti degli stati membri, mentre in caso di violazione è necessaria una decisione all’unanimità dei capi di stato e di governo.

Le valutazioni iniziate a marzo 2020, non hanno ad oggi prodotto alcun risultato: lo stesso Parlamento ha affermato negli scorsi mesi che le audizioni in corso con Polonia e Ungheria non hanno portati questi paesi a riallinearsi ai valori fondanti dell’UE, ed anzi “la situazione sia in Polonia che in Ungheria si è deteriorata sin dall’attivazione dell’articolo 7, paragrafo 1, del Trattato sull’Unione europea”, sollecitando l’istituzione di una meccanismo permanente UE su democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali. Inoltre, il 16 dicembre 2020 Il Parlamento e il Consiglio dell’Unione hanno adottato un regolamento (n. 2020/2092) che consente alle istituzioni europee di sospendere i pagamenti e i programmi finanziari nei confronti di quegli stati membri in relazione ai quali sia stata accertata una violazione dei principi dello Stato di diritto. 

Alla luce dei fatti, la Commissione potrebbe iniziare sin da ora la procedura di applicazione di questo regolamento contro la Polonia.


[1] Per il testo integrale della sentenza si rinvia a: http://images.dirittounioneeuropea.eu/f/sentenze/documento_sQL3f_DUE.pdf

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