L’ORA BUIA DEL LIBANO

Il Paese dei Cedri sta attraversando molteplici crisi, per le quali, al momento, non si intravede una via d’uscita. La crisi del settore energetico è esemplificativa della terribile condizione in cui riversa il Paese ed è diretta conseguenza dell’inefficienza e della corruzione della classe politica. 

Non c’è pace per il Libano. È passato un anno dalla terribile esplosione del Porto di Beirut, una delle più potenti della storia, seconda sola a quella causate dalle bombe atomiche della seconda guerra mondiale, che ha provocato 218 morti e diverse migliaia di feriti, circa 4 miliardi di dollari di danni materiali. 

Una crisi politica senza fine congiunta ad una situazione economica, che peggiora di giorno in giorno, sta facendo sprofondare il Libano nel baratro. La lira ha perso l’85% del suo valore, quasi la metà della popolazione è sotto la soglia di povertà e la disoccupazione è in netta crescita. 

Secondo la Banca Mondiale, la crisi economica e finanziaria libanese rientra tra le tre più gravi crisi accadute a livello mondiale da metà del diciannovesimo secolo. Il PIL pro capite libanese ha subito un crollo del 40% circa, passando da 55 miliardi di dollari nel 2018 a circa 33 miliardi nel 2020. Da una ricerca condotta dal World Food Program alla fine del 2020 emerge che circa il 41% delle famiglie libanesi ha difficoltà ad accedere al cibo e ad altri bisogni primari, tra cui una crescente difficoltà ad accedere alle cure sanitarie.

 
Di fronte a questo drammatico quadro economico e sociale, è a rischio la pace sociale, tanto più che le dimostrazioni popolari sono scoppiate nel 2019 e da allora non si sono più interrotte. 


La situazione è aggravata dall’inerzia della classe politica libanese, che si è rivelata incapace di risolvere uno stallo politico che dura da un anno e che vede il Paese senza un esecutivo, dopo che Hassan Diab ha presentato le sue dimissioni, a seguito dell’esplosione del porto. Da allora, l’ex premier Hariri è stato incaricato di formare un nuovo governo, ma ha rinunciato all’incarico dopo otto mesi di negoziati fallimentari. 

Anche la cosiddetta comunità internazionale ha erogato numerosi finanziamenti, e, in particolare, la Francia ha ospitato numerose conferenze internazionali, grazie alle quali il Libano ha ricevuto miliardi di dollari di aiuti economici finalizzati a risollevare la disastrosa situazione economica libanese post conflitto civile.


Con la conferenza di CEDRE del 2018, i donatori internazionali hanno introdotto delle condizionalità: oltre 11 miliardi di dollari in cambio di riforme strutturali per combattere non solo la corruzione e garantire una good governance, ma anche per ristrutturare alcuni settori produttivi, tra cui quello delle infrastrutture e quello energetico. Poco o nulla è stato fatto finora. 


Nelle ultime settimane la carenza di carburante ha costretto molteplici commercianti, già stretti nella morsa della crisi economica, a chiudere i battenti per alcune ore o per giorni, in alcuni casi, a causa della mancanza di energia. Come se non bastasse, il governatore della Banca Centrale, la Banque du Liban, ha annunciato la revoca dei sussidi sul carburante, decisione che ha già fatto esplodere le proteste in alcune parti del Libano. Secondo alcune previsioni, ciò porterà all’incremento dei prezzi del carburante, da 50 a circa 223 dollari per una tanica di benzina, in un paese dove lo stipendio minimo è di 448 dollari


La mancanza di carburante ha costretto molti ospedali a ridurre la loro attività, e, insieme alla mancanza di medicine ed attrezzature essenziali per carenza di dollari statunitensi, i blackout prolungati a cui sono costretti mettono a rischio le terapie salvavita e, in generale, provocano un deterioramento della salute pubblica. Secondo il Coordinatore Speciale per il Libano delle Nazioni Unite, non si riescono più a garantire i servizi sanitari e idrici essenziali e l’unico modo per scongiurare una catastrofe umanitaria è una fornitura affidabile e continuata di energia elettrica. 

SETTORE ENERGETICO

Ma la crisi del settore energetico libanese non è di certo un problema recente. Il problema persiste dalla guerra civile del 1975-1990, durante la quale le infrastrutture pubbliche del paese furono completamente distrutte, tra cui la rete elettrica.

Da allora, nonostante gli ingenti investimenti per le infrastrutture stanziati per la ricostruzione, il settore energetico ha fallito nel garantire una totale copertura energetica, e così inadeguati servizi di energia elettrica sono diventati parte della normalità della cittadinanza, la quale ha dovuto adattarsi in diverse maniere. Il problema dell’elettricità è stato anche una delle questioni chiave per lo scoppio delle proteste nell’ottobre del 2019. 


L’Électricité du Liban (EDL) è la principale compagnia statale a produrre energia, ma è corrotta e disfunzionale al suo interno ed è capace di fornire solo il 63% della richiesta di elettricità, con frequenti interruzioni di corrente, soprattutto nei periodi di picco della domanda, come in estate.

I blackout programmati variano a seconda delle zone, si passa dalle tre ore in Beirut e nel Libano meridionale fino ad un massimo di diciassette ore nella valle della Beqa. In risposta all’incapacità di soddisfare la domanda, si è fatto ricorso a generatori diesel privati molto inquinanti che costituiscono una considerevole spesa aggiuntiva per le famiglie libanesi oltre a costituire un pericolo per la salute pubblica.

Ufficialmente i generatori diesel sono illegali ed agiscono al di fuori di un meccanismo autorizzato, ciononostante sono largamente tollerati a causa dell’incapacità governativa di risolvere la crisi energetica. Secondo la Banca Mondiale, sono presenti tra i 32 mila e i 37 mila generatori, con una maggiore concentrazione nelle zone più densamente popolate. Il settore è, poi, dipendente dalle importazioni di combustibile liquido, il che lo rende vulnerabile alle fluttuazioni del prezzo internazionale del petrolio.

La qualità della fornitura energetica è tra le peggiori al mondo e la disfunzionalità del settore è uno dei maggiori ostacoli per la crescita economica, soprattutto per il settore privato. Il settore energetico, infatti, che registra un deficit annuo di circa 2 miliardi di dollari, ha un impatto significativo sulle casse dello stato, con un costo di circa il 4,5% del suo PIL annuo, che corrisponde a circa la metà del debito pubblico totale del Libano, il terzo più alto al mondo. Il settore energetico, infatti, è stato per anni la causa dello squilibro fiscale del Paese dei cedri. 

 Ma, nonostante l’impatto spropositato sulla bilancia dei pagamenti libanese, la fornitura elettrica è bel lontana dal soddisfare la domanda della cittadinanza. 
Ma ora la situazione è al limite. L’Électricité du Liban è priva di fondi per acquistare il carburante, la cui carenza ha provocato lo shutdown di due tra i maggiori impianti energetici, responsabili della fornitura di circa il 40% dell’energia totale.

Il Libano è nel blackout quasi totale e la vita dei libanesi è resa quasi impossibile dalla mancanza di energia elettrica. I blackout prolungati di decina di ore, anche di 23h o di interi giorni hanno costretto molte attività commerciali a chiudere, pregiudicano le attività ospedaliere, non permettono di lavorare né di condurre le più semplici attività quotidiane, come usare l’aria condizionata o conservare il cibo in frigo. 

Il Libano è sul punto di esplodere.  Il deterioramento dei servizi di base, o l’assenza quasi totale come nel caso dell’elettricità, potrà facilmente esacerbare le già presenti tensioni sociali. Il problema maggiore risiede nella totale inerzia della classe dirigente che è incapace di trovare una soluzione politica alle molteplici crisi che attanagliano il paese e che lo stanno facendo sprofondare nel baratro.

Il Libano potrebbe, a breve, divenire uno stato fallito e bisogna unire le forze per evitare questo scenario. La riforma del settore elettrico, per anni corrotto ed inefficiente, costituisce una priorità da cui partire. Il tempo per salvare il Libano sta per scadere, la comunità internazionale può aiutare ma è alla classe politica libanese che spetta la responsabilità maggiore. 

Noemi Verducci

Buon sabato a tutti, sono Noemi Verducci, analista IARI per la sezione Medio Oriente. Attualmente studentessa di Relazioni ed Istituzioni dell’Asia e dell’Africa all’Università “L’Orientale” di Napoli.
Ho conseguito la laurea triennale in Mediazione Linguistica presso l’Università del Salento, durante la quale ho svolto un anno di studio all’Università di Siviglia, nell’ambito del programma Erasmus.
Lo studio della lingua araba mi ha permesso di avvicinarmi al mondo mediorientale, dapprima dal punto di vista esclusivamente linguistico e culturale e, successivamente, anche dal punto di vista politico.
Il lavoro di tesi triennale, su Hezbollah e le sue strategie comunicative, mi ha fatto comprendere la necessità di studiare ed analizzare un’area geopolitica di cui si parla spesso in maniera impropria, attraverso una lente “orientalista” che impedisce di interpretare in maniera corretta eventi storici e politici.
Essere parte di IARI è un modo per mettermi in gioco ed approfondire dinamiche politiche che risultano centrali per comprendere ciò che accade nel mondo. IARI è uno spazio fertile in cui potersi confrontare ed arricchirsi, crescendo insieme.

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