IL GIOCO DELLE INFLUENZE IN AFRICA PASSA PER LA DIPLOMAZIA SANITARIA:

Fonte Foto: Repubblica.it

In una fase che potremmo ormai definire “iniziale” della pandemia da Covid-19, introducemmo a ragion veduta il concetto di “diplomazia sanitaria”, portata avanti in prima battuta dal governo di Pechino.

Rintracciammo i prodromi di quella che si sarebbe manifestata come una delle manovre più sostanziali della soft-power cinese nelle spedizioni di medici e personale sanitario in tutto il mondo.

Il soccorso asiatico, promosso con grande abilità comunicativa, mise in luce l’ennesimo tentativo di espansione diplomatica cinese in territorio africano. Alla luce dell’evoluzione normativa legata alle certificazioni sanitarie si assiste oggi ad un importante scivolamento del continente nero nell’area di influenza orientale. L’Occidente ne pagherà le conseguenze in termini politici, economici e di stabilità, condannandosi alla marginalità in quelle stesse terre in cui si giocherà la partita globale del futuro.

La pandemia da Covid-19, oltre ad aver enfatizzato e ampliato le enormi differenze che separano i Paesi occidentali da quelli del così detto “sud del mondo”, ha letteralmente ridefinito le regole della diplomazia globale, modificandone attori e consuetudini.

Quelle che fino a qualche anno fa erano le principali direttrici di espansione geopolitica, ovvero gli investimenti, le infrastrutture, il commercio, finanche la guerra, sono state relegate in secondo piano dall’insorgenza del contagio su scala globale. 

Nonostante la diffusione del virus nel continente africano sia stata piuttosto graduale, l’impatto che questa ha avuto sulle economie più fragili è stato dirompente, rallentando processi di crescita di lungo periodo che sembravano ormai strutturali. Anche la risposta all’emergenza tuttavia non è stata immediata, subendo l’effetto delle numerose inefficienze che contraddistinguono questi territori. 

Nella frenesia globale che ha contraddistinto gli ultimi mesi, scandita dai bollettini dei contagi e dei morti, la chiusura autarchica della maggior parte dei Paesi “avanzati”, ha messo in luce le pesanti fragilità del continente Africano, che continua a scontare un gap economico e tecnologico non indifferente, reso ancor più evidente dalla colpevole assenza di legami internazionali che in questo scenario avrebbero garantito un importante rete di salvataggio.

In questo caotico scenario, quella che fino a un attimo prima sembrava un’emergenza di matrice esclusivamente sanitaria, ha mostrato per la prima volta la sua connotazione squisitamente politica, promuovendo nuovi legami e composizioni insolite giustificate unicamente dal soccorso sanitario.

Alcuni attori come Cina e Russia, in virtù della loro lungimiranza diplomatica, svincolata dalla pretesa di esportazione della democrazia, hanno giocato un ruolo più attivo, configurandosi come punti di riferimento per la lotta alla pandemia.

Il Paese del dragone non è nuovo a queste iniziative. Oltre al celebre progetto OBOR (One Belt One Road), che insiste in Africa attraverso un importante piano infrastrutturale strategico, l’espansione della Repubblica popolare cinese si avvale di numerosi altri mezzi di soft-power, fra i quali spicca oggi il supporto sanitario.

L’intervento di Pechino nella lotta al contagio, risponde necessariamente a due esigenze: 

da una parte, la Cine mira a riparare il danno d’immagine dovuto alla genesi del contagio. Dall’altra cerca di creare legami più stabili e duraturi con i Paesi africani, basati su una collaborazione fattiva e cementati da un profondo senso di riconoscenza.

Oltre all’esportazione di materiale sanitario nelle primissime fasi della diffusione del virus, il governo di Pechino ha incentivato e finanziato la creazione di centri di produzione locali del suo vaccino (Sinopharm).

L’Egitto, uno dei Paesi più avanzati dell’intero continente, ha già avviato la produzione su scala industriale del vaccino asiatico. La collaborazione fra i due Paesi, ha permesso in brevissimo tempo la produzione a regime di migliaia di dosi di vaccino, fondamentali per colmare il gap di immunità con il resto del mondo.

L’esperienza egiziana ha incentivato l’emulazione da parte di altri Paesi dell’area mediterranea, primo fra tutti il Marocco. Attraverso l’accordo bilaterale fra la monarchia africana e il governo cinese si mira alla creazione del secondo centro di produzione africano, che secondo i piani soddisferebbe un fabbisogno iniziale di 5 milioni di dosi mensili.

Mentre il governo cinese, seguito a stretto giro da Russia e India, aumenta la sua influenza nel continente africano, l’Europa, colpevolmente autoreferenziale, rimane a guardare. Negli ultimi tempi infatti la nostra politica estera è stata contraddistinta dalla passività e dall’inconsistenza delle nostre policy. Anche il tentativo di contrastare la nuova via della seta cinese si è arenato nelle pagine dei giornali senza trovare un minimo concretezza nelle stanze dei bottoni.

Oltre alla mancata partecipazione del vecchio continente ai tavoli decisionali, alcuni Paesi europei (fra i quali l’Italia), hanno introdotto politiche anti-contagio che di fatto disincentivano se non impediscono il transito in entrata da alcuni dei Paesi succitati.

Il green-pass ad esempio, centrale nel dibattito attuale, garantisce la mobilità e l’accesso ai servizi a chiunque abbia effettuato due dosi di un vaccino fra quelli riconosciuti dal sistema europeo, abbia passato il covid o abbia fatto un tampone negativo nelle ultime 48h.

Il vaccino cinese non rientra fra quelli idonei al rilascio del green-pass, dando luogo di fatto ad un sistema discriminatorio ed escludente nei confronti di tutti quei Paesi che ne hanno beneficiato nel tentativo di far fronte all’emergenza. Se dal punto di vista sanitario è ancora possibile far passare questa scelta come ragionevole, lo stesso non vale sotto il profilo geopolitico. 

In questo caso infatti dobbiamo necessariamente ragionare in termini di auto-esclusione da un sistema in cui non siamo stati capaci di inserirci e che per troppo tempo abbiamo sottovalutato.

A nulla sembrano essere servite le migliaia di pagine scritte dagli analisti del vecchio continente, che già in tempi non sospetti cercarono di far capire l’importanza e l’urgenza di giocare la nostra partita in Africa. L’Occidente sembra vivere un periodo di profonda indifferenza, vittima dell’abulia e dell’irresolutezza dei suoi leader, destinati purtroppo, nella migliore delle ipotesi, a una manciata di pagine anonime nei libri di storia.

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