ISRAELE IN MAROCCO PER LA PRIMA VOLTA DAL 2003: LA NORMALIZZAZIONE DELLE RELAZIONI PRENDE FORMA

Fonte Foto: (Al-Monitor)

Yair Lapid in Marocco a un anno esatto da quando gli Accordi di Abramo hanno preso forma. Una visita emblematica che racconta come si concretizza la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra i due paesi e di come gli stessi stiano beneficiando e abbiano beneficiato di questa decisione.

Il Marocco ri-accoglie Israele

Si è conclusa ieri la storica visita di due giorni del Ministro degli Affari Esteri israeliano Yair Lapid in Marocco. Seguito da una delegazione ministeriale, il futuro premier dello stato ebraico, ha compiuto la prima visita ufficiale di un Ministro israeliano in Marocco dal 2003, inaugurando l’apertura dell’ufficio di collegamento e l’avvio ufficiale della missione diplomatica di Israele a Rabat.

A partire dalla normalizzazione delle relazioni tra i due paesi, ottenutasi nel dicembre dello scorso anno, si tratta della prima visita di alto rango israeliana, che porta con sé, oltre agli accordi e le intese siglati, un forte valore simbolico per entrambi.

Per il Marocco, paese arabo ospitante la più grande comunità ebraica, composta di circa 3000 ebrei, si tratta di un evento emblematico, che concretizza la normalizzazione delle relazioni e la “pace” ritrovata tra i due paesi a seguito della firma degli Accordi di Abramo da parte della Monarchia di Muhammed VI.

L’ultima volta in cui qualcosa di simile era accaduto era il 2003, quando durante il governo di Ariel Sharon il Ministro degli Esteri Silvan Shalom si era recato in visita in Marocco. Erano infatti gli anni della Road map per la pace di Bush, in cui le speranze per il raggiungimento di un accordo di pace con i palestinesi non erano ancora sopite, e lo stesso Primo Ministro israeliano sperava di conquistare il sostegno di qualche paese arabo.

Le relazioni diplomatiche, tuttavia, già dal 2000 erano state rescisse a causa della seconda Intifada e rimaste poi fino ad oggi informali.  Anche il tentativo della, nel 2008, Ministra degli Affari Esteri israeliana Tzipi Livni di visitare il Marocco non era andato a buon fine.

Le motivazioni che hanno spinto al riavvicinamento e i guadagni reciproci

Nonostante ad oggi le relazioni rimangano parziali, sono già diversi i benefici attesi e visibili per entrambe le parti. Se infatti da un lato per Israele è facilmente intuibile che la normalizzazione con il Marocco (come anche con gli UAE, il Bahrein e il Sudan) stia portando progressi in termine di reputazione e di distacco di alcuni ex strenui sostenitori della causa araba nei confronti della Palestina, come anche in termini di vicinanza a Washington, anche per il Marocco si tratta di una doppia vittoria. 

Rabat, infatti, sta beneficiando e beneficerà, non solo dei numerosi proventi economici, soprattutto derivanti dal turismo, bensì anche del riconoscimento statunitense della sua sovranità sul Sahara Occidentale, sempre ottenuto in cambio della firma, e anche di un importante boost economico alle sue spese militari grazie di nuovo al sostegno USA.

Senza dimenticare che il principale interesse comune dei due paesi rimane la costruzione di un fronte saldo contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Quest’ultima è percepita come pericolo oramai da molti paesi arabi, i quali si trovano costantemente a dover fare i conti, nei propri conflitti interni con i suoi proxies, esattamente come il Marocco deve fare con il Fronte Polisario.

Sul fronte esterno c’è il nemico Iran, ma internamente?

Anche sul fronte interno la visita può raccontare molto delle forze politiche in campo, infatti la prioritizzazione da parte di Lapid delle visite nei paesi degli Accordi, e lo stabilimento di relazioni ufficiali con gli stessi, dimostra l’interesse del governo Bennett-Lapid di guadagnare una posizione rilevante a livello regionale come interno, e, soprattutto, portare in secondo piano la questione palestinese.

Israele ha bisogno dopo la vorticosa caduta di Bibi di nuova stabilità e di ricostruire la sua immagine in termini diversi, anche e persino nei confronti di Washington, dove un allontanamento dai repubblicani in favore dei democratici sembra essere altrettanto prioritario. A confermare l’attitudine sono le visite già compiute da parte di ministri e alti ufficiali israeliani negli UAE e in Bahrein.

Per quanto riguarda il Marocco, la situazione è internamente più complessa, la popolazione infatti non ha smesso di protestare per la causa palestinese, né tantomeno ha deciso di accettare la normalizzazione delle relazioni tanto facilmente. Così hanno fatto anche alcuni partiti importanti nel paese, che devono tuttavia arrendersi al potere dei reali. 

Nonostante la Monarchia riempia le sue parole di retorica e ci tenga a sostenere la necessità per Israele di continuare a perseguire la pace e riconoscere la nascita di una patria palestinese infatti, a credere e volere ancora questo sono rimasti soprattutto i cittadini e i partiti islamici, che poco potere hanno in queste decisioni ad alto livello. 

Vincitori e…vinti 

Osservando questa visita dal più ampio spettro degli Accordi di Abramo, venuti alla luce proprio un anno fa, il 13 Agosto 2020, si può notare come nei paesi che avevano già normalizzato le relazioni con Israele prima del Marocco i progressi economici siano ampiamente visibili. A solo un anno dagli Accordi il commercio israeliano con gli UAE ha raggiunto la cifra record di 700 milioni di dollari, senza considerare il turismo e gli investimenti scambiati tra i paesi. Aspettarsi un revival simile e proporzionale dal riavvicinamento con il Marocco non è inopportuno.

Dal punto di vista politico, ma anche militare, si tratta invece di paesi che hanno segretamente cooperato per decenni per ridurre l’influenza sciita e iraniana in Medio Oriente, e che di certo non potranno che ottenere benefici dalla rinnovata cooperazione militare e dal supporto reciproco.

Infine, si tratta di un ottimo escamotage di Israele per riaccendere nuovamente il conflitto con i palestinesi e per portare quantomeno all’astensione da azioni di qualsiasi genere, paesi come il Marocco che hanno sempre sostenuto la causa. Il bilancio degli Accordi per questi attori non può che essere dunque positivo.

Dal lato dei vinti troviamo per l’ennesima volta il popolo palestinese, sempre più vittima di retorica incessante e in sostegno della quale mancano da tempo azioni concrete. La promessa di Israele di non annettere i territori di Cisgiordania in cambio degli Accordi rappresenta un impegno assolutamente di facciata, al quale lo stato ebraico può facilmente non attenersi.

Inoltre, a un anno dalla stipulazione degli Accordi, i falsamente menzionati spillover positivi, e la tanto auspicata pace in Medio Oriente sono quantomai invisibili. Del resto, si tratta di negoziazioni che già in principio non avevano, se non a parole, l’aspirazione di trovare soluzioni costruttive per tutti gli attori coinvolti, né tantomeno di aumentare la stabilità regionale.

Rimane al contrario visibile l’obiettivo di soddisfare gli interessi di paesi che hanno perso interesse da anni nella causa palestinese e desiderano beneficiare dal punto di vista economico della vicinanza con lo stato ebraico, nonché di riguadagnare internamente potere e influenza su gruppi e attori non statali (e talvolta transnazionali) poco controllabili.

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