IL MERCATO MONDIALE HALĀL, RICCO E IN FORTE CRESCITA

Fonte foto: http://www.cameraitaloaraba.org/paesi-arabi/news/ii-market-internazionale-dei-prodotti-halal

Altamente attraente e in rapida espansione, il mercato mondiale halāl conta già un quarto della popolazione mondiale tra i suoi consumatori, non solo musulmani come si può essere tentati di presumere, ma comunque interessati ad un marchio sempre più sinonimo di garanzia e qualità.

Con l’evolversi del panorama del commercio globale abbiamo assistito negli ultimi anni al delinearsi di nuovi modelli di produzione e commercio. La rapida espansione del mercato mondiale halāl si inserisce a pieno titolo nell’inarrestabile processo di globalizzazione dei mercati, costituendo un vero e proprio modello di business.

Parliamo di un mercato basato sulle esigenze di circa 1,8 miliardi di persone nel mondo, un dato in costante crescita secondo il Pew Research Centerfact tank statunitense, che stima che a causa dei cambiamenti demografici la religione islamica crescerà del 73%, a fronte di una crescita della popolazione mondiale che si attesterà intorno al 37%, nell’intervallo di tempo 2010-2050. Nel 2020 l’Indonesia era il paese con la più alta maggioranza musulmana nel mondo, ma si prevede che nel 2050 sarà l’India – che si appresta ad effettuare il grande sorpasso demografico della Cina – il paese a occupare il primo posto.

Nelle ultime decadi gli alimenti halāl hanno cessato di essere una nicchia di mercato esclusiva per i consumatori musulmani per divenire un fenomeno dinamico di mercato globale che può ambire a giocare – e che già in parte gioca – un ruolo significativo nel commercio mondiale, aprendo grandi prospettive non solo alla grande industria ma in particolare a piccole e medie imprese. 

Che cosa significa halāl 

La religione islamica stabilisce alcune prescrizioni alimentari che costituiscono una parte significativa dell’ortoprassi. Sulla base di precise indicazioni del Corano (Sura 2, 172-173; Sura 5, 3-5; Sura 6, 118-121), integrate dalla Sunna del Profeta, la legge islamica stabilisce infatti una serie di norme alimentari la cui osservanza è obbligatoria per tutti i credenti[1].

La proibizione più nota è quella della «carne di maiale, di animali morti di morte naturale, di asini e muli, di ogni carnivoro munito di canini (…), di uccelli rapaci, di animali domestici. La cacciagione è lecita (…), così come anche mangiare tutti gli animali del mare. Sono infine interdetti tutti gli alimenti che recano danno all’organismo, come le sostanze tossiche, quelle inorganiche quali la sabbia e l’argilla, e tutto ciò che ripugna all’uomo come gli insetti»[2].

È lecita soltanto la carne macellata secondo un preciso rituale che prevede l’uccisione dell’animale – “nel nome di Dio” – per iugulazione con totale deflusso del sangue. Al momento della macellazione, l’animale deve essere del tutto sano e vigile, pertanto il rituale sembra essere incompatibile con il previo stordimento che si è largamente diffuso ed è stato prescritto per legge in molti paesi, al fine di alleviare le sofferenze; è interessante notare, comunque, che tale incompatibilità muove da un principio comune, cioè procurare la minor sofferenza possibile all’animale.

Halāl, è dunque tutto ciò che è lecito; il suo contrario è harām, proibito. In linea generale, possiamo affermare che per l’islām è lecito tutto ciò che non è espressamente proibito dalla legge o in applicazione del principio analogico (qiyās, quarto riferimento normativo per il sunnismo), ossia quel principio giuridico che consente di fare riferimento a fattispecie analoghe per colmare lacune normative o risolvere dubbi interpretativi.

Un esempio chiarificatore riguarda il noto divieto di bere vino, che si applica per analogia ed estensione a tutte le sostanze inebrianti. La ratio di tale proibizione va ricercata nella capacità dell’alcol di alterare lo stato di coscienza, motivo per il quale sono proibite anche tutte le sostanze stupefacenti.

Tradizionalmente si riteneva che halāl dovesse essere riferito unicamente a carne e pollami, con particolare riguardo – come sopra spiegato – al metodo di macellazione. In tempi più recenti, il concetto è stato ampliato fino ad includere tutta una serie di alimenti come i latticini, i prodotti da forno e pasticceria, cibi pronti, altri prodotti alimentari e bevande trasformate. Halāl fa dunque riferimento non solo a singoli alimenti ma a un processo che – ai fini dell’integrità – è necessario rispettare lungo tutta la filiera di produzione, compresi stoccaggio, trasporto e logistica.

I settori del mercato, i numeri e le prospettive

In un anno che passerà alla storia, la pandemia Covid-19 ha innescato una reazione a catena senza precedenti, sconvolgendo l’intero mercato economico mondiale. Imprese, investitori e governi dell’economia globale islamica sono stati, anch’essi, coinvolti in una grave crisi finanziaria.

Secondo il Global Islamic Economy Report 2020-2021 i musulmani hanno speso 2,02 trilioni di dollari nel 2019, nei settori alimentari, farmaceutico, cosmetico, della moda e dei viaggi, che costituiscono i macro settori del mercato halāl, ispirato alle esigenze di consumo delle persone di fede islamica, un mercato che ha quindi non solo una forte connotazione etico-religiosa ma, per gli stessi motivi, anche implicazioni economiche su scala globale: la spesa riflette una crescita su base annua del 3,2% dal 2018 a oggi.

I maggiori importatori di prodotti halāl sono i paesi dell’OIC (Organization of Islamic Cooperation) che rappresentano una grande opportunità per l’Unione Europea e per l’Italia.

Per operare in questa vasta area di mercato è necessaria una certificazione che garantisca la conformità alle prescrizioni islamiche di sistemi, processi, servizi e prodotti.

Gli enti autorizzati al rilascio della certificazione halāl sono diversi, sparsi in tutto il mondo. 

In Italia, in cui il mercato halāl vale circa 5 miliardi di dollari, di cui l’80% va sotto la voce alimenti, ha sede la World Halāl Authority che vanta il più alto numero di accreditamenti e riconoscimenti in esclusiva e che si presenta come unico Ente italiano di certificazione.

Nel mese di gennaio l’Ente ha promosso e organizzato un webinar dal titolo “The Impact of global Challenges on Halal Food Industry”, una guida per le aziende che devono comprendere le dinamiche e gli standard di questa importante area di mercato che, come già chiarito, investe diversi settori: agroalimentare, cosmetico, cura del corpo e igiene personale, chimica e farmaceutica, salute e assistenza, servizi di catering e alberghieri, mobilità e logistica, nonché il settore finanziario e assicurativo.

L’evento ha visto la partecipazione delle maggiori istituzioni del mondo halāl come lo Standards and Metrology Institute for Islamic Countries, che sviluppa gli standard halāl necessari per la cooperazione dei paesi dell’OIC e l’aumento del volume degli scambi che implica, in primo luogo, il riconoscimento reciproco delle certificazioni.

Il 30 giugno 2010 il Ministero della Salute, con il Ministero degli Affari Esteri, il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e foerstali, ha stipulato una Convenzione Interministeriale a sostegno dell’iniziativa Halal Italia promossa dalla COREIS – una delle più importante associazioni islamiche italiane – con l’obiettivo di promuovere la certificazione volontaria di qualità per le aziende italiane, che attesta la conformità alle prescrizioni islamiche, sotto il controllo del Comitato etico di certificazione halāl della COREIS.

Nel nostro paese la certificazione è già stata ottenuta sia da piccole e medie imprese, sia da colossi come Parmalat, Mutti, Granarolo, Pomì, La Molisana e De Cecco, solo per citarne alcuni. Secondo le stime, per le aziende certificate il mercato costituisce una grande opportunità economica, con la possibilità di aumentare il fatturato di circa il 20%.


[1] Per un approfondimento sul tema delle prescrizioni alimentari e sui precetti religiosi in generale si rinvia a suggerisce A.Ventura, L’islām sunnita nel periodo classico (VII-XVI secolo), in Islam, G. Filoramo (a cura), Editori Laterza, Bari 2007,  p. 146-147.

[2] Ibidem.

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