LA TURCHIA CHE ALZA MURI E DIVIDE POPOLI

Il muro sul confine turco-iraniano progettato da Ankara limiterà, ancora una volta, il diritto all’asilo di migliaia di migranti, mettendo in discussione i finanziamenti che l’UE stanzia ogni anno.

Nel 2019, in occasione del 30° anniversario della caduta del muro di Berlino, la COMECE (Commissione degli episcopati dell’Unione Europea) ha lanciato un messaggio a tutti gli europei per “lavorare insieme per un’Europa libera e unita”, sottolineando come “costruire muri tra popoli non è mai la soluzione”.

Parole profetiche che accompagnavano proprio la costruzione di muri fisici contro i movimenti migratori un po’ in tutta Europa. 

Ad oggi, quello spudorato processo di divisione sistematica e di limitazione fisica dei flussi continua, con il tacito via libera di organizzazioni internazionali e dell’Unione Europea stessa.

Protagonista, ancora una volta, è la Turchia di Erdogan, storicamente conosciuto come costruttore di barriere, fisiche e no: basti ricordare il muro al confine bulgaro, lungo più di 200 chilometri, costruito nel 2014, o quello al confine con la Siria, con l’estensione record di 760 chilometri, oppure quello più recente (dicembre 2020) al confine con l’Iran di 81 chilometri. 

L’idea di fondo è il blocco fisico della frontiera, impedendo il passaggio ai migranti provenienti dalle rotte terrestri (mentre, per quelle marittime, ci pensano i respingimenti illegali dei barconi) con la conseguente costruzione, nei pressi dei valichi, di campi di accoglienza (che poi diventano di detenzione) dei migranti in attesa di ingresso.

Un copione che ormai da anni caratterizza la gestione del fenomeno da parte della Turchia, paradossalmente appoggiata dall’Unione Europea, che finanzia il tutto (l’ultimo stanziamento ammonta a tre miliardi di euro). 

Il nuovo muro, annunciato da Emin Bilmez, governatore della provincia orientale di Van, sarà lungo 64 chilometri e farà fronte al pericolo, sul confine iraniano, di una serie di escalation provenienti sia dagli iraniani stessi, a causa di una carestia d’acqua che sta fomentando le proteste, che dall’Afghanistan, in cui l’avanzata dei talebani dopo l’abbandono del territorio delle truppe occidentali preoccupa Ankara. Apparentemente motivi militari, che però nascondono il più grande timore di Erdogan: una nuova invasione migratoria. 

Non è difficile prevedere come le crisi presenti nei due territori provocheranno una migrazione di massa e, di conseguenza, una richiesta di ingressi in Turchia che, di certo, supererà i 105 mila dell’anno scorso. 

Ciò mette in risalto, per l’ennesima volta, la politica del respingimento attuata da Ankara negli ultimi anni. Prima con i Siriani, adesso con tutti gli altri. Un modus operandi che non porta nessun risultato, se non la permanenza, in condizioni degradanti, dei richiedenti asilo sul confine, proprio dietro i tanti muri che sono stati eretti. E l’Unione Europea, di fronte a queste chiare violazioni del diritto internazionale, tace. 

In un’epoca in cui dialogare con figure istituzionali autoritarie, che tendono ad accentrare il potere e imporsi sulle democrazie “deboli” del centro Europa, ha delle motivazioni prettamente geopolitiche, è un dovere nei confronti dei valori e della cultura che accomuna i paesi membri dell’Unione Europea utilizzare un approccio diverso per imporre ciò che è giusto.

La strada potrebbe essere, in primis, la coercizione economica, magari limitando o sospendendo completamente i fondi stanziati per la Turchia che finanziano anche opere aberranti come i muri contro i quali la stessa Unione Europea si è costituita. In alternativa, se ciò dovesse generare squilibri ingenti in quei famosi equilibri geopolitici, si potrebbe optare per garantire l’accesso dei rifugiati siriani, afghani e iracheni all’interno del territorio europeo, attraverso procedure chiare e con tempistiche precise, quindi limitando al minimo la permanenza degli stessi sui confini e nei campi di detenzione allestiti. 

La questione assume una rilevanza ancor maggiore guardando agli stati di frontiera che, con cadenza ormai giornaliera nella stagione estiva, accolgono i migranti provenienti dalla rotta mediterranea, con un supporto praticamente minimo da parte di Bruxelles. Infatti, senza una redistribuzione obbligatoria tra gli Stati membri (per dirla tutta, auspicata dalla Commissione ma praticamente irrealizzabile a causa dell’opposizione del gruppo Visegard, e, di conseguenza, del problema riguardante l’unanimità da raggiungere in consiglio europeo), Italia, Spagna e Grecia sono lasciati soli nella gestione, con fondi non consoni in confronto all’enorme dispendio di risorse. Proprio il trattamento di serie B riservato da Bruxelles alle proprie frontiere contrapposto a quello miliardario alla Turchia non fa altro che produrre malcontento.

La direzione prefissata da Ankara è quella del respingimento, si, ma una posizione forte da parte dell’Unione Europea potrebbe fermare l’ennesimo muro e l’ennesima violazione dei principi fondanti europei. Bisogna andare oltre gli interessi strettamente geopolitici, proponendo modelli che possano risolvere in maniera definitiva la violazione dei diritti fondamentali di queste persone. Ragionamento analogo anche per l’imbarazzante situazione sul confine greco di Lesbo, con migliaia e migliaia di migranti in condizioni disumane. 

Senza un passo avanti, l’unione Europea finirà per perdere quella rilevanza geopolitica che ne caratterizza l’esistenza stessa e l’importanza negli assetti mondiali.

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