COLPO DI STATO IN TUNISIA: COSA (NON) FARE SECONDO IL DIRITTO INTERNAZIONALE?

In Tunisia, il Presidente Kais Saied “congela” l’attività del Parlamento per 30 giorni. Nonostante la pronta smentita presidenziale, si parla di colpo di Stato. Cosa (non) dovrebbe fare la comunità internazionale?

Parlamento sospeso per 30 giorni, revocata l’immunità dei suoi componenti e dimissioni forzate del primo ministro Hichem Mechichi e di alcuni suoi primi ministri. È così che si è svegliata la Tunisia il 26 luglio scorso, a seguto della scelta del presidente della Repubblica Kais Saied, il quale assicura che “non si tratta di un colpo di Stato” e di aver agito entro i limiti della Costituzione del Paese, in base al dettato dell’art. 80 (sulla cui legittima applicazione, però, molti studiosi si sono dichiarati dubbiosi).

Alla TV di Stato, Saied ha dichiarato di aver deciso di assumere il potere esecutivo “con l’aiuto di un capo di governo che nominerò io stesso”.

Il presidente, inoltre, ribadisce di aver adottato le misure richieste dalla situazione, per “salvare Tunisi, lo Stato ed il popolo tunisino”, invitando chi lo accusa di colpo di Stato a rileggere la Costituzione. 

Pur rassicurando circa l’intenzione di evitare spargimenti di sangue, esattamente ad un decennio dalla Rivoluzione dei Gelsomini, Saied non ha escluso del tutto l’ipotesi di adottare misure ulteriori e più severe.

Più tardi, sempre nella mattinata del 26 luglio, a destare maggiore timore circa la tenuta democratica del Paese, si è diffusa anche la notizia della chiusura dell’emittente panaraba Al-Jazeera. Mentre giorno 29 sono stati rimossi, tramite decreto, venti alti funzionari governativi.

A seguito della decisione del presidente, il Parlamento è stato circondato da militari, vietando l’ingresso a Rached Ghannouchi, leader del partito islamico Ennahda, nonché presidente del Parlamento stesso.

C’è da dire che la svolta degli ultimi giorni incontra il consenso di buona parte della popolazione tunisina. Tant’è che in molti hanno festeggiato, nelle piazze della città, l’iniziativa presidenziale.

La ragione peculiare è che, vista la tragica condizione socio-economica in cui versa il Paese, qualsiasi cambiamento sarebbe visto come un’opportunità. 

I continui conflitti irrisolti, tra i partiti in Parlamento, e lo stallo tra il leader del Parlamento Ghannouchi ed il presidente Saied hanno effettivamente esasperato gli animi del popolo tunisino, il quale ha assistito ad un costante e deleterio braccio di ferro. 

La situazione sanitaria non ha fatto altro che peggiorare una condizione già fortemente critica. Con oltre 18.600 morti per Covid-19 su 12 milioni di abitanti, la Tunisia detiene uno dei peggiori tassi di mortalità al mondo. Questo anche perché ha ricevuto solo un sesto delle dosi di vaccino promesse nell’ambito del programma Covax, per i paesi svantaggiati. 

L’OMS ha dichiarato che il paese tunisino detiene il record negativo tra i paesi del mondo arabo ed in Africa per numero di morti e tassi di infezione registrati da inizio pandemia. 

Sul piano del diritto internazionale, la questione appare certamente controversa. Viene in rilievo l’art. 2, n. 1 della Carta delle Nazioni Unite, il quale evoca la “sovrana uguaglianza di tutti i membri, quale fondamento delle Nazioni Unite” ed il n. 4 che vieta l’uso della forza “contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato”. L’Assemblea Generale, nella “Dichiarazione sui principi di diritto internazionale riguardanti le relazioni pacifiche e la cooperazione fra Stati in conformità alla Carta delle Nazioni Unite” Ris. 2625-XXV del 24 ottobre 1970, proclama che “tutti gli Stati godono dell’uguaglianza sovrana. Essi hanno diritti ed obblighi uguali e sono membri della comunità internazionale su un piano di uguaglianza, nonostante la differenza di ordine economico, sociale e politico o di altra natura”.

In particolare, in virtù del principio dell’uguaglianza sovrana, gli Stati sono uguali dal punto di vista giuridico, ed al proprio interno godono del diritto alla piena sovranità. Ogni Stato membro ha l’obbligo di rispettare la personalità, l’integrità territoriale e l’indipendenza politica dello Stato, ritenute appunto inviolabili. Ogni Stato ha il diritto di scegliere e sviluppare liberamente il suo sistema politico, sociale, economico e culturale.

Tale principio è collegato con l’obbligo per gli altri Stati di non ingerenza nei fatti interni, che sta alla base del diritto internazionale, ed anzi ne è l’elemento fondante e costitutivo.

Dunque, un eventuale “mutamento di regime”, voluto, promosso ed agevolato dall’esterno è un illecito internazionale.

Il principio di non ingerenza è, appunto, l’obbligo posto a carico di tutti gli Stati di non interferire negli affari interni altrui. Vieta, perciò, tutti quegli interventi volti ad influenzare le scelte di politica interna ed internazionale delle Nazioni, trovando il suo fondamento nel principio che stabilisce l’uguaglianza sovrana di tutti gli Stati.

Va chiarito, però, che il principio di non ingerenza  non è equivalente a quello di non intervento, dal momento che quest’ultimo si riferisce principalmente al rispetto dell’integrità territoriale dello Stato, mentre l’obbligo di non ingerirsi negli affari interni di uno Stato può assumere rilevanza anche sotto altri profili, pensiamo all’ipotesi di ingerenza che si verificherebbe nel caso di aiuto fornito ai ribelli.

Per giustificare l’ipotesi di ingerenza, spesso, si fa ricorso ad “interessi superiori della comunità internazionale”, ritenuti prevalenti rispetto ai valori tutelati da altri principi generali e norme di diritto internazionale, ritenute in ogni caso “presidio e garanzia per il pacifico svolgimento delle relazioni internazionali”. 

Vero è che, a talune condizioni, il divieto di ingerenza negli affari interni di uno Stato può essere disatteso.  Sarà l’effettiva esistenza dei presupposti di fatto a legittimarne la violazione, ad esempio, qualora  esista un correlativo diritto di intervento individuale o collettivo, che risponda ad idonei criteri di ragionevolezza e proporzionalità.

Per garantire una pacifica convivenza fra le Nazioni, è necessario che divieto di ingerenza negli affari altrui e diritto di intervento raggiungano un equilibrio reciproco e ragionevole

La situazione interna di un determinato Stato sarà, in ogni caso, la molla giustificativa della reazione da parte delle altre Nazioni.

La relazione tra  due principi opposti sembrerebbe fondarsi sul principio di “tutela dei diritti e delle libertà fondamentali delle persone e della collettività”. 

Un principio che certamente fa onore alla comunità internazionale, ma che raramente è applicato in termini  reali. 

Sempre più frequente è l’applicazione strumentale di tale principio, nel contesto delle relazioni internazionali. Si può dire che, spesso, gli Stati ne facciano un uso impari o “selettivo”. Non si può nascondere il fatto che, il più delle volte, il presupposto della tutela dei diritti e libertà delle persone sia un mero pretesto, sfruttato per dare avvio ad azioni finalizzate esclusivamente alla destrutturazione dello Stato, nonché alla violazione di ogni forma di sovranità ed indipendenza nazionale.

Punto peculiare che è doveroso chiarire è che la natura democratica dello Stato non ne rappresenta requisito per la legittimazione politica, né tanto meno per la sua riconoscibilità giuridica, in base alle norme di diritto internazionale e nell’ambito delle relazioni interstatali. 

La pretesa di democraticità dell’organizzazione interna dello Stato può essere tutt’al più qualificata come un “auspicio o come un criterio tendenziale”. 

Ciò non significa, in alcun modo, attribuire legittimità, sul piano politico o morale, a forme di Stato autoritario e dittatoriale. Semplicemente si tratta di mantenersi conformi a  quei presupposti e principi idonei a regolare la vita della comunità internazionale.

È evidente, in ogni caso, che lo sfaldamento dell’equilibrio tunisino desti più di una preoccupazione a livello internazionale. La Commissione Europea sta seguendo con attenzione gli sviluppi della vicenda e chiede a tutti gli attori di “rispettare la Costituzione, le istituzioni e lo stato di diritto”. Come dichiarato dalla portavoce del servizio diplomatico UE, Nabila Massrali “chiediamo a tutti di restare calmi e di evitare ogni ricorso alla violenza, per preservare la stabilità del Paese”.

Anche da Mosca, rispetto alle notizie che arrivano dalla Tunisia, ci si auspica che “nulla minacci la stabilità e la sicurezza delle persone in questo Paese”, in base alle parole del portavoce del Cremlino, Dimitry Peskov.

L’ONU invece chiede di “esercitare moderazione, astenersi dalla violenza e garantire che la situazione rimanga calma”. Forte il timore per l’incolumità dei giornalisti, compresi quelli di Al-Jazeera, per i quali si temono problematiche nello svolgimento del propri lavoro. 

Dalle coste italiane, la condizione di incertezza appena apertasi fa sorgere numerose incognite, soprattutto per le sorti del Mediterraneo. Se la situazione sfuggisse, a livello di governo, inevitabili sarebbero le conseguenze sui flussi migratori. 

Una ragione in più, dunque, per tenere d’occhio l’evoluzione delle vicende, in un Mediterraneo che continua a dimostrarsi infuocato. 

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