TUNISI: CRISI POLITICA O SOCIO-ECONOMICA?

In un Paese già profondamente segnato dalle difficoltà economiche, la pandemia del Covid-19 e diverse tensioni politiche non hanno fatto altro che aggravare i fragili equilibri interni. Meglio parlare di crisi economica o socio-politica?

Premesse alla crisi

Nella giornata del 25 luglio il presidente Saied ha deciso di rimuovere il Primo ministro Mechichi, accusato di aver mal gestito la situazione economica e sanitaria negli ultimi mesi, nonché di averla fatta peggiorare. Secondo le fonti governative, egli non avrebbe attuato le misure necessarie per rendere più efficiente il sistema sanitario nazionale, né avrebbe coordinato azioni per rendere la campagna vaccinale più celere.

Inoltre, così come sostenuto anche da analisti internazionali, dietro l’esclusione dell’ex premier Mechichi ci sarebbe stato il suo forte legame con il partito islamista moderato Ennahda, legato alla Fratellanza Musulmana e che nel parlamento tunisino conta più deputati delle altre formazioni politiche.

Il risultato dell’atto politico di Saied ha avuto come diretta conseguenza il susseguirsi di proteste e scontri di pizza già a partire da quella data, con il presidente che ha ordinato ai militari di presidiare i punti nevralgici della città. Per questo motivo sia nel Paese che all’esterno si è parlato di colpo di stato.

Sarebbe più appropriato parlare di crisi politica o socio-economica? Per quanto riguarda il primo tassello, è già stato precisato quali fossero le motivazioni alla base del “pugno di ferro”, anche se non è da sottovalutare la situazione economica che testimonia l’aumento del debito pubblico, pari a circa 30 miliardi di euro e i continui nonché necessari aiuti richiesti al Fondo monetario internazionale che ad aprile ha sbloccato 745 milioni, ma che si sono rivelati insufficienti. A questo si deve aggiungere il tasso di disoccupazione, in crescita, al 17%.

Anche se si cerca di dare una risposta al quesito, è possibile includere all’interno dell’analisi potenziali motivazioni che avrebbero indotto potenze straniere a capeggiare le mosse del presidente Saied. 

Se le potenze esterne agiscono in chiave anti-turca

Si può analizzare la mossa del presidente Saied e attribuirle un significato. La sua decisione di estromettere dai giochi il premier Mechichi può esser letto come il tentativo, da parte di potenze esterne, tra cui Francia in primis, Arabia Saudita, Emirati ed Egitto di spezzare quel corridoio che dalla Tunisia permette alla Fratellanza Musulmana, rappresentati dal partito Ennahda, giunge in Libia, è espressione della geopolitica turca nel Nord-Africa, ed è un potenziale pericolo per Paesi come l’Egitto.

A proposito di Francia, si può sostenere la precedente tesi perché a età maggio si sono verificate delle visite diplomatiche tra Tunisi e Parigi, durante le quali non si esclude che sia stato trattato il tema della crescente influenza turca nel Nord-Africa e in particolare a Tunisi tramite Ennhada.

In secondo luogo, potenze come Arabia Saudita ed Emirati avrebbero diversi interessi per vedere ridotta la proiezione di Ankara nel Nord-Africa e quindi nel Mediterraneo, specialmente in Paesi, come la Tunisia, in cui si sta tentando di non interrompere la stagione delle democrazia dopo le Primavere arabe. E quindi anche in Libia, dove Emirati e Sauditi non vorrebbero mai vedere l’espansone di forze politico-militari a loro ostili e che andrebbero ulteriormente a rafforzare la posizione di Ankara.

Fatte queste riflessioni, bisognerà attendere gli sviluppi della crisi per comprendere in che maniera gli attori precedentemente elencati potrebbero intervenire, come, e se Erdogan si muoverà in maniera tale da non escludersi dagli scenari futuri. Esser presenti a Tunisi significa ì, per il presidente turco e le forze politiche che lo sostengono, tener saldo quel fronte che gli permette di avere ampio spazio di manovra verso la Libia e nel Mediterraneo.

Possibili scenari e ruolo dell’Italia

Sicuramente la crisi istituzionale e socio-economica è destinata a proseguire e probabilmente, all’interno del mondo politico, la posizione del partito Ennhada, potrebbe mutare, con qualche possibile rimpasto di governo. Interessante sarà vedere fino a che punto e come si esporrà la Turchia e se la Francia vorrà consolidare la sua posizione rafforzando ulteriormente il dialogo con Saied.

Sono da escludere, al momento, interventi militari, che farebbero precipitare ancora di più nel caos il Paese, già affetto dalle conseguenze della pandemia.

A parte gli sviluppi futuri, è opportuno spendere due parole sul ruolo di Roma in questa crisi e quindi nel Mediterraneo. 

Certi di aver perso una dominante posizione geopolitica e militare nel Mediterraneo, l’Italia non può permettersi assolutamente di limitarsi a condannare la situazione invocando il ripristino della democrazia. Sono necessarie azioni diplomatiche volte e a dialogare costantemente con le istituzioni nazionali, nell’ottica dei nostri interessi in loco, con la ferma volontà di proteggere la cooperazione con tale Paese e le nostre imprese che lì vi operano.

Roma non può permettersi il lusso di essere messa ancora una volta, ricalcando lo scenario libico del 2011, di spalle contro il muro. Una perdurante crisi politica in Tunisia non solo danneggerebbe il dialogo che abbiamo con il Paese ma potrebbe anche mettere a rischio i rapporti economici che si sono consolidati nel tempo.

Inoltre, non meno rilevante, resta il dossier immigrazione. Questo perché negli ultimi anni tanti migranti sbarcati in Italia hanno ammesso di essere cittadini tunisini. Perciò è fondamentale curare le relazioni diplomatiche con Tunisi per evitare di assistere a sbarchi incontrollati sulle coste siciliane qualora lo stallo politico-economico e sociale dovesse proseguire a lungo. 

Infine, appare realisticamente doveroso, in termini geopolitici, contrastare l’espansione turca e qualsiasi forma di ingerenza di questo Paese volta ad avere il controllo definitivo delle istituzioni tunisine. Per evitare che Ankara si “appropri” anche della Tunisia serve indiscutibilmente rafforzare i contatti con Sauditi ed Emiratini che, con l’Italia, hanno un obiettivo geopolitico comune: evitare che la Turchia e quindi la Fratellanza Musulmana possa dominare sempre più il Nord-Africa e nelle dinamiche che si susseguono lungo il Mediterraneo.

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