IL TERRORISMO INTERNAZIONALE TRA VECCHIE E NUOVE INCERTEZZE

“Il terrorismo internazionale rappresenta ancora un problema irrisolto,[…]Un interessante parallelismo ad oggi è quello tra il terrorismo internazionale di matrice jihadista e l’estremismo bianco violento”.

Il terrorismo è un metodo, un approccio strategico da sempre esistito, anche se in passato solo su base nazionale. L’interesse a livello internazionalistico nasce dopo, intorno alla seconda metà del XIX secolo a causa dell’attentato perpetrato ai danni di Napoleone III che causò un incidente diplomatico tra Francia e Belgio (perchè qui si rifugiò l’attentatore) dovuto all’allora non applicabilità dell’estradizione ai reati politici.

Il terrorismo internazionale rappresenta ancora oggi un problema irrisolto, in ragione innanzitutto della inesistenza di una definizione compiuta e pacifica di terrorismo internazionale; unico elemento incontestato risiede nella necessità della presenza di un elemento di “internazionalità”. In senso definitorio un primo tentativo è stato avanzato con le Risoluzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n.1373 del 2001 e n.2161 del 2014. Entrambe rappresentano le basi per l’adozione delle successive Risoluzioni n. 2170 e 2178.

La prima sottolinea la preoccupazione in particolare nei confronti del terrorismo di matrice jihadista ma non ne fornisce definizione alcuna; la seconda invece ne da una definizione per la prima volta, ma descrivendo ancora una situazione troppo vaga sia per quanto riguarda le misure che gli Stati possono prendere in tal senso, sia per quanto concerne l’individuazione di base delle categorie di soggetti contro i quali agire.

Nessuna di queste ha però risolto il problema definitorio che resta cruciale in quanto risulta difficile poter combattere efficacemente un fenomeno se non se ne conosce esattamente le sue caratteristiche.

Quello che più ci ha coinvolti è certamente il terrorismo jihadista, dall’attacco alle Torri Gemelle dell’undici Settembre ad oggi. La parola jihad in realta non ha un’accezione violenta ma significa “sforzo”, inteso come uno sforzo nell’avvicinamento a Dio, e come lotta verso il male.

Questa lotta può essere intesa sia in senso spirituale che in senso militare, quest’ultimo concepito però dal Corano come uno sforzo minore. In particolare sarebbe nel “versetto della spada” che l’interpretazione dei musulmani più estremisti ha trovato la base della della jihad vista come una guerra contro gli infedeli, siano essi i musulmani traditori della vera fede che gli occidentali.

Fautore recente di questa alterazione è Abdullah Azzam, maestro di Osama bin Laden, considerato il padre del jihadismo degli anni ’90 e secondo il quale l’obiettivo consisterebbe nella lotta militare per difendere il proprio territorio come mezzo di attuazione di un dovere religioso.

Questo scopo assume una connotazione internazionale perchè “chiama alle armi” i musulmani di tutto il mondo. Dopo la sua morte la staffetta passa all’allievo bin Laden che va addirittura oltre con la formazione del gruppo terroristico di al-Qa’ida . La morte il 2 Maggio 2011 di bin Laden non determina però la fine del movimento. Nel 2004 infatti , in Iraq, un’altro leader conosciuto con il nome di Abu Bakr al-Baghdadi getta le basi per la nascita di una nuova formazione sotto il nome di ISI(Stato Islamico nell’Iraq).

Il nuovo leader, conscio delle opportunità che gli si era mostrata a seguito delle lotte sorte in Siria contro il presidente Assad invia lì i suoi uomini che, mischiandosi agli insorti, lasciano attecchire le proprie mire espansionistiche nel Paese, risultato enorme che porta al-Baghdadi a proclamare nell’Aprile del 2013 la fusione tra i due gruppi nello “Stato Islamico nell’Iraq e nel Levante” (ISIS).

Ma a che punto siamo? L’Isis è stata sconfitta militarmente ormai due anni fa. Pare ad oggi essere tornata alle origini, e cioè al gruppo di insorti che lottano contro il governo in Iraq perchè ritenuto non allineato alla loro idea di islamismo.

Il problema più urgente attualmente rimane quello di cosa fare dei cosiddetti foreign fighters e cioè di tutti coloro che, in maggioranza uomini, pur vivendo in Europa o essendone cittadini, hanno deciso di partire volontariamente per arruolarsi nelle file dei combattenti del Califfato. La caduta del sedicente Stato Islamico porta però con sé una conseguenza rischiosa: il cosiddetto “blowback”.

Con questo termine ci si riferisce proprio all’ipotesi in cui i foreign fighters tornino nel loro Paese di origine (quindi per lo più in Europa) continuando da soli la jihad e perpetrando dunque attentati terroristici. Di fronte a questo fenomeno, gli Stati occidentali hanno risposto essenzialmente in due modi: con l’incarcerazione o con un processo di integrazione e riabilitazione. Il carcere però sortisce quasi sempre effetti negativi, isolando il soggetto ed accentuando quello stesso stato di emarginazione che in origine li ha resi più vulnerabili all’attività di proselitismo dell’Isis.

A livello giuridico invece il dato comune a più Paesi in Europa (compreso il nostro con il primo Decreto Sicurezza Salvini così come formulato nel 2018) è lo strumento della revoca della cittadinanza. Questo non si è pero rivelato efficace in quanto persiste, innanzitutto, un problema di tipo giuridico: non è possibile revocare la cittadinanza in modo “arbitrario”.

Cosa si intenda per arbitrario è qui di difficile interpretazione proprio perchè ci si muove in una zona grigia, non essendo chiarito né a livello internazionale né domestico quali siano i margini entro i quali una decisione in tal senso sia legittima o meno, e verso un fenomeno che di per sé, come più volte riportato, non è stato individuato entro chiari confini.( risulta quindi complicato capire se quel soggetto che ha compiuto quelle determinate azioni possa essere o meno definito terrorista e trattato di conseguenza).

Altro recente strumento di lotta al terrorismo è stato previsto nel 2018 con l’istituzione del  Counter terrorism delle Nazioni Unite con lo scopo di far sì che tutte le entità coinvolte lavorino alla lotta al terrorismo sulla base dei pilastri su cui le Nazioni Unite si basano: rispetto dei diritti umani, sostenibilità, pace e sicurezza.

Il 30 giugno si è conclusa la settimana del counter-terrorism per la revisione biennale della strategia contro il terrorismo ( Avrebbe dovuto tenersi l’anno scorso ma è stato rinviato causa COVID) . Anche l’Unione Europea ha cercato di fare di più negli ultimi anni soprattutto attraverso lo strumento delle Direttive e dei Regolamenti per far sì che si agevoli lo scambio di informazioni tra gli Stati membri attraverso l’uso di un’unica banca dati.

Un interessante parallelismo ad oggi è quello tra il terrorismo internazionale di matrice jihadista e l’estremismo bianco violento: anche in questo caso si tratta di un fenomeno di difficile incasellamento, che potrebbe portare agli estremi del terrorismo (si pensi a George Floyd, all’attacco in Norvegia di 10 anni fa da parte di un suprematista bianco o all’invasione di Capitol Hill). Questi due fenomeni hanno in comune l’utilizzo di internet al fine di diffondere quanto più possibile le loro idee e l’uso in particolare dei social anche per riprendere e condividere il momento degli attentati.

La pandemia da Covid-19 ha poi determinato il salto di qualità: l’essere costretti a casa ha aumentato il tempo trascorso davanti ai pc e l’odio sociale in quanto le regole del contenimento del virus hanno inevitabilmente favorito alcune categorie rispetto ad altre.

Persistono però alcune differenze: nel caso del terrorismo ci si concentra sulle metodologie impiegate; nel caso dell’estremismo bianco sulle ideologie; ancora in riferimento al  terrorismo jihadista si parla di gruppo perchè basato su una struttura ben definita con un proprio capo al vertice, struttura invece inesistente nel secondo caso . La propaganda, ancora, avviene per lo più tramite internet e i social per entrambi ma nella prima ipotesi, come diretta conseguenza della sua struttura definita, si compie in maniera discendente, dal leader al resto.

Solo i prossimi accadimenti potranno dirci se quello che è certamente un fenomeno preoccupante di aggressioni, (a volte nella forma di veri e propri attentanti), perpetrati su base razziale andranno ad allungare le liste di ciò che sembra essere considerato terrorismo vero e proprio.

Fonti

A.Alì , La risposta della comunità internazionale al fenomeno dei foreign terrorist fighters, academia.edu, 2015, pp.185-186.

R.Barrett, Beyond the Caliphate: Foreign Fighters and the threat of Returnees, in The Soufan Center, pp-26-27

A.Plebani, Jihad e terrorismo. Da al-Qa’ida all’isis:storia di un nemico che cambia, Milano, 2016.

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