ELEZIONI MOLDAVE: È TEMPO DI UNIONE EUROPEA?

Il Partidul Acțiune și Solidaritate ha vinto le elezioni parlamentari in Moldova, confermando la fiducia della popolazione nella Presidente della Repubblica Maia Sandu e avvicinando ulteriormente il Paese all’Unione Europea. Ciò nondimeno, lo storico rapporto che lega Chişinău alla Russia non può essere ignorato, soprattutto in merito alla Transnistria.

Elezioni in Moldova: Maia Sandu incontrastata

Lo scorso 11 luglio si sono aperte nuovamente le urne elettorali in Moldova, dopo che una serie di tentativi di creare un rapporto tra la Presidente della Repubblica Maia Sandu – eletta lo scorso novembre – e il Parlamento si era rivelata del tutto infruttuosa.

L’incipit della frattura risale allo scorso 23 dicembre, quando l’allora Primo ministro Ion Chicu aveva dichiarato le proprie dimissioni, seguito poi anche dai ministri dell’Economia, delle Finanze e della Salute; una situazione subito (giustamente) condannata dalla Sandu, dal momento che non solo impediva il proseguimento della gestione della pubblica amministrazione, ma si poneva palesemente contro le garanzie poste in essere dall’articolo 130 della Costituzione moldava.

Da allora, la Presidente ha cercato di tamponare la situazione proponendo diversi candidati a Primo ministro – tra cui, Aurel Ciocoi, Natalia Gavrilița e Igor Grosu -, senza però mai ottenere un sostegno tale da poter formare una maggioranza atta a governare. Proprio per questo, il 28 aprile Maia Sandu ha sciolto la Camera e ha indetto nuove elezioni parlamentari; una scelta che ha ripagato la Presidente: le urne, infatti, hanno visto vincitore proprio il Partidul Acțiune și Solidaritate (Partito dell’Azione e della Solidarietà, PAS) della Sandu con il 52,80% dei voti, seguito a grande distanza solo da altri due partiti, il Blocul electoral al Comuniștilor și Socialiștilor (Blocco elettorale dei Comunisti e dei Socialisti) e il Partidul ȘOR, fermi rispettivamente a 27,17% e 5,74%. Una preferenza confermata anche dalla diaspora moldava nel mondo, che ha appoggiato il partito di centro-destra con più dell’86% dei voti.

A seguito degli scrutini, il PAS si è confermato come il primo partito in tutta la Repubblica di Moldova e ha ottenuto una maggioranza tale da poter governare autonomamente e senza timori di essere contrastata né dall’allenza tra i socialisti dell’ex-presidente Igor Dodon e i comunisti di Vladimir Voronin, né dai loro possibili nuovi sostenitori. Il partito di centro-destra si è, infatti, assicurato ben 63 seggi sui 101 disponibili nel Parlamento unicamerale moldavo; una quota tale da rendere Maia Sandu pressoché incontrastata per i prossimi anni. 

Bruxelles si avvicina…

In un Paese tra i più poveri al mondo e piegato oltremodo dalle conseguenze della pandemia da Covid-19, alla vittoria elettorale hanno indubbiamento giocato un ruolo importante i programmi presentati dai vari partiti: se, infatti, il Blocco socio-comunista di Dodon e Voronin ha professato una strenua difesa dei valori tradizionali, il vittorioso PAS ha prefissato cinque obiettivi nazionali: lotta alla corruzione e alla mala-giustizia, sviluppo economico-finanziario e creazione di nuovi posti di lavoro, potenziamento del settore sociale e pensionistico, ammodernamento delle infrastrutture e avvicinamento all’Unione Europea. 

Quest’ultimo proposito parrebbe potersi realizzare nel breve periodo, anche grazie all’attuale comunione di intenti tra Chişinău e Bruxelles, che – solo un mese fa – ha previsto un Piano di ripresa economica per la Bessarbia, con lo stanziamento di 600 milioni tra il 2021 e il 2024 per “aiutare il Paese nei suoi sforzi per ripristinare e rafforzare il [suo] programma di riforme”; in particolare, modificando e rendendo più competitivi i settori economici e commerciali moldavi, così come le infrastrutture e il settore legato all’istruzione.

Tali aiuti – che saranno disponibili secondo l’approccio more-for-more (ovvero, più la Moldova attuerà riforme, più si dimostrerà meritevole e, più sarà meritevole, maggiori saranno i finanziamenti rilasciati) – potrebbero essere lo strumento decisivo per avvicinare una volta per tutte la piccola Repubblica all’area europea e favorirne l’integrazione. Un’integrazione ben voluta dal potere moldavo, che già lo scorso maggio aveva ufficializzato la propria collaborazione con la Georgia e l’Ucraina proprio per una maggior adesione al progetto europeo, poi culminata nella firma della Dichiarazione di Batumi del 19 luglio, in occasione della quale i capi di Governo del Trio hanno dichiarato nuovamente le proprie intenzioni a soddisfare i requisiti per l’acquis comunitario dal momento che “l’integrazione europea non ha alternative per i nostri Paesi e nessuno Stato terzo potrebbe influenzare questa scelta sovrana”.

…ma Mosca si allontana?

A tale integrazione si oppone – e, possibilmente, continuerà ad opporsi – la Russia, ben intenzionata a mantenere il controllo sui tre Paesi dell’area, in particolare sulla Repubblica di Moldova. Se, infatti, è indubbio che negli ultimi anni il Cremlino abbia abbandonato l’ex-presidente moldavo Igor Dodon, dichiaratemente filorusso, in favore di altri candidati e che tale scelta si sia poi rispecchiata nei ridotti voti della diaspora moldava residente nei territori della Federazione Russa, è – tuttavia – altresì vero che Putin non vuole allontanarsi troppo dal suo antico satellite, che – in caso di bisogno – gli permettere di accedere facilmente alla regione dei Balcani e del Mar Nero, grazie al contingente russo dislocato in Transnistria.

Proprio per questo, la Duma non ha nascosto il proprio malcontento in seguito alla dichiarazione congiunta dei presidenti Salomé Zourabichvili, Maia Sandu e Volodymyr Zelensky. Non solo, secondo alcuni analisti, non è da escludere che la Russia possa decidere – prossimamente – di giocarsi la carta energetica contro Chișinău.

Negli ultimi anni, la Moldova ha cercato di diversificare il proprio approvvigionamento energetico, al fine di diminuire la propria dipendenza da Mosca. Tuttavia, se dal punto di vista del gas, Maia Sandu potrà contare sul gasdotto Iași-Ungheni-Chișinău, che dovrebbe essere inaugurato ufficialmente il prossimo primo ottobre e che permetterà al piccolo Stato di far conto sull’aiuto della sorella maggiore (la Romania), tale sostegno non potrà essere garantito anche sotto l’aspetto dell’energia elettrica: la Bessarabia non dispone di proprie centrali elettriche e, in base alle sue attuali strutture, può richiedere energia a un solo Stato alla volta.

La Romania, pur impegnandosi ad aumentare la propria capacità grazie anche alla centrale nucleare di Cernavodă, non può garantire ancora una quantità di energia tale da soddisfare il fabbisogno dell’intera Moldova, che – al momento – deve rifarsi alle quote ucraine e transnistriane. E sono proprio queste ultime a poter rappresentare la carta vincente nelle mani del Cremlino: storicamente Mosca ha fornito i sussidi necessari per il funzionamento delle centrali di Dubăsari e Dnestrovsk, oltre ad aver stanziato l’equivalente di circa sette miliardi di dollari di gas per la sopravvivenza della regione separatista. Qualora la Bessarabia decidesse di integrarsi all’Unione Europea, non è da escludere che Mosca decida di riscuotere i propri crediti; un’opzione che, tuttavia, la Repubblica di Moldova non potrebbe mai affrontare. 

Moldova tra Mosca e Bruxelles: la politica del viţel deştept continua?

In una tale situazione, potrebbe apparire per certi versi scontata da parte della Repubblica di Moldova la scelta di proseguire la cosiddetta politica del viţel deştept, che per anni ha caratterizzato le relazioni internazionali del piccolo Paese, spingendolo talvolta verso Bruxelles e altre volte vero Mosca; tuttavia, la presidente Maia Sandu e il nuovo Parlamento non hanno nascosto il proprio favore nei confronti dell’Unione Europea, per cui appare quantomeno improbabile che decidano di voltare faccia e di riallacciare rapporti con la sola Russia.

Più probabilmente, nei prossimi anni, Chișinău continuerà a progredire lungo il percorso di integrazione europea, nella speranza di ottenere maggiori sostegni economici-finanziari ed energetici, soprattutto dalla vicina Romania, che – in breve tempo – dovrebbe poter disporre delle strutture adatte a fornire energia elettrica a tutta la Bessarabia, inglobandola così in un solo colpo nel proprio mercato.

Ciò nonostante, il percorso europeo difficilmente porterà la Moldova a formulare una domanda di adesione ufficiale, che non le garantirebbe un ingresso sicuro (vedasi il lungo processo dei Balcani occidentali) e che, invece, scatenerebbe le ire del Cremlino, con la conseguente richiesta di saldare il debito di sette miliardi con la moscovita Gazprom e con il potenziamento del contingente militare stanziato in Transnistria, come – per altro – già minacciato all’indomani delle elezioni parlamentari dal Capo della Commissione per gli Affari della Comunità degli Stati Indipendenti, Leonid Kalashnikov

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