YEMEN. DOVE SIAMO RIMASTI?

Fonte foto : http://www.senzatregua.it/2020/06/15/in-yemen-la-pandemia-non-ferma-limperialismo/

Alcuni recenti sviluppi suggeriscono un avvicinamento ad una possibile pace in Yemen ma le tensioni interne continuano a provocare sfollati e destabilizzare il paese. 

Già a marzo 2021, la coalizione capeggiata dall’Arabia Saudita aveva proposto un cessate il fuoco per il conflitto in Yemen, che non era però stato accolto positivamente dagli Houthi.

La proposta, annunciata dal ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan Al Saud, avrebbe incluso la riapertura dell’aeroporto di Sanaa e consentito l’importazione di carburante e cibo attraverso il porto di Hodeidah. Tuttavia, gli Houthi non hanno accettato la proposta, chiedendo la fine del blocco di porti e aeroporti da parte della coalizione. 

Questi sviluppi si inseriscono all’interno di in un contesto di rinnovata tensione nel territorio yemenita. Durante le scorse settimane, gli Houthi hanno infatti rilanciato la loro offensiva su Marib, città localizzata in una regione ricca di olio, che offrirebbe interessanti vantaggi negoziali in vista dei dialoghi di pace. 

Gli sviluppi recenti: Proposta di dialogo da parte dell’Arabia Saudita

Secondo quanto riportato da Reuters, la coalizione guidata da Riyadh e gli Houthi hanno iniziato a parlare di un possibile accordo di pace. Il cuore di queste discussioni rimane la rimozione del blocco saudita su porti e aeroporti controllati dagli Houthi. 

Riyadh guarda quindi alla conclusione del conflitto, ma vuole maggiori garanzie dagli Houthi e anche da Oman e Iran, vicini agli Houthi. Il bisogno di maggiori sicurezze da parte dell’Arabia Saudita è motivato dal timore di nuove tensioni al confine con lo Yemen e disordini nella penisola arabica, così come dalla presenza dell’Iran nella penisola, che non è sicuramente ben vista da Riyadh. 

Il disimpegno degli Stati Uniti.

Non solo l’Arabia Saudita guarda nella direzione di un accordo di pace. Nel febbraio del 2021, il Presidente americano Biden aveva annunciato la fine del sostegno degli US alle operazioni offensive nella guerra in Yemen, compresa la vendita di armi.

Questa decisione ha mosso un tassello importante sullo scacchiere del conflitto yemenita, in quanto durante gli anni del conflitto la coalizione guidata da Riyadh ha ricevuto supporto materiale e di intelligence dalle amministrazioni Obama e Trump, ed è stata accusata di crimini di guerra contro civili yemeniti. 

La fine dell’intervento e del sostegno internazionale non significa l’immediata fine del conflitto. Infatti, è più probabile che le spaccature e le tensioni interne allo Yemen si protrarranno ancora per molto tempo. Comunque, l’interruzione del supporto americano e il possibile ritiro dell’Arabia Saudita rappresentano un passo avanti verso l’epilogo della peggiore crisi umanitaria al mondo.

A questo proposito, l’amministrazione Biden ha deciso di estendere il programma che conferisce lo status di protezione temporanea, senza timore di espulsione, alla popolazione yemenita negli US, riconoscendo che la situazione in Yemen rende pericoloso il loro ritorno. 

La crisi umanitaria provocata dal conflitto: insicurezza alimentare, carestie ed emergenza sanitaria.

Il conflitto che sta dilaniando lo Yemen, ampiamente visto come una proxy war a tra Arabia Saudita e Iran, è iniziato nel 2014 con il rovesciamento da parte degli Houthi del governo yemenita, riconosciuto a livello internazionale, e la successiva risposta a sostegno del governo da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, a cui hanno preso parte Bahrain, Egitto, Giordania, Kuwait, Marocco, Qatar, Sudan ed Emirati Arabi Uniti.

Secondo i dati pubblicati dallo Yemen Data Project, più di 17,500 civili sono stati uccisi e feriti nel conflitto, mentre l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati stima più di 1 milione tra sfollati interni e rifugiati. Il conflitto ha inoltre provocato la diffusione di carestie e malattie in Yemen, paese che già prima dello scoppio del conflitto era considerato il più povero del Medio Oriente. 

Lo Yemen dipende in modo critico dalle importazioni per soddisfare i bisogni primari della sua popolazione, inclusi cibo, carburante e medicine. Circa il 90% del cibo e del carburante dello Yemen deve essere importato dall’estero. A questo proposito, il blocco saudita dei porti marittimi e aerei nel 2017 ha provocato un insostenibile aumento dei prezzi, limitando le capacità della popolazione yemenita di accedere al mercato. 

Non solo questo ha causato una limitata accessibilità a livelli sufficienti di cibo, tanto che 16,2 milioni di yemeniti vivono nell’insicurezza alimentare, con 1,2 milioni di donne incinte o che allattano e 2,3 milioni di bambini sotto i 5 anni che necessitano di cure per la malnutrizione acuta, questo blocco ha anche impedito alla popolazione yemenita l’acquisto di carburante, fondamentale per l’approvvigionamento idrico del paese, in quanto i serbatoi d’acqua sono spesso alimentati a carburante. 

La distruzione delle infrastrutture, conseguenza dei numerosi attacchi aerei, il fallimento dei servizi sanitari e lo scarseggiare di risorse prime, hanno spinto la popolazione yemenita a fare sempre più affidamento su pozzi inquinati per accedere ad acqua potabile, esponendosi così al il rischio di contrarre il colera, un’infezione batterica che si diffonde da acqua contaminata da feci. Epidemie di colera e difterite si sono aggiunte alla condizione già precaria del popolo yemenita, successivamente colpito dallo scoppio della pandemia di COVID-19.

Quali prospettive?

La situazione è tutt’altro che stabile. È per questo che Peter Salisbury, analista presso il Crisis Group, sostiene che la situazione in Yemen debba essere compresa non seguendo uno schema a due parti, ma piuttosto tenendo in considerazione gli interessi di tutti coloro che sono coinvolti nel conflitto, prestando attenzione alle dinamiche interne al paese. 

Questo eviterebbe la precipitazione verso una soluzione che soddisferebbe gli interessi degli attori internazionali, ma che rischia di innescare un nuovo e più sanguinoso conflitto. 

L’instabilità di Aden, sede provvisoria del governo yemenita sostenuto dai sauditi, è un chiaro esempio di tensioni interne che devono essere prese in considerazione, in quanto potrebbe complicare gli sforzi di pace. Infatti, il movimento secessionista del sud è sostenuto dalla maggioranza della popolazione della zona, che ormai da anni si sente emarginata culturalmente, politicamente ed economicamente. L’offensiva sulla città di Marib, in maniera simile, rischia di peggiorare la già allarmante situazione umanitaria in Yemen, in quanto ha già causato migliaia di sfollati, diventando il nuovo hot spot del conflitto. 

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