TUNISIA: LA RICETTA PERFETTA PER UNA CRISI POLITICA

Il 26 luglio il Presidente della Repubblica, Kais Saied, ha congelato il Parlamento per 30 giorni, revocato l’immunità dei suoi componenti e imposto le dimissioni al primo ministro Hichem Mechichi. 

Inoltre sono stati licenziati per decreto oltre venti alti funzionari governativi e il procuratore generale militare Taoufik Ayouni.

Tra i silurati emergono i nomi del segretario generale del governo, Walid Dhahbi e il presidente del Comitato generale dei martiri e dei feriti della rivoluzione e degli atti terroristici, Abderrazek Kilani.

Per arginare le tensioni sul nascere sono stati chiusi tutti gli uffici pubblici ed è stato introdotto un coprifuoco dalle 19 alle 6 in tutto il Paese.

Inoltre è stata chiusa la sede locale di al-Jazeera, rete storicamente vicina ai Fratelli musulmani e al partito islamista Ennahda, che in queste ultime ore è sotto i riflettori.

La magistratura, infatti, ha avviato delle indagini contro Ennahda con l’accusa di finanziamenti illeciti. 

Alla mossa del Presidente sono seguite le critiche dell’opposizione che l’ha accusato di aver attuato una sorta di colpo di Stato. 

Kaïs Saïed ha risposto alle accuse dichiarando che “Chi parla di colpo di Stato dovrebbe leggere la Costituzione o tornare al primo anno di scuola elementare, io sono stato paziente e ho sofferto con il popolo tunisino”.

Il Presidente, inoltre, ha anticipato che potrebbero essere adottate altre misure per la sicurezza del Paese e ha dichiarato che la sua priorità è evitare gravi episodi di violenza a dieci anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini: “Chi punta un’arma diversa da quella della legittimità troverà un’arma, ma non voglio una sola goccia di sangue”.

Ma cosa ha fatto scattare la decisione del Presidente?

Il 25 luglio, in occasione dell’anniversario della proclamazione della Repubblica tunisina, avvenuta nel 1957, centinaia di attivisti e giovani sono scesi nelle vie di Tunisi, Sousse, Sfax, Kef, Gafsa, Tozeur e Kairouan.

I manifestanti hanno attraversato le strade del Paese chiedendo lo scioglimento del Parlamento e le elezioni anticipate.

Le autorità hanno risposto con uno schieramento deciso delle forze dell’ordine, inoltre sono state transennate tutte le vie di accesso alla sede del Parlamento e alla centrale Avenue Bouguiba della capitale.

Le proteste hanno, in un certo senso, spalancato le porte alla crisi già in atto a causa dello stallo istituzionale che la Tunisia viveva già da mesi. 

Questo contesto deriva da diverse questioni che hanno generato un clima di tensione politica. 

Kais Saied si è più volte scontrato con il primo ministro, Hichem Mechichi, e il leader del partito Ennahda, Rached Ghannouchi, sul tema della riforma costituzionale.

Il Presidente, infatti, ha più volte ribadito la necessità di avviare una profonda riforma istituzionale con il fine di attribuire più poteri al Capo dello Stato e rendere l’esecutivo più efficiente, superando in questo modo i continui stalli politici alimentati da un Parlamento troppo instabile e litigioso.

Un’altra questione al centro del dibattito riguarda il controllo dell’esercito e delle forze armate. Saied infatti ha dichiarato la necessità di trasferire al presidente un maggiore potere di controllo non solo sull’esercito, ma anche sulle agenzie d’intelligence. 

Le tensioni si sono acutizzate in seguito al rimpasto governativo, approvato dal Parlamento a fine gennaio, e che non era visto di buon occhio dal Presidente.

Questi elementi ci portano quindi a vedere l’attuale crisi come una tragedia annunciata in attesa solo di esplodere.

Un terreno fertile per la crisi di governo. 

Se è quindi possibile ipotizzare che il Presidente stesse già pensando di tempo di aprire una crisi politica, è probabile che l’attuale contesto tunisino gli abbia fornito l’occasione per portare al termine i suoi piani.

La situazione economico-sociale tunisina infatti è precipitata a causa della pandemia alimentando il malcontento generale. 

Secondo i dati del Fondo monetario internazionale (FMI), l’economia del Paese ha registrato un calo del 7% nel 2020. Per far fronte alla crisi il governo ha dovuto mettere in campo maggiori risorse finanziarie favorendo la crescita del debito pubblico all’85%.

La Banca Mondiale ha dichiarato, in riferimento alla crisi economica indotta dal Covid-19, che la povertà in Tunisia nei prossimi anni potrebbe crescere tra i 7,3 e gli 11,9 punti percentuali. 

Questo contesto di crisi economica, accompagnato da una classe politica instabile e incapace di intervenire in modo deciso, si è presentato come la ricetta perfetta per il malcontento generale della popolazione che ha, in parte, legittimato l’azione drastica del Presidente. 

Quale prospettiva?

Dopo la primavera araba si erano riposte sulla Tunisia diverse aspettative che con il tempo sono state in parte disilluse. Il progetto democratico tunisino infatti sembrava l’unico a prendere forma, nonostante i ritardi nell’istituzione della Corte costituzionale e altri aspetti costituzionali rimasti in sospeso. 

Inoltre il Paese si era presentato come un esempio virtuoso in cui il dialogo tra tutte le forze in campo, politiche e religiose, sembrava procedere in modo costruttivo. 

In realtà quest’ultimo aspetto, nonostante la situazione al momento possa apparire particolarmente critica, non è venuto a mancare del tutto.

Ennahda si è infatti dichiarato aperto al dialogo e pronto a lavorare con le altre forze politiche per accompagnare il Paese alle elezioni in modo pacifico. 

L’articolo 80 della Costituzione tunisina attribuisce al presidente il potere di sospendere, per 30 giorni, Parlamento, governo, stampa, emittenti tv in caso di «pericolo grave e malfunzionamento». 

Bisognerà quindi attendere almeno un mese per osservare se le parti in gioco saranno in grado di evitare che la crisi giunga a un punto di non ritorno.

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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