VAROSHA, LA GHOST TOWN DI CIPRO

Fonte foto: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Famagusta_-_Gazimagusa_Geisterstadt_Varosha_08.jpg

Abbandonato nel 1974, in seguito all’occupazione turca di Cipro, il quartiere di Varosha, chiuso da un recinto di filo spinato e dichiarato zona interdetta, è rimasto inabitato per 47 anni. A vietarne l’accesso, eccetto che ai suoi legittimi abitanti, è una risoluzione dell’Onu. Recentemente, però, il governo nord cipriota, appoggiato da Ankara, ha annunciato la riapertura di una parte di quella che, ormai, è diventata una ghost town. 

Lungo la costa orientale dell’isola di Cipro, a ridosso della Green Line, la buffer zone istituita dalle Nazioni Unite a seguito dell’occupazione turca di Cipro, che attraversa in due l’isola separando la Repubblica di Cipro dalla sedicente Repubblica Turca di Cipro del Nord, c’è un quartiere abbandonato dove il tempo si è fermato nel 1974. Si tratta di VaroshaMaraş in turco, quartiere meridionale della città di Famagosta, ricompresa nell’omonimo distretto, che appartiene de iure alla Repubblica di Cipro ma che si trova, de facto, nei territori occupati nel nord dell’isola.

Prima dell’intervento militare turco, Varosha contava una popolazione di 39.000 abitanti, appartenenti alla comunità greco-cipriota, e rappresentava una delle più ambite mete turistiche del Mediterraneo orientale. Oltre 55 alberghi ospitavano turisti provenienti da tutto il mondo, attratti dalle incantevoli spiagge dell’isola, tra cui figuravano anche celebrità quali Elizabeth Taylor, Richard Burton e Brigitte Bardot.

In seguito all’arrivo dei militari turchi, però, il quartiere è stato abbandonato, assumendo le sembianze malinconiche e spettrali di una ghost town: gli edifici, vuoti, testimoniano scene di vita passate, bruscamente interrotte, le insegne pubblicitarie sono ancora quelle degli anni Settanta, la natura si è riappropriata degli spazi e le spiagge, un tempo affollate di turisti, ora ospitano nidi di tartarughe marine. 

Le dinamiche dell’occupazione

Crocevia di popoli e culture, storicamente abitata da Greci, Egizi, Bizantini, Genovesi, Veneziani e Turchi ottomani, l’isola di Cipro finì sotto l’amministrazione dell’Impero britannico nel 1878, per poi ottenere l’indipendenza solo nel 1960, con il Trattato di Zurigo e Londra. Dopo l’indipendenza, però, l’isola continuò ad essere scossa da forti tensioni etniche, dovute alla convivenza tra la maggioranza greco-cipriota della popolazione e la minoranza turco-cipriota.

I primi, sostenitori dell’enosis, ovvero della riunificazione dell’isola con la Grecia, dai più percepita come una sorta di madrepatria, diedero vita all’Organizzazione Nazionale dei Combattenti Ciprioti (EOKA – Ethinki Organosis Kyprion Agoniston). I secondi, promotori del taksim, ovvero della separazione tra le due comunità dell’isola, in risposta alla nascita dell’EOKA fondarono il Movimento di Resistenza Turco (TMT – Türk Mukavemet Teskilati). Gli scontri tra le due comunità che componevano la popolazione cipriota, che negli anni Sessanta si verificavano con una certa frequenza, lasciavano intuire che la situazione potesse precipitare da un momento all’altro. 

In quegli anni, la Grecia era passata sotto il controllo della Giunta dei colonnelli, che nel 1967 avevano preso il potere con un colpo di stato e avevano instaurato nel Paese una dittatura militare di ispirazione fascista. Fu in questo frangente che la riunificazione di Cipro con la Grecia divenne uno degli obiettivi del governo ellenico. La Giunta, infatti, appoggiò l’EOKA-B e la Guardia Nazionale Cipriota nell’attuazione del golpe che, il 15 luglio 1974, rovesciò il governo del legittimo presidente cipriota Makarios.

A quel punto la Turchia, sulla base del Trattato di Garanzia, sottoscritto insieme a Grecia e Regno Unito contestualmente al Trattato di Zurigo e Londra, decise di intervenire inviando le sue truppe a Cipro. Invocando l’art. 4 del Trattato, il 20 luglio Ankara lanciava l’Operazione di pace del 1974, finalizzata a ripristinare lo status quo ante per proteggere la comunità turco-cipriota e salvaguardare l’indipendenza dell’isola. Quando le Nazioni Unite riuscirono ad ottenere il cessate il fuoco, il 22 luglio, l’esercito turco aveva ormai occupato il 3% del territorio dell’isola. 

Il giorno seguente, in Grecia, la Giunta dei colonnelli cadde e venne richiamato al governo Konstantinos Karamanlis, che immediatamente dichiarò il suo Paese estraneo al conflitto. Nonostante la crisi fosse rientrata, però, la Turchia non ritirò le truppe. Anzi, durante le trattative di pace, a Ginevra, divenne chiaro il suo piano di costituire un’entità federale, in cui le due comunità dell’isola potessero convivere in due Stati separati. Il 14 agosto Ankara lanciò la Seconda operazione di pace. Fu allora che, alla notizia del nuovo sbarco dei militari turchi sull’isola, gli abitanti e i turisti di Varosha abbandonarono case, locali e alberghi, temendo un massacro.

Molti scapparono verso sud, portando con sé solo ciò che avevano indosso, convinti che sarebbero rientrati nelle proprie case dopo poche ore o, comunque, entro pochi giorni. Nessuno, allora, poteva immaginare che non sarebbe più entrato nella propria casa, non avrebbe più visto il proprio quartiere e non sarebbe mai più tornato a quella vita bruscamente interrotta nell’agosto del 1974. Giunto sul posto, l’esercito turco circondò di filo spinato l’intera area, rendendola zona militare e vietandone l’accesso al pubblico.

Al termine del secondo intervento militare, la Turchia aveva invaso il 40% dell’isola. A rimarcare la divisione in due dell’isola, lungo la linea del cessate il fuoco, c’è la Green Line, la Linea Verde demilitarizzata, presidiata dalle Nazioni Unite, che separa la Repubblica di Cipro dalla Repubblica Turca di Cipro del Nord, autoproclamatasi nel 1983, mai riconosciuta dalla Comunità internazionale, se non esclusivamente da Ankara. 

La posizione dell’ONU 

Le Nazioni Unite hanno contestato a più riprese l’intervento militare turco del 1974 sull’isola, asserendo che anziché essere finalizzato a ripristinare lo status quo ante e a tutelare l’integrità della Repubblica di Cipro, come previsto dal Trattato di Garanzia, fosse mirato a dividere l’isola in due. Sia il Consiglio di Sicurezza che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, pertanto, si sono espressi contro l’occupazione dei territori ciprioti da parte di Ankara.

Il Consiglio di Sicurezza ha dapprima condannato la decisione unilaterale di dichiarare che una parte della Repubblica di Cipro sarebbe divenuta uno Stato federale (risoluzione 367 del 1975) e ha poi dichiarato illegittima l’autoproclamazione della Repubblica Turca di Cipro del Nord (risoluzione 541 del 1983), invitando gli Stati a rispettare “la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale della Repubblica di Cipro”. Quanto a Varosha, nella risoluzione 550 del 1984 si legge chiaramente che il Consiglio di Sicurezza “considera inammissibili i tentativi di colonizzare qualsiasi parte di Varosha da parte di persone diverse dai suoi abitanti e chiede il trasferimento di tale area all’amministrazione delle Nazioni Unite”. 

Il progetto della riapertura di Varosha

Dal momento dell’occupazione dei territori del nord dell’isola, ormai, sono passati 47 anni. Da allora, poco o nulla è cambiato. Dal 2003 è possibile attraversare la Green Line per spostarsi da una parte all’altra dell’isola, ma la questione di Varosha ha continuato a rimanere in sospeso, almeno fino all’ottobre del 2020, quando Ersin Tatar, allora premier della Repubblica Turca di Cipro del Nord, successivamente eletto presidente, ha annunciato la riapertura occasionale della spiaggia del quartiere abbandonato.

Solo un mese più tardi, il presidente turco Erdoğan, in visita nella repubblica separatista, ha passeggiato lungo il litorale di Varosha, auspicando la successiva riapertura dell’intero quartiere. Nonostante le critiche della Comunità internazionale, in primis dell’UE (di cui Cipro fa parte), alla riapertura di Varosha, considerata come un’azione provocatoria ed illegale, in quanto compiuta in violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il progetto di riaprire il quartiere fantasma non si è arrestato.

In occasione del 47° anniversario dell’intervento militare turco che avrebbe portato, in seguito, alla nascita della repubblica separatista, lo scorso 20 luglio il presidente turco si è recato nuovamente in visita nel nord dell’isola. Durante le celebrazioni, Erdoğan e Tatar hanno annunciato la smilitarizzazione di una parte del quartiere di Varosha e la riapertura della spiaggia al pubblico. La notizia è stata presentata come una grande opportunità per uscire da un’impasse che dura ormai da troppo tempo.

I legittimi abitanti di Varosha potranno richiedere di rientrare nelle proprie abitazioni, ma il quartiere, di fatto, si troverebbe amministrato dalle autorità della Repubblica Turca di Cipro del Nord. Il presidente cipriota Nikos Anastasiades condanna l’accaduto ed esprime il timore che le azioni unilaterali di Ankara possano minare definitivamente i negoziati per l’individuazione di una valida soluzione. 

Un valore simbolico e geopolitico

Ad un anno dalla riconversione in moschea della basilica di Hagia Sophia e dalle frizioni al largo delle coste dell’isola greca di Kastellorizo, Ankara lancia un segnale forte all’esterno e avanza con decisione nel Mediterraneo orientale, con l’obiettivo di stabilizzare la propria posizione nell’isola di Cipro, con tutto ciò che questo comporta in termini di sfruttamento delle risorse energetiche ed economiche presenti nell’intera area. La riapertura di Varosha, dunque, non assume solo un valore simbolico, ma anche geopolitico.

La questione non è semplice ma, se non si riuscirà ad aprire un canale di dialogo con la Turchia, le azioni unilaterali di Ankara si imporranno ancora una volta su soluzioni negoziate e decisioni condivise. Uno scenario del genere, per Varosha, consisterebbe in un secondo abbandono. Stavolta, però, non sarebbero i suoi legittimi abitanti ad abbandonarla, ma la Comunità internazionale. 

Vanessa Ioannou

Ha conseguito la laurea magistrale con lode in Studi internazionali presso l'Università "L'Orientale" di Napoli con una tesi sulle relazioni esterne dell'UE. Iscritta all’Albo dei giornalisti pubblicisti, ha collaborato con diverse testate giornalistiche, occupandosi di Politica ed Esteri. In seguito, ha intrapreso il percorso professionale da consulente.
Per lo IARI è caporedattrice della Redazione Europa. In particolare, si occupa di Affari europei ed Euro-Mediterraneo. È profondamente convinta che per comprendere la realtà che ci circonda sia necessario contestualizzare i fenomeni geopolitici, mai isolati e sempre interconnessi tra loro. Collaborare con lo IARI, analizzando temi di respiro europeo e internazionale, le permette di coniugare i suoi più grandi interessi: la scrittura e la politica internazionale.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from EUROPA