L’ORO BIANCO UZBEKO E IL TRISTE DESTINO DEL LAGO D’ARAL

Credits: Matteo Da Ros

Conosciuto come il quarto lago più grande del mondo, oggi la bellezza del lago d’Aral è solo un ricordo lontano. 

L’Uzbekistan è tra i maggiori produttori ed esportatori mondiali di cotone. Come dimostrano i dati del 2019, il cotone è il terzo prodotto più esportato dall’Uzbekistan dopo oro e gas. Il giro d’affari nel 2019 ammonta a $923 milioni rendendolo il sesto esportatore al mondo. Il commercio avviene principalmente con Cina, Russia e Turchia. Ma a quale prezzo è stato possibile raggiungere questo risultato?

Il cotone, oggi definito come l’oro bianco uzbeko data la sua importanza economica, è una delle colture che richiede maggiori quantitativi di acqua per poter crescere. Durante l’epoca sovietica, al fine di intensificare e ampliare la produzione si è deciso di deviare, tramite la costruzione di lunghissimi canali, il corso dei due principali affluenti, ponendo le basi per quello che è stato definito “il più grande disastro ecologico causato dall’uomo della storia”.

I fiumi Amu Darya e Sir Darya hanno visto il loro normale corso essere dirottato per irrigare e fertilizzare vasti appezzamenti terreni a partire dagli anni 60. Questi canali non hanno mai raggiunto le aspettative e l’efficienza previste, causando un enorme spreco d’acqua che, sommato al clima arido, ha causato il restringimento della superficie del lago d’Aral. 

Un tempo soprannominato mare d’Aral grazie ai suoi 68mila km2 di estensione, il lago è oggi diviso in due parti a causa del ritiro delle acque: il Piccolo Aral situato a nord, in Kazakistan, e il Grande Aral a sud, in Uzbekistan. Ad oggi, il suo specchio d’acqua si è ridotto a circa 18mila km2.

Il pesante utilizzo di pesticidi, combinato alla sperimentazione di armi chimiche e batteriologiche sulle numerose isole presenti nel lago, in particolare Vozrozdenie, hanno fatto sì che quest’area divenisse anche pericolosa per la salute umana. Inoltre, la regione non è esule da tensioni per quanto riguarda il controllo delle acque del lago. Differenti strategie sono state implementate dai due paesi bagnati da esso: mentre in Kazakistan è in atto, con successo, un progetto di riqualificazione del lago grazie alla costruzione della diga Kokaral, in Uzbekistan è ancora usato per attività legate all’agricoltura e non vi è alcun piano per il recupero del lago.

La diga kazaka ha permesso al lago di riprendere vita: alcune attività ittiche hanno riaperto creando nuovi posti di lavoro e facendo crescere l’economia della regione. Tuttavia, lo sfruttamento del lago durante l’epoca sovietica e durante il governo autoritario di Islom Karimov in Uzbekistan ha ridotto in povertà migliaia di persone che operavano nel settore ittico, costringendole a migrare o a cambiare totalmente la loro vita. Il lago e il suo ecosistema sono solo un ricordo nelle menti delle persone più anziane.

L’altro problema attuale correlato alla coltivazione del cotone in Uzbekistan è il lavoro forzato nei campi, il quale costringe le persone a lavorare in cambio di un salario pressoché inesistente. A dispetto dei proclami governativi dell’attuale presidente Shavkat Mirziyoyev, in cui si affermava la fine dello sfruttamento, anche minorile, nei campi di cotone in Uzbekistan, la pratica durante la stagione di raccolta autunnale continua ad essere diffusa e sistematica.

Negli ultimi anni questa prassi di lavori forzati ha preso il nome di “campagna volontaria”, anche se di volontario non possiede nulla. I lavoratori guadagnano $0,10 al kilo di cotone, non riuscendo nemmeno a provvedere al proprio sostentamento. La “Cotton Campaign”, lanciata nel 2010 per porre fine al lavoro forzato e minorile nei campi di cotone, ha perlomeno provato a porre un freno al fenomeno anche se, nonostante questo, questa realtà di sfruttamento è ancora ampiamente diffusa. 

A causa di questi abusi alcuni paesi, in particolare l’Unione Europea, hanno intrapreso una campagna di boicottaggiodel cotone esportato dall’Uzbekistan. L’Unione Europea, baluardo della democrazia e dei diritti umani, è molto sensibile alla situazione uzbeka e accusa il governo di non rispettare gli standard richiesti. Gli eventi hanno anche causato, sia a livello nazionale che internazionale, un malcontento diffuso verso le aziende agricole private che beneficiano del vantaggio dei lavori forzati e sottopagati grazie agli stretti legami che possiedono con le alte sfere governative. T

uttavia, dopo la morte di Islom Karimov nel 2016, il suo successore Mirziyoyev ha fatto alcuni passi verso un paese più democratico: diversi prigionieri politici sono stati rilasciati, la libertà di stampa è aumentata e sono state intraprese delle piccole azioni per limitare i lavori forzati nei campi.

In conclusione, il Kazakistan ha intrapreso una strada più verde rispetto al vicino rivolta alla riqualificazione del lago d’Aral e delle attività ad esso connesse, migliorando le condizioni economiche e di vita dell’area. Al contrario, l’Uzbekistan continua a sfruttare la poca acqua rimasta del Grande Aral per attività agricole, incurante dei vantaggi che un’espansione del lago potrebbe portare.

La speranza del governo uzbeko è che, una volta evaporato ciò che rimane del mare d’Aral, sia possibile trovare gas e petrolio al di sotto. Essendo situato in una regione arida dove l’acqua è un bene fondamentale e da centellinare, l’Uzbekistan si accorgerà solamente troppo tardi della scelta sbagliata di non preservare le acque del lago. In ultimo luogo, con gli effetti catastrofici ed imprevedibili che il cambiamento climatico sta portando con sé, ed un consenso mondiale sempre più rivolto al rispetto dei diritti umani, basare prevalentemente l’economia sulla coltivazione del cotone, fondata sul fabbisogno di acqua e sullo sfruttamento delle persone, potrebbe portare il paese ad una crisi in tempi brevi.

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