LE PROTESTE A CUBA: ALLA RICERCA DI CIBO E LIBERTÀ

Fonte foto : https://ilbolive.unipd.it/index.php/it/news/cuba-proteste-repressione-governo

Per la prima volta dal 1959, migliaia di cubani si sono riversati nelle strade cittadine chiedendo cibo, medicinali e libertà. 

Le ragioni delle proteste: dalla crisi economica alla richiesta di libertà

A partire dall’11 luglio nell’Isola di Cuba sono scoppiate varie proteste. Nate a San Antonio de lo Baños, si sono poi diffuse in più di venti città cubane fino ad arrivare alla capitale, L’Avana. Queste proteste segnano un punto di svolta nella storia sociale e politica dell’Isola, in quanto non si vedeva un dissenso di tale portata e grandezza nei confronti del regime comunista dal 1959, quando Fidel Castro prese il potere. Di fatti, fino ad oggi, le rare manifestazioni erano solitamente delle forme di dissenso localizzate e poco partecipate, a differenza di quelle odierne che hanno visto scendere in piazza gran parte della popolazione locale.

A motivare migliaia di cubani a riversarsi nelle strade sono state principalmente la scarsità di beni di prima necessità,la carenza di cibo, le continue interruzioni alla rete elettrica  i cosiddetti apagones dalla durata di 12 ore  el’aumento dei prezzi dovuto alla crisi economica. Inoltre, la pandemia di Covid-19, imponendo limitazioni al turismo e al settore terziario, ha colpito fortemente l’economia dell’Isola, che vedeva nel turismo la sua principale fonte di reddito.

Negli ultimi tempi, infatti, è sempre più difficile per i nativi cubani procurarsi cibo e medicine e, per tale ragione, migliaia di cittadini si ritrovano a manifestare davanti alle “bodegas”, botteghe gestite dal governo alle quali si accede attraverso la “libreta – una sorta di tessera di razionamento – al fine di ottenere beni di prima necessità a basso prezzo.

Questa crisi ha esasperato il diffuso malessere della popolazione cubana, già alto a causa delle difficoltà economiche provenienti dalle sanzioni commerciali e dal “bloqueo”, l’embargo economico americano che è in vigore dal 1962 e che secondo alcune stime del governo cubano è costato al Paese ben 130 miliardi di dollari.

Per tali ragioni, per la prima volta nella storia, la popolazione cubana si è riversata nelle strade protestando per le disastrose condizioni di vita e salute. Oltre alle motivazioni economiche, le proteste hanno alla loro base ragioni più profonde, legate alla richiesta di libertà, alla mancanza di democrazia e alla sfiducia nei confronti del governo di Manuel Díaz-Canel, il Presidente in carica dal 2019.

Il ruolo dei social network

Le proteste dell’11 luglio segnano uno spartiacque nella storia sociale di Cuba in quanto hanno generato un’ampia partecipazione e risonanza, un evento totalmente nuovo per l’Isola, che non vedeva da tempo manifestazioni su larga scala. Di fatti, a seguito di scarsi e dislocati episodi di malcontento in piccoli comuni, è la prima volta che migliaia di persone scendono in piazza alla ricerca di libertà, che lo facciano a volto scoperto ed in tutte le principali città del Paese, compresa la capitale L’Avana.

Caratteristiche fondamentali di queste manifestazioni sono la partecipazione dei giovani ed il ruolo dei social network. Nonostante le varie limitazioni poste dal governo all’uso di Internet, diversi canali social, principalmente Facebook e Twitter, hanno avuto la funzione di veicolare e di diffondere le proteste. Di fatti, proprio tramite l’utilizzo dei social network, migliaia di giovani cubani hanno preso coscienza delle manifestazioni e si sono uniti ad esse nelle strade e nelle piazze cittadine. 

Il brano che si trova in questi giorni in cima alle classifiche musicali e che è diventato anche l’inno che accompagna le proteste di strada recita “Patria y Vida, ossia patria e vita, un chiaro ed esplicito riferimento al motto “Patria o Muerte”, patria o morte, slogan che accompagnò la rivoluzione di Fidel Castro degli anni Cinquanta.

Inoltre, i social stanno giocando un ruolo importantissimo anche a seguito della repressione messa in atto del governo: varie campagneappelli di liberazione nei confronti dei dimostranti in stato d’arresto sono partite proprio dai canali social.

La reazione della comunità internazionale

Il governo di Manuel Díaz-Canel ha risposto alle proteste con metodi repressivi: la polizia, non abituata a gestire manifestazioni di tale partecipazione e portata, ha agito sparando vari colpi di pistola in aria al fine di dispendere la folla. Ad oggi però, si conta una vittima nel municipio di La Guinera. Inoltre, l’Osservatorio Cubano per i Diritti Umani ha riferito di aver documentato l’arresto o la scomparsa di almeno 757 persone a causa delle proteste, 13 delle quali minorenni.

A causa della dura repressione messa in atto dal governo cubano, i leader politici della comunità internazionale hanno espresso la propria vicinanza alla popolazione e alle famiglie dei desaparecidos“Gli arresti avvenuti a Cuba di attivisti politici e anche di giornalisti sono assolutamente inaccettabili”, ha dichiarato Peter Stano, portavoce di Josep Borrell, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, chiedendo alle autorità cubane l’immediato rilascio degli attivisti che si trovano in prigione. 

La reazione dell’amministrazione Biden è stata quella di imporre sanzioni contro il Ministro della Difesa di Cuba e contro alti funzionari del governo che sembrano essere coinvolti nella violazione di diritti umani durante la repressione delle proteste. Le azioni del Presidente Biden segnano una prima risposta significativa che arriva a seguito di critiche da parte di alcuni membri del Congresso e della comunità cubano-americana per non aver mostrato un maggiore sostegno ai manifestanti e agli attivisti in stato d’arresto. Ma il Presidente Joe Biden ha annunciato che “Questo è solo l’inizio: gli Stati Uniti continueranno a sanzionare le persone responsabili dell’oppressione del popolo cubano”.

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