IL BLOCCO DEI SITI DI NAVALNY

Le autorità russe hanno bloccato il sito del dissidente, insieme ad altri 50 siti ritenuti collegati.

Continua il tentativo da parte del Cremlino di isolare Navalny e la sua rete, dopo l’arresto del dissidente, per una condanna subita alcuni anni fa che, gli imponeva una sorta di obbligo di firma ma che non ha potuto rispettare a causa dell’avvelenamento subito, il quale lo ha costretto ad alcuni mesi di cure in Germania, violando in questo modo i termini della condanna.

Il caso era stato al centro di una serie di tensioni che, nelle settimane e nei mesi succesivi, hanno visto la federazione arrivare ai “ferri corti” con alcuni paesi europei e anche con gli Stati Uniti.

Adesso, non si fermano i tentativi di isolare ancora di più la sua persona, attraverso la chiusura del suo sito e dei siti considerati collegati alla sua rete.

La decisione arriva dopo una sentenza di un tribunale moscovita che ha definito la suddetta rete “estremista”.

La sentenza permette in questo modo di applicare la legge sulla “sovranità digitale”, firmata dal presidente Putin nel 2019, che prevede la chiusura di domini web considerati “estremisti” oltre alla creazione di un nuovo dominio (DNS) in grado di scollegare la Russia dalla rete globale.

Lo strumento adoperato è uguale a quello usato in passato dal paese per punire Twitter per alcuni contenuti che violavano le leggi russe; ossia l’aumento dei tempi di caricamento.

In quell’occasione, Navalny aveva invitato a scaricare “Smart Voting” ( un’app che permette di aggirare le restrizioni e leggere i contenuti bloccati dal sistema).

La chiusura dei siti collegati al dissidente arriva ad un mese di distanza dalle elezioni per la Duma (parlamento Russo) previste per settembre, pertanto, diversi osservatori leggono nelle recenti ondate di repressione un tentativo di pulire il terreno ai candidati del partito del presidente, Russia Unita, che in questi mesi soffre di un basso tasso di approvazione e che rischia di comprometterne la superiorità nella camera.

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