EDUCAZIONE DI QUALITÀ CONTRO IL “VIRUS” DELLA DISUGUAGLIANZA

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Con l’obiettivo n. 4 dell’Agenda 2030, le Nazioni Unite si propongono il raggiungimento, entro la fine del decennio, di un’istruzione di qualità, inclusiva ed equa. Tuttavia, i dati che emergono evidenziano ancora una realtà internazionale fatta di disuguaglianze e povertà educativa.

Il diritto all’istruzione può essere, senz’altro, considerato oggi uno tra i diritti fondamentali, riconosciuti dal diritto internazionale. Formalmente sancito per la prima volta nel 1948, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, the right of education, nella versione italiana, si è visto erroneamente tradotto in “diritto all’istruzione”. Una scelta piuttosto fuorviante, dal momento che il termine “education” ricomprende tanto l’istruzione, intesa quale strumento atto a trasmettere dati cognitivi “neutri”, quanto l’educazione, processo formativo ed emotivo più ampio, che sta alla base della crescita e della maturazione dell’individuo.

È questa l’ottica adottata dalla comunità internazionale, nel disciplinare il diritto all’istruzione ed all’educazione.

Gli strumenti messi in atto dal diritto internazionale sono stati gradualmente affinati nel corso dei decenni, anche in considerazione del mutamento della rilevanza che l’educazione assume oggi all’interno della società. Si ritiene, infatti, che giochi un ruolo peculiare ed irrinunciabile nello sviluppo della personalità del fanciullo, dunque una sua più approfondita tutela è inscindibilmente connessa al miglioramento delle condizioni di vita dei giovani, in particolare nei Paesi in via di sviluppo.

L’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo sancisce la gratuità e l’obbligatorietà dell’istruzione elementare, indirizzata al “pieno sviluppo della personalità umana” ed al “rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali”. 

In particolare, vengono fissati dalla disposizione degli standard molto chiari: l’educazione rappresenta un diritto irrinunciabile, per gli esseri umani. 

In base al dettato della norma, l’istruzione tecnica e professionale così come l’istruzione superiore dovranno essere sempre accessibili a tutti, in base a criteri di meritocrazia. 

La finalità ulteriore dell’istruzione sarà, perciò, quella di promuovere “la comprensione, la tolleranza e l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi raziali e religiosi”.

L’istruzione, in tal senso, assume per le Nazioni Unite funzione di architettura che le consente di perseguire più agevolmente l’obiettivo del mantenimento della pace.

Il terzo comma dell’art. 26 si sofferma, poi, sul ruolo che spetta ai genitori, in tale processo educativo. La priorità della scelta genitoriale, circa il tipo di istruzione ed educazione da impartire ai figli, è un principio ricorrente nel diritto internazionale. Tanto da essere successivamente ripreso dall’art. 13 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, laddove si chiarisce che gli Stati parte si impegnano a rispettare la libertà dei genitori (ovvero dei tutori legali) di scegliere per i figli “scuole diverse da quelle istituite dalle autorità pubbliche”. Ciò, a patto che le stesse siano conformi ai requisiti fondamentali prescritti o approvati dallo Stato, in materia di istruzione.

Ai genitori si riconosce, altresì, il diritto di fornire ai propri figli un’educazione religiosa e morale, in conformità alle proprie convinzioni. Comincia a svilupparsi l’idea di un modello educativo più inclusivo e meno discriminatorio.

Sulla scorta di tale presupposto, viene elaborato il primo strumento legale vincolante, in materia di istruzione: la Convenzione contro la Discriminazione nell’istruzione, adottata nel 1960, dalla Conferenza Generale dell’UNESCO. 

Scopo peculiare non esclusivamente abolire ogni atteggiamento discriminatorio, quanto promuovere “parità di opportunità e trattamento” nel settore educativo. 

Bisogna, però, attendere fino al 1989 per arrivare ad un riconoscimento ampio e particolareggiato del diritto all’istruzione, all’interno della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. In particolare, negli articoli 28 e 29 vengono apertamente riconosciuti gli obiettivi dell’educazione, successivamente ulteriormente definiti nel 2001, nel General Comment 1 della Committee on the Rights of the Child.

Tra tali obiettivi individuiamo lo sviluppo massimo della “personalità, del talento e delle abilità psico-fisiche dei bambini”; lo sviluppo del “rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali”;  formare il bambino o l’adolescente alla “partecipazione attiva all’interno della società”, garantendo il pieno rispetto delle peculiari differenze e dell’ambiente circostante.

Il diritto all’educazione, dunque, non può essere concepito come fine a sé stesso; piuttosto ha il ruolo di amplificatore degli altri diritti fondamentali dell’essere umano.

Nonostante gli sviluppi e gli impegni presi dalla comunità internazionale (ricordiamo che sono più di 40 gli strumenti normativi internazionali, regionali e nazionali adottati nel settore) la situazione resta molto critica. 

Secondo l’istituto di statistica UNESCO, già nel 2018 circa 258 milioni di bambini ed adolescenti risultavano esclusi dal sistema scolastico, sia perché di fatto non vi avevano accesso, sia per l’abbandono degli studi. 

Di questi, 59 milioni di bambini sono esclusi dalla scuola primaria, 62 milioni dalla secondaria inferiore  e 138 milioni dalla scuola superiore.  I numeri più alti si registrano nell’Africa subsahariana con rispettivamente 13, 28 e 37 milioni ed in Asia meridionale con 13, 17 e 64 milioni di esclusi dal sistema di istruzione. 

Ad aggravare la già delicata condizione è intervenuta la pandemia da Covid-19, che ha prodotto inevitabili conseguenze negative anche in tale settore. 

A partire dalla primavera 2020, le scuole sono state chiuse in 129 Paesi, lasciando fuori 1,6 miliardi di bambini e ragazzi. Tale assenza prolungata dalle aule, pur se necessaria, ha avuto ripercussioni drammatiche, specie nelle zone in via di sviluppo del pianeta, nelle quali la scuola assume ancor di più il ruolo di ambiente protetto e solidale, volto a fornire servizi vitali anche in termini di salute e nutrizione.

Non frequentarla espone maggiormente al rischio di violenza fisica e psicologica, lavoro minorile ed abusi sessuali. L’allarmante previsione è che almeno 24 milioni di bambini abbandoneranno la scuola a causa del Covid-19.

Inoltre, ciò che è emerso prepotentemente è la disparità nell’uso degli strumenti educativi per far fronte alle chiusure, a diposizione delle diverse Nazioni. 

Perfino la possibilità di apprendimento a distanza non è stata paritaria, potendosi adottare globalmente per lo più nei Paesi ricchi. Almeno il 70% degli studenti, infatti, è stato escluso da tale possibilità per ragioni economiche. 

Non è certo una novità che tale disparità di reddito si trasformi in una vera e propria “povertà educativa”, in base alle differenti aree geografiche. 

In particolar modo, nei paesi africani tali disparità sono estremamente evidenti, basandosi sulla ricchezza delle famiglie. In Liberia, i bambini delle famiglie più ricche frequentano le scuole elementari 3,5 volte di più rispetto a quelle che versano in uno stato di povertà. 

Altre volte un fattore di divisione è dato dalla diversa zona residenza, con un tasso di presenza scolastica maggiore per i residenti in città e nettamente inferiore per chi proviene dalle aree rurali. 

In tutto il mondo si stima che ci siano 750 milioni di adulti totalmente analfabeti, la maggior parte dei quali (2/3 del totale) è costituito da donne. 

L’analfabetismo è dunque un virus, purtroppo, non ancora debellato. 617 milioni i giovani completamente inabili alla lettura e scrittura od alle più semplici operazioni matematiche; se prendiamo in considerazione esclusivamente la fascia di età che va dai 6 agli 11 anni, il numero è di 387 milioni.

Dunque, più della metà dei bambini nel mondo non apprenderà tali basilari conoscenze, restando completamente analfabeta, incapace di autodeterminarsi e di migliorare le proprie condizioni di vita.

Per tale motivo, è fondamentale che l’impegno assunto dagli Stati non rimanga solo sulla carta, ma si agisca per una concreta realizzazione. 

Non a caso, tra gli Obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, spicca all’articolo 4 quello del raggiungimento di “un’istruzione di qualità, inclusiva ed equa”, che promuova opportunità di apprendimento continuo per tutti.

Un’istruzione di qualità è la base per migliorare la vita delle persone e per raggiungere lo sviluppo sostenibile a cui punta l’ONU, entro la fine del prossimo decennio. 

Pur ottenendo risultati significativi, negli anni, in particolare sul tasso di incremento dei livelli di iscrizione nelle scuole, raggiungendo l’uguaglianza tra bambini e bambine, nell’istruzione primaria, appare ancora lontanissimo l’obiettivo del livello minimo globale di istruzione. 

Perciò, si intende garantire entro il 2030 ad ogni ragazza e ragazzo “libertà, equità e qualità nel completamento dell’educazione primaria e secondaria”, che porti a risultati adeguati e concreti. 

Si richiede agli Stati di costruire e potenziare le strutture dell’istruzione che siano sostenibili ai bisogni dell’infanzia, alle disabilità ed alla parità di genere, predisponendo ambienti sicuri ed inclusivi.

Aumentare il numero di borse di studio, in particolare per i paesi in via di sviluppo ed incrementare la presenza di docenti qualificati ed adeguatamente retribuiti.

Inoltre, l’obiettivo n. 4 non si limita solo alla fase dell’istruzione, in quanto prende in considerazione anche il necessario punto di contatto tra istruzione di base e formazione professionale.

Garantire attraverso l’istruzione la diffusione di uno stile di vita sostenibile, i diritti umani, la parità di genere e la promozione di una cultura pacifica e non violenta ed all’idea di cittadinanza globale ed alla valorizzazione delle diversità culturali.

Bambini, giovani ed adulti devono poter raggiungere un’adeguata formazione educativa. Anche perché la costruzione di un mondo più “sicuro, sostenibile ed interdipendente” passa attraverso un sistema istruttivo idoneo a rendere gli individui liberi e consapevoli. 

Proprio perché “Finché ci sarà un uomo che conosce 2.000 parole ed un altro che ne conosce solo 200, questi sarà oppresso dal primo” (Don Milani). 

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